io vengo in pace: fabrizio iuli

[non avevo ancora pubblicato nulla sulla serata con fabrizio iuli del mese scorso. la mancanza di tempo, il lavoro, l’avere preso pochi appunti, l’essere rimasto ad ascoltare le parole dense di fabrizio, le cavallette, l’incendio, l’inondazione, … non è stata colpa mia.
approfitto oggi della mattinata di densissima merda per rileggere gli appunti. anche se in ritardo, ci sono quattro concetti espressi da fabrizio durante la serata che vorrei ricordare. servono a capire qualcosa di più dell’uomo e pure del vino.
se lo incontrate, a una fiera o nel suo monferrato, chiamatelo lebowski].

IMG_20180424_230331

IL MONFERRATO.
adesso in monferrato ci sono almeno dieci o dodici aziende che lavorano bene. questo è il vero successo: quando c’è qualcuno che ti segue, quando c’è un movimento. se anche uno facesse il vino più buono del mondo, questo non farebbe della sua zona di produzione un territorio. un territorio lo fanno cinquanta aziende che lavorano nella stessa direzione. non è importante dove vendi il vino, se in italia o all’estero. il monferrato ha tanto da dire in termini di agricoltura e non di marketing. qui la terra costa pochissimo, si spende infinitamente meno a comperarla che a piantarvi la vigna. il mio non è tanto un discorso politico, quanto agricolo. di territorio.

IL NEBBIOLO.
decisi di piantare nebbiolo nella vigna di gad lerner, che ora affitto, perché avevo assaggiato un nebbiolo prodotto da una vecchia vigna lì vicino, e pensavo che sarebbe venuto bene. mi piace farlo in sottrazione, per così dire: estraggo il minimo indispensabile. te ne accorgi già dal colore. i terreni sono calcarei e danno vini salati, acidi, molto minerali. ne verrebbero fuori dei grandi vini bianchi. però io faccio i vini che mi piacciono.

IL PINOT NERO.
ho iniziato con il pinot nero perché mi piace. è una pianta difficile, delicata: se fa caldo ha un problema, se fa freddo ne ha un altro, se piove idem e così se non piove. ti insegna moltissimo. tutti i vignaioli dovrebbero avere almeno tre o quattro filari di pinot nero.
dal pinot nero possono venire fuo vini straordinari. ma se vai in borgogna resti deluso. costano troppo e non sempre sono buoni. certo, quando sono buoni sono veramente buonissimi.

IL VINO.
le cose divertenti per un vignaiolo sono due: cercare il vino e immaginarlo.
immaginare come lo si vuole e immaginare come diventerà una volta che è stato prodotto. i miei vini sono da aspettare, sono molto migliori da vecchi. e tuttavia quando sono maturi mi stancano, perché non ho più nulla da immaginare.

[serata al molo di lilith, 24 aprile 2018]

Advertisements

la leggiadria: i fabbri.

– come mai se si parla di vini piemontesi in toscana si avverte un rispetto nei loro confronti, mentre il viceversa non accade?
– beh, il toscano non è sempre simpatico
[voce dal pubblico] – invece col piemontese te ammazzi de risate

IMG_20180515_230355

lamole è una piccola frazione di territorio chiantigiano, nei pressi di greve in chianti. settanta ettari vitati sui 7.000 della denominazione, poche aziende con il colosso santa margherita [marchio: lamole di lamole] a fare la parte della panthera leo.
di quei settanta ettari ai fabbri ne toccano 10. fabbri è il nome dell’azienda condotta da susanna grassi [che per tutta la serata nella mia testa è stata, alternativamente, susanna grassi e susanna fabbri] ed è il nome della zona, anticamente sede di botteghe dove si lavorava il ferro. erano fabbri anche gli antenati della famiglia grassi: l’antica officina è oggi sede della cantina. il primo documento ufficiale che attesta la produzione di vino della famiglia è del 1620. è il contratto di acquisto della vigna la sala, tuttora di proprietà.
susanna grassi è una donna con capelli bellissimi e toscani, lunghi e lisci. fa girare tra i tavoli un piccolo album contenente fotografie di famiglia, vecchie etichette, immagini dei luoghi e delle persone. sorride. ha una voce calda e tranquilla [educata] che usa con precisione anche lessicale, senza sbavature né tentennamenti, per dire cose. racconta.

“faccio vino dal 2000: quella è stata la mia prima vendemmia. diventare vignaiola era il mio sogno fin da bambina. all’epoca, con mio nonno, si lavorava tutto a mano, non c’erano le macchine, e tutto era tenuto come un giardino. avevo questo ricordo di un posto così, che reclamava attenzione. e ci sono tornata.
il 2000 è stato l’anno di svolta. mi sembrava un buon anno per cambiare vita. dopo la laurea in economia avevo intrapreso un lavoro di carattere commerciale. mi ero avvicinata al vino da quel lato: un compagno di studi aveva aperto un’importazione negli stati uniti e mi chiese aiuto. fu un’esperienza molto importante, che mi è servita molto. nel 2000, poi, mi sono sposata e ho riaperto il cassetto dove avevo messo il sogno di bambina. era un rischio. se non ce l’avessi fatta pensavo che avrei avuto in qualche modo le spalle coperte, economicamente, grazie a mio marito. la paura c’era, ché l’attività agricola è un’attività a lungo termine nella quale la bottiglia è solo l’ultimo passaggio. e poi bisogna anche venderla. eppure avevo la consapevolezza di potere riprendere in mano l’antica azienda di famiglia, che al tempo era stata affittata.
bisogna fare vino, ma bisogna anche fare quadrare i conti, essere pragmatici. perché le poesie sono belle, ma le poesie poi finiscono”.

lamole è una zona ancora poco conosciuta. i vigneti stanno per la maggiorparte tra i 550 e i 700 metri slm, il che spiega in parte la finezza del sangiovese che ne deriva. i vini di lamole sono meno intensi rispetto a quanto ci si aspetta [credo] da un chianti, sia nel colore che nella concentrazione [che brutta parola] in bocca. c’è meno cinghiale nel bicchiere, sia crudo di pelo che cotto di ginepro, sostituito da petali di rosa, pepe, lamponi. dice susanna che il chianti è ricco di zone peculiari, che darebbero e a volte danno vini molto diversi tra loro. non si arriva alle diversificazioni dei climat della borgogna, ma dopo anni in cui il chianti, che è il vino italiano più famoso al mondo, aveva preso derive commerciali che hanno rischiato di svilirne l’identità, oggi si comincia a parlare di zone e sottozone. è una cosa buona.

– come pensi che debba essere fatto il chianti? ci sono tanti chianti classico diversi: quelli potenti, quelli fini, quelli rustici… secondo te qual è l’identità del chianti classico?
– posso rispondere solo per me, con quello che è il mio vissuto. credo che la caratteristica che il chianti debba avere sia la bevibilità. la vita è già complicata di suo.

i vini della serata sono tre chianti classico, tutti segnati dal marchio della freschezza. mi sono piaciuti molto. il primo è quello che forse dà maggiormente conto della particolarità della zona.
LAMOLE 2016. dai vigneti posti più in alto, dove ci sono le piante più giovani. l’etichetta replica quella originale del 1920, a rimarcare appartenenza e tradizione. vino che risponde perfettamente alla caratteristica programmatica di bevibilità di cui sopra. naso speziato e di fiori rossi, bocca cristallina, che scorre felice e chiama il prossimo sorso. con l’eco.
TERRA DI LAMOLE 2015. vigne basse, le più vecchie. fino al 2005 nel chianti classico erano ammesse, in piccole quantità, anche varietà di uve bianche. era la tradizione dei contadini della zona, che si trovavano uno o due filari di malvasia o trebbiano in mezzo a quelli di sangiovese. oggi non si può più e io dico purtroppo. il terra di lamole è una base sangiovese con un piccolo saldo di canaiolo. un anno di affinamento per metà in cemento e per l’altra metà in tonneau.
I FABBRI 2013 RISERVA. “è il primo vino che ho fatto e all’inizio lo pensai come si facevano i vini allora: concentrati, spessi, carichi. gradatamente ho cambiato prospettiva in tutti i miei vini. nel 2003 ho fatto il primo terra di lamole, spogliandolo un po’ dal legno. poi nel 2008 il primo lamole, che fermenta in inox e che di legno ne vede proprio poco”.
il primo giorno di vendemmia si selezionano i grappoli per la riserva da tre vigne: una della fine degli anni ’60, una del 1984 e una del 2002.
quest’ultima era una vigna abbandonata, terrazzata ad anfiteatro. bellissima. i muri a secco avevano [hanno] la duplice funzione di immagazzinare il calore del sole di giorno restituendolo al terreno di notte e di evitare il dilavamento, ché la terra lì è finissima, quasi sabbiosa. la riserva se ne sta un anno in tonneau di rovere francese [allier, che ha un legno più dolce: “per tradizione nel chianti si usava la botte di castagno, che è il legno che si trova comunemente in zona. ora è quasi impossibile, non ci sono più nemmeno i bottai”] per poi passare in bottiglia. le botti vengono usate più volte negli anni, facendo anche una decina di passaggi. non servono per arricchire il vino, servono per affinarlo.

“non è stato facile, ma oggi sono contenta di essermi lanciata, di avere realizzato il mio sogno di bambina. certo, se mio padre mi avesse avvisata, se mi avesse detto la verità su cosa mi aspettava, ci avrei riflettuto più a lungo. forse avrei rinunciato. invece è andata bene e posso contribuire a ridare dignità al mio territorio.
i tasselli nella vita si ricompongono”.

e la leggiadria?
la leggiadria non si spiega: si beve.

IMG_20180515_221827

[la serata, appuntamento mensile per me irrinunciabile, “a noi, filibustieri!” al molo di lilith, in torino è del 15 maggio scorso. voci fuori campo: marco arturi e max chenonsocomefadicognome].

io ed elizabeth.

31946627_10216273970111251_3169345930671423488_n

alla mostra di andor kertész, detto andré, in corso a genova, tra le tante c’è anche questa foto del 1921 che lo ritrae insieme ad elizabeth.
elizabeth è la donna della sua vita. a qualche fortunato capita di averne una.
nel 1925 i due si perderanno di vista, causa trasferimento a parigi di lui e intercettamento delle missive di lei da parte della prima moglie di kertész [capita anche questo]. tuttavia la storia ha un lieto fine, per quanto possano averlo le storie degli umani: andor ed elizabeth si ritroveranno nel 1929, vivendo la loro vita insieme fino al 1977, anno della morte di lei.
nella foto solo elizabeth guarda l’obiettivo. mostra, nello sguardo e nel riso, una felicità che non ha bisogno di spiegazioni. andor invece guarda lei, con una tenerezza che sembra essere trasmessa da tutto il suo corpo: dal modo in cui le sta accosto a come le tiene le mani, dalla piega del suo sorriso mentre le parla. dalla forma del naso, persino.
ci sono molte fotografie meravigliose in questa mostra incredibilmente quasi deserta di visitatori. di fronte a molti scatti il quore ha saltato un battito. [sono vivo per miracolo].
chi oggi fotografi un’insegna, un marciapiede, un’ombra, uno sconosciuto per strada, una porta, una forchetta, un albero riflesso in una pozzanghera, una nuvola sperduta nel cielo, una distorsione visiva causata dall’acqua o da un vetro, costui nel momento stesso in cui preme il pulsante di scatto sta dicendo grazie ad andor kertész, detto andré.
anche se non lo sa.

“Qualsiasi cosa facciamo, Kertész l’ha fatta prima”
H.C.B.

livewine2018 – laiche elucubrazioni.

IMG_0197

vado ad assaggiare i vini di pacina.
così mi sono detto, dopo un paio di bolle, sabato.
invece niente, troppa coda al banchetto. ci sono passato davanti un paio di volte. sempre coda. ho scattato questa foto e sono passato oltre.
ci sono riuscito solo domenica, approfittando di un momento di calma piatta. l’ultimo vino di pacina che avevo assaggiato lo incontrai ad un vinnatur di tre anni fa. ricordo che era il “secondo” di pacina, forse 2011. poi la vita, che è strana ma anche no, non mi ha fatto più incontrare le loro bottiglie. in più, come già in passato, anche questa volta qualcuno aveva cercato di dissuadermi dallo bono proposito. ma sapete come siamo fatti, noi maschi della specie: più ci mettono in guardia, più desideriamo forte.
[forteforte].
come sono i vini di pacina? sono buoni? hanno difetti? sono vibranti, freddi, caldi, cattivi, spigolosi, fosforescenti, gialli, rossi, blu cobalto, terra di siena bruciata, confortevoli, comodi, incazzati, amichevoli, stortignaccoli, verticali, orizzontali, obliqui, sinusoidali, cartesiani, junghiani, toscani? come sono?
per saperlo vi tocca assaggiarli. a me sono piaciuti. tutti, quale più, quale meno. ne ho percepito i difetti, ove li avevano, ma mi sono piaciuti tutti. li berrei e li riberrei. e sono pentito di non avere cercato di comprare, lì al banchetto, una bottiglia del loro vin santo. [dovevo tornare a casa in treno].
così mi sono chiesto: è possibile che tu ti sia fatto influenzare dalla simpatia dei produttori? perché i pacina sono simpatici a pelle [anche se non si chiamano pacina].
vaglio l’ipotesi speculativa che la simpatia [o l’antipatia] nei confronti di un produttore possa farmi valutare i suoi vini poco oggettivamente. mi sembra plausibile.
anche l’amicizia è un problema, quanto all’oggettività.
il fatto è che a me, di norma, piacciono vini prodotti da vignaioli che mi sono simpatici. quelli dei vignaioli stronzi altrettanto abitualmente mi fanno cagare.
[di corsa, ci sono eccezioni in entrambe le situazioni].
la cosa ha valenza generale: fino a che punto il sentimento che proviamo nei confronti di una persona può influenzare l’opinione che abbiamo di lei? siete mai stati innamorati di una stronza? ve ne siete accorti prima o dopo la rottura? no, per capirsi.
che l’influenza ci sia è fuori di dubbio. i critici di mestiere forse riescono ad avere un distacco accettabile. ma solo una macchina potrebbe dimenticare la faccia di chi ha messo in bottiglia il vino che ti stai versando.

il dove [degli assaggi dei vini di pacina e di queste riflessioni da ubriaco] è il palazzo del ghiaccio di via piranesi, in milano [la città ostile], sede per il quarto anno consecutivo del salone dei vini artigianali noto come livewine.
per sapere di che si tratta c’è il sito e anche su queste pagine, sbirciando a ritroso, si possono trovare un paio di post su precedenti edizioni.
oggi, invece, mi va di riflettere. su una impressione, senza dati analitici a supporto. [che me ne faccio dei dati analitici?]
da un po’ di tempo mi sembra che molti vini naturali, a forza di superare barriere [o di ritornare a tradizioni discutibili] abbiano fatto il giro della morte. mi sembra che a forza di non volere riconoscere più come difetti quelle caratteristiche che a squola ci hanno insegnato a chiamare tali, ci si stia abituando a considerarle pregi.
sto parlando, in particolare, della cosiddetta volatile.
non demonizzo nessuno e per me non si tratta di un difetto in assoluto. la ritrovo spesso con piacere o senza fastidio in vini che apprezzo. ricordo, con le parole di sangiorgi, che la volatile è pur sempre un precursore di aromi.
fatto sta che mi imbatto sempre più spesso in vini nei quali la famigerata acetica prevarica sul resto delle componenti del vino, rendendolo non godibile o persino non bevibile.
è una percezione mia, beninteso. non faccio riferimento tanto al mio gusto personale, quanto alla digeribilità del vino.
ho constatato che se bevo troppi vini con volatile alta, come può capitare in una fiera, il mio stomaco tende a ribellarsi. può essere una coincidenza, non posso stabilire una correlazione certa tra digeribilità ed eccesso di acetica. eppoi il problema potrebbe essere solo mio.
è un punto pericoloso, mi rendo conto. fraintendibile [da chi non sa leggere]. intanto mi piacerebbe sapere se questa cosa capita anche ad altri, se la mia impressione è condivisa.

il che mi porta, come cadendo di testa da una scala, ad una seconda riflessione: chi beve solo ed esclusivamente vino naturale si perde un pezzo di mondo.
non dico a nessuno cosa fare e cosa non fare, sia chiaro. siamo tutti liberi, finché non lediamo la libertà altrui [o finché non gli rompiamo i coglioni]. rispetto chiunque scelga di seguire un’alimentazione particolare, a maggior ragione se decide di farlo a causa di allergie o intolleranze. non mi sogno di criticare chi persegue uno stile di vita sano e/o etico [in quest’ultimo caso, è ovvio, si berrà acqua di rubinetto, si compereranno solo uova di galline allevate in libertà, si ridurrà il consumo di plastica, forse non si mangerà carne, forse non ci si vestirà con abiti in pelle, sicuramente non si fumerà].
uscendo fuori da queste ipotesi, però, escludere dalla dieta liquida i vini convenzionali [uso un aggettivo imperfetto, ma ci siamo capiti] priva il bevitore di tanta conoscenza. il  talebanesimo, inoltre, è pure rischioso: rende nervosi e aggressivi nei confronti di chi non la pensa come noi. in questo caso porterà molti a lanciare anatemi a priori su grandissimi e mai assaggiati bordeaux e a dire grandi, invece, vini in realtà imbevibili, veri e propri non-vini.
i vini buoni naturali esistono. si possono fare, bisogna cercare di farli sempre di più e sempre meglio. al contrario, i vini cosiddetti “del contadino” non sono vini naturali, sono porcherie.

al livewine ho trovato conferme e novità. il bello di manifestazioni come questa sta per me nel fatto, duplice, di rivedere vecchi amici e di incontrare piccoli produttori non piemontesi e senza distribuzione savoiarda.
[c’è una terza motivazione: la qualità della zona pappatoria nello spazio dedicato. quest’anno c’era giuseppe zen (mangiari di strada: tuttora mi commuove il ricordo del suo pastrami), giovanni carena (filrouge), i ragazzi di valli unite con i loro salumi e molto altro]
faccio qualche nome sparso, solo qualcuno, ché di sicuro vi siete già rotti le palle delle mie elucubrazioni.

caprera, azienda abruzzese condotta da luca paolo virgilio. luca fa tre vini, tutti molto buoni. un trebbiano figlio di trebbiano [con la tradizionale riduzione transitoria al naso che si trova nelle nuove annate, da valentini a pepe] dalla bocca cicciona e sapida. un cerasuolo setoso, elegante anche nel frutto. un montepulciano potente, lievemente penalizzato dall’invadenza dell’alcol, eppure molto bevibile.

monica [coluccia] mi aveva consigliato di andare a trovare rita [babini], dell’azienda ancarani. nei pochi minuti al banchetto ho riconosciuto l’energia [“vulcanica”] che mi era stata preannunciata. una sorpresa non solo per le diverse declinazioni dell’albana, vitigno che mi piace fin da quando credevo che servisse solo a fare ottimi passiti, ma anche per i rossi. cito un centesimino affabile, di ottima beva, che nella versione passita trova una dimensione equilibrata e di bella freschezza.

cantina del barone e cantine dell’angelo sono luigi sarno e angelo muto, fiano e greco. la “particella 928” del primo è da alcuni anni uno dei miei due o tre fiano preferiti al mondo. resta nella classifica anche con la nuova annata.
quanto al greco, un anno fa mi innamorai di un sulfureo “miniere”. quest’anno rinnovo la promessa [di acquisto] incappando in una 2016 con un inopinato sentore di ostrica.

da sieman sono andato subito dopo avere annusato il bicchiere portomi in silenzio da luca [formenti]. ammazza che ridotto, gli faccio. sì, ma non è vino, è una birra acida. allora va bene: da cantillonista mi sono catafiondato e, sì, sieman non fa solo vino, ma pure quattro birre. a milano ne hanno presentate due. quella che preferisco si chiama incrocio, con aggiunta di uve incrocio manzoni. detto del naso, è molto lieve in bocca, con un gusto persistente e finale sapido.

ho finalmente conosciuto luca francesconi, di joseph, e finalmente ho assaggiato i suoi vini. luca sta sul garda, in provincia di mantova, dove coltiva le uve tradizionali della zona, autoctone e alloctone. a milano presentava un’ottima garganega rifermentata e tre rossi.
– come mai fai solo vini con blend di uve diverse, perché non un monovitigno?
– perché dalle mie parti il vino si è sempre fatto così, con le uve che c’erano. io le mescolo cercando di interpretare.
il suo rosso joseph, da uve merlot e rondinella e rossanella [spero di ricordare bene], è una interpretazione riuscita. una delle bottiglie che più mi hanno colpito in due giorni.

al banco di meggiolaro c’era riccardo, artefice di vini di grande pulizia, freschi e salati, che hanno nella bevibilità il loro punto di forza. solo bianchi, fermi o mossi [c’è anche un metodo classico] prodotti con uve durella e garganega. li conoscevo già, bevuti diverse volte, li ho ritrovati con piacere. in particolare il “sotocà”, rifermentato con la bottiglia bucata sul fondo.

seguo il suggerimento di andare a trovare antonio failoni, che non conoscevo. antonio ha la barba, il che è un plus. produce un verdicchio ben fatto, rotondo e vivo, senza picchi e senza cedimenti, e un rosato di syrah di buona verve. tra i due blend di rossi ho apprezzato in particolare il rosso piceno, uno di quei vini che si bevono quasi senza accorgersene e che pure ti restano in mente.

e ora un poco [poco] di piemonte.
di elio sandri so poco. avevo bevuto i suoi vini solo una volta. a milano ne ho assaggiati quattro: un dolcetto, un nebbiolo e due barolo. il primo invero poco interessante, il secondo decisamente tannico [troppo, almeno per il momento]. i due baroli, invece. il 2012 [sandri affina i suoi barolo ben più a lungo di quanto previsto dal disciplinare] aveva tannini dolci, mi è parso fresco, di scorrevole bevibilità. lungo al gusto, mancava forse di un po’ di quell’austerità che mi sarei aspettato da un barolo di monforte. [annata calda, mi dice l’uccellino].
più centrato in bocca il riserva 2011, con un corpo maggiore e un intuibile [ma poi, chissà] potenziale evolutivo. quello che cedeva in ampiezza guadagnava in allungo.
lo dico chiaro perché magari non mi sono capito: mi sono piaciuti entrambi.

dulcis in fundo, il vino dolce. il sol 2007 di ezio cerruti.
casa, caminetto, neve che scende. oppure. casa, veranda, onde sugli scogli. oppure. [ad libitum].

buona pasqua laica a tutti. e ricordatevi di non mangiare agnelli.
se non vi piace l’agnello.
altrimenti fate pure.

[invece, se vi piace guardare, qui trovate altre foto, questa volta in b&w]

[no, non sono porno]

olek e il nebbiolo.

[ho incontrato olek bondonio la prima volta ad alba, nel maggio del 2012.
lui non può ricordarsi di me. ero uno degli avventori al suo banco di degustazione. mi ci portò luciano, dicendomi che quei vini erano buoni. luciano ha [quasi] sempre ragione.
quello che colpisce subito di olek è lo sguardo. superati i quaranta, ha conservato gli occhi del ragazzo.
le parole confermano la trasparenza, la curiosità, anche la timidezza, l’umiltà mista alla chiarezza di intenti e alla determinazione.
nel seguito ho mescolato le carte, non ho rispettato la cronologia della serata dello scorso 20 marzo, al molo di lilith, torino, italia.
le parole sono quasi tutte di olek, ma ce ne sono anche di marco e di max. come un dialogo per voce sola].

7268353770_9988d93b7a_z

– io e paolo veglio abbiamo le vigne vicine, piante della stessa età, … e siamo nati lo stesso giorno, lo stesso anno, …
– tu e paolo siete nati lo stesso giorno?!
– no, vabbeh… quella era una cazzata.

nel dopoguerra la campagna tra langa e roero era zona depressa. l’acquedotto qui è arrivato nel 1964 e a casa mia deve ancora arrivare.
la zona del barbaresco è molto più piccola di quella del barolo, dove le vigne ultimamente passano di mano con una certa facilità, a prezzi elevati.
in piemonte la storia l’hanno fatta quelli come enrico cauda, che fa vino nel roero. ragazzi eccezionali, che erano lì e che lì sono rimasti. a barolo c’erano i mascarello, gli altare. a barbaresco invece prima di gaja non c’era nessuno.
mio nonno è nato nella cascina berchialla, a barbaresco. c’era un contadino che lo aiutava, andava sul trattore e io sognavo di andare su quel trattore. lo chiamavo papà piero.
sono figlio di papà piemontese, di poche parole, timido, e di mamma polacca, una donna forte, con gli attributi. lei mi ha spronato a fare il vignaiolo. ho iniziato così.
sono nato e cresciuto a torino, stavo in corso sommeiller, ma da bambino mi piaceva stare in campagna, andare sul trattore, su quel trattore. in campagna la vita è diversa. se grandina non raccogli, ma è meglio guardare il cielo che guardare il tram.
ho la fortuna di avere dei bambini che quando vengono a torino si emozionano a vedere il 16. e io penso: ma è un tram!

oggi metto il vino in bottiglia, all’inizio lo mettevo in damigiana. la differenza è solo questa. poco alla volta la cosa ha preso forma.
oggi è la mia prima volta: non ho mai fatto una manifestazione a torino, all’estero sì. ma il fatto che il vino vi sia piaciuto per me è fondamentale. ieri è terminato il prowein, una importantissima fiera a dusseldorf. per andare ti iscrivi, paghi 3.000 euro e ti danno il banchetto. ecco. per me è più importante essere qui stasera, perché qui mi hanno invitato.

il pelaverga è il vino del nonno. il mio viene da una piccola vigna del 1985, fuori dalla zona della doc. all’inizio erano 1.000 piante appena. l’ho imbottigliato oggi pomeriggio e mia moglie ha fatto le etichette in fretta e furia, a mano, per presentarvelo. è un’uva alla quale sono legato per tradizione. non è nebbiolo, ma è buona. e a tavola puoi abbinare il pelaverga praticamente a tutto. anche al pesce.
della barbera 2015 ho fatto solo 2.000 bottiglie, in un appezzamento di piante di 80/90 anni che potenzialmente potrebbe darne 10.000. ma erano viti troppo vecchie, alcune morte, con produttività minime, insostenibili. ho dovuto espiantarle.
il barbaresco è sempre un 2015, il roncagliette. il nebbiolo, meno lo tocchi è più ti trasmette. sono vini, quelli da nebbiolo, inimitabili e unici, le differenze dipendono dal territorio: il nebbiolo assorbe il territorio.

la generazione precedente alla mia amava spruzzare, trattare, in vigna. poi si sono accorti che c’era almeno un tumore per famiglia. per fortuna le cose sono cambiate. il rame è un metallo pesante, ma è pure l’unica difesa contro la peronospera. è anche vero che se hai due o tre ettari puoi lavorare in biologico, se ne hai tanti di più diventa difficile. anche per questo non ho ancora le idee chiare sul concetto di naturale. quello che conta, secondo me, è fare bene il proprio lavoro. per me l’importante è che domattina non abbiate mal di testa, che vi ricordiate della serata. se riesci a vivere da un pezzo di terra che senso ha andarlo a inquinare?

– sei un virtuoso e ti comporti come se fosse normale.
– ma lo è. i compromessi con la vita non si possono fare.

marta rinaldi, paolo veglio, enrico cauda. è gente che lavora in vigna. molti altri figli di produttori, la seconda generazione, fanno i commerciali. ma l’uva la devi fare, non puoi lasciarla fare ad altri. non posso lasciarla fare ai dipendenti. gaja sì, lui se lo può permettere. ha gente che va in vigna e ne sa più di tanti produttori. gli paga corsi di formazione costosissimi e i risultati si vedono. io non potrei. e non posso dimenticare mai che l’uva si fa in vigna, non certo andando in giro per il mondo.
in classe di mia figlia, che ha dieci anni, ci sono quattordici bambini. beh, otto sono macedoni. che succederebbe in langa se scomparissero i macedoni? se fossero mandati via? vi scordereste il barolo, perché la maggior parte dei figli di produttori in vigna non saprebbe dove mettere le mani.
certo, non si può nemmeno fare come [censura censura] e [censura censura], che si sono svegliati sei mesi dopo e domattina alle sette si alzano e vanno a potare.

è più facile lavorare all’estero che in langa. è una questione di mentalità. qui si producono 4 milioni di bottiglie di barbaresco, un numero tutto sommato contenuto, ma siamo viziati. bisogna capire che chi fa vino non è un chirurgo che fa i trapianti di rene.
senza angelo gaja non avrei fatto barbaresco. a barolo ci saranno venti gaja, a barbaresco ce ne è uno. la zona è stata fortunata.

– se non sbaglio la vigna di gaja, quella del sorì tildìn, era di tuo nonno
– sì, era di quel [censura censura censura]

la langa è quello che è grazie a gente come bruno giacosa. nel bene e nel male. la mentalità è quella, nessuno ti dà l’occasione per sperimentare.
di ritorno da bordeaux, dove mi ero laureato, cercavo lavoro. andai da giacosa sperando di poter fare la vendemmia da lui. non mi scelse. mi guardò in faccia e non mi diede credito. allora andai a fare la vendemmia da ezio trinchero.
poi sono andato in australia. lì ti mettono in mano una cantina grande come porta nuova. anche se hai diciotto anni ti affidano un milione di bottiglie. tu potresti fare dell’aceto, tanto dopo sei mesi te ne vai. ma lì ti lasciano fare. in langa no.
poi tornato a casa, c’era il nebbiolo.
il nebbiolo è una cosa che ti mette a posto.

IMG_20180320_225026IMG_20180320_231947IMG_20180320_232816IMG_20180320_232019IMG_20180320_232030IMG_20180320_232821IMG_20180320_232846IMG_20180320_232848

Cascina La Berchialla
Via Terzolo 14, Barbaresco (CN)
olekbondonio@hotmail.it
338 7421620

cose più o meno antipatiche.

6800249119_37e4188b63_b

mangio il foie gras. preferisco quello fresco, spadellato al momento, a quello conservato. certo che mi dispiace per le oche, ma lo mangio lo stesso e con grande voluttà. allo stesso modo mi nutro di pesci, che sono quegli animali che dopo essere stati pescati vengono lasciati morire di asfissia sulle barche [cerco di evitare i pesci di allevamento, che vivono in vasche microscopiche, nuotando e cagandosi addoso, gli uni sugli altri]. e mi nutro di vacche, ovini, suini, polli e altri viventi. [no, di insetti no]. preferisco mangiare animali che hanno fatto una buona vita, ma mi rendo conto che lo preferisco egoisticamente, più per me che per loro.
rispetto gli stili alimentari di chiunque non venga a rompermi i coglioni sul mio.
la regola fondamentale è sempre la stessa: la mia libertà finisce dove inizia quella del mio prossimo. e viceversa.
sono ateo. non è una condizione trattabile. ci faccio i conti da trentasette anni e non è qualcosa che si decide. è così.
non mi piacciono le religioni, nessuna religione. in generale non mi piace qualcuno che mi dica cosa posso fare e cosa non posso fare. peggio ancora se lo dice minacciandomi con castighi eterni o allettandomi con la promessa di paradisi pieni di femmine scosciate.
sono contrario allo stato di israele, come è oggi e non in generale. che non significa essere contro gli ebrei, come potrebbe pensare qualche superficiale [come ha pensato qualche imbecille]. significa che sulla terra c’è spazio per tutti e questo israele non lo riconosce.
non mi piace che il mio paese abbia rapporti con la turchia, con l’egitto e con altri paesi analogamente governati. lo so, perderemmo miliardi di commesse, moriremmo di freddo, etc. beh, non mi piace lo stesso.
non mi piace la categoria dei giornalisti, non mi piace cosa è diventata l’informazione nel 2018. vorrei qualcuno che mi raccontasse i fatti, senza omissioni, senza aggiustamenti, senza darmi la sua non richiesta opinione.
a tutti quelli che si bevono frottole come i 35 euro agli immigrati o la teoria del gender o quella dell’autismo da vaccini negherei il diritto di parola. anche a casa loro.
lo stesso vale per chi grida insulti e minacce di morte e auguri di stupri di massa su internet. questo non è diritto di opinione.
il suffragio universale è una solennissima minchiata. il popolo va protetto da sé stesso.
sì, sono anarchico. lo sanno tutti.
i ciclisti dovrebbero essere dotati di patente. ai ciclisti che sfrecciano contromano o sui marciapiedi pedonali e non ciclabili andrebbe sequestrato il velocipede.
conosco persone che reputo intelligenti eppure hanno votato 5s, adducendo motivazioni almeno in parte razionali. credo che abbiano fatto una cazzata immane a mettere il loro voto in mano a un branco di truffatori e/o imbecilli.
non conosco persone intelligenti che abbiano votato lega. oppure le conosco ma mi hanno tenuto nascosto la malefatta.
ho qualche amico fascista. non riesco a non volergli bene nonostante questo fatto brutto.
il partito democratico non è più il partito che votavo. inoltre, temo tanto che fra poco farà qualche mossa che mi farebbe incazzare molto, se fosse ancora il mio partito di riferimento. quindi faccio bene a non votarlo.
dice roth: “come puoi essere un artista e rinunciare alle sfumature? ma come puoi essere un politico e permettere le sfumature?”. ecco. a me piacciono le sfumature.
la flat tax è una presa in giro che non sta in piedi. gli economisti che la sostengono sono smentiti dagli economisti che la ritengono una cazzata enorme che sono smentiti dagli economisti che la sostengono. e così via. morale: non fidatevi degli economisti.
fidatevi solo degli storici.
leggevo tanto. ora leggo poco. un po’ per pigrizia, un po’ per mancanza di tempo, un po’ per via di questi maledetti occhiali multifocali.
la pizza di cracco è brutta come un culo. [magari è buona, eh].
certo che fare polemica su una pizza…
mi piace stare da solo. ogni tanto mi piace stare in mezzo alle persone che mi piacciono. questo è uno dei motivi per cui mi sono appassionato al vino. [l’altro non lo dico].
mi piace scattare fotografie, sopratutto alle persone, alle facce. mi sono sempre piaciuti i fotografi ritrattisti [e quelli che fotografano i fiori]. la tecnica fotografica invece mi annoia a morte.
andando in giro con le stampelle si scopre che la gente non ti vede. ti vengono addosso comunque.
a costo di piantare un casino, in una coda in un negozio o al mercato non faccio passare davanti chi cerca di saltarla. anche fosse una vecchina.
internet è un luogo strano [straniante]. ogni tanto mi capita di andare in un posto e incontrare uno che mi sorride e mi saluta. io dico: scusa, non ricordo. e lui: ma siamo amici su fb, sono tizio! e io: non ti avevo riconosciuto, tu sei quello che come foto del profilo ha uno scaldabagno.
però è bello entrare in contatto facilmente con persone che mai e poi mai avresti conosciuto.
ho imparato a stare zitto quando qualcuno dice una minchiata globale totale. mi faccio tendenzialmente i cazzi miei. però quando non mi trattengo, dopo mi sento meglio.
detesto senza traccia di cordialità i sotuttoioisti delal qualunque. i gramellini, le lucarelli, i travagli, gli scanzi. sono pessime persone e pure pericolose. sapere scrivere non basta ed essere stronzi non è un pregio. essere maleducati è pure peggio.
sui vaccini non discuto più con nessuno. sono la difesa migliore possibile contro certe malattie e vaccinarsi serve a tutelare sia noi che il nostro prossimo. vivere in una comunità deve farci guardare anche alla salute di chi condivide i nostri stessi spazi, il resto sono vuote chiacchiere. per chi non lo capisce c’è un [imperfetto] obbligo di legge. lo so, le paure sono irrazionali. io per primo sono un genitore ansioso. ma il medioevo no, grazie.
non ho voglia di spendere 190 euri per la cuvée winston churchill 2006.
non insistete.
bevo quello che mi piace, naturale o convenzionale, biodinamico o biondo. trovo buffi i talebani, ma li lascio dire. di tanto in tanto li perculo.
ho un brutto carattere. quasi pessimo.
l’ortodossia, in ogni campo, è una cazzata.
cerco di mangiare tutto, di assaggiare tutto. [no, gli insetti no].
adoro le verdure cotte.
e pensare che quando ho cominciato a bere vino con una certa continuità lo champagne non mi piaceva.
ma ho detto che non lo compero e non lo compero.
sopratutto si scrive con tre t.
mi diverte molto scrivere frasi non esplicite ma dalle quali sembrerebbe potersi desumere cosa penso di un tale argomento. lo faccio spesso, anche quando penso l’esatto contrario di quanto, invece, sembra.
ho un debole per tywin lannister.
gli stark sono una famiglia di fessi. jon snow, figlio di tanto padre, è un idiota con un’unica espressione facciale.
non reggo daenerys targaryen.
ho senso dell’umorismo? credo di sì. però forse è un senso dell’umorismo un tantino strano.
in fondo sono un poco cazzone.
lebron james mi sta sui maroni. non riesco a capire come possa essere tanto amato uno che gioca come quelli grossi che, ai campetti, ti menano come fabbri e se li sfiori urlano al fallo. [e se li stoppi pulitamente fingono di essersi fatti male]. ciò non mi impedisce di riconoscere quando fa qualcosa di clamoroso. ma a pallacanéster si gioca in cinque.
mi piace moltissimo curry, che ha un fisico normale, che non fa niente per mostrarsi simpatico, che ha un’applicazione incredibile, che sa quando prendersi le responsabilità e sa quando mettersi da parte. che sa vincere in gruppo.
ho sempre detestato michael jordan, anche quando lo vedevo giocare, perché non c’è mai stato un giocatore come lui.
il mio giocatore preferito era oscar schmidt, la mia squadra era la juve caserta.
il mio allenatore spreferito è pianigiani. totalmente incapace a gestire le partite importanti.
in nba tengo agli spurs, dove allena pop, che è il mio allenatore preferito. anche se forse non faremo i playoffs, anche se ci gioca joffrey “antibasket” lauvergne, anche se forse kawhi leonard non rinnoverà, anche se le magliette mimetiche fanno cagare.
l’epica sportiva dopo cinque minuti diventa ridicola. gli atleti non sono quasi mai grandi uomini. sono persone come tutti noi. per favore ditelo a buffa.
mi difendo dalla stupidità con il sarcasmo e l’ironia. anche dalla mia.
[sarcasmo e ironia sono utili anche contro la malinconia].
mi fanno impressione quelli che vanno in giro sempre con il telefono in mano. e quelli che lo accendono nel buio di un cinema per chattare o controllare se qualcuno gli ha messo un like, infastidendo tutte le file dietro, fregandosene.
guardo troppo il telefono. [non al cinema]. sto cercando di smettere.

chiudo con una citazione da una serie televisiva che, sono sicuro, piacerebbe a chi non la ha ancora vista:

“l’italia è un vecchio paese nel più affascinante dei continenti. ha un clima formidabile. mare, montagna, campagne stupende, città d’arte, cibo eccellente.
e sono tutti, da sempre, infelici”.

anarchia e grignolino.

[pensieri in ordine sparso su silvio morando, che fa vino a vignale, nel monferrato, del quale non avevo mai sentito parlare, che ho conosciuto ieri sera al molo].

28059380_10215660902464943_8721191801163260080_n

silvio morando sorride.
da lontano lo puoi scambiare per un vignaiolo francese, magari della loira.
dopo, però, apre bocca.
parla come una mitragliatrice e dice le parolacce.
se ti dà del bastardo è perché gli piaci.
se di uno dice che è un figlio di puttana, è probabile che gli voglia bene.
a uno.
ascolta tutti, ma poi fa il cazzo che vuole.
è anarchico nipote di anarchici.
il suo grignolino da vigne del ’39 si chiama anarchico.
si aggira per i tavoli, racconta aneddoti, ti versa un altro calice di barbera.
non è un vignaiolo sprovveduto o improvvisato. ha studiato e si sente, ascoltando e bevendo.
i suoi vini sono strani, ma sono fatti bene. per essere bevuti.
anche quando rifermentano in bottiglia, anche quando non svolgono tutti gli zuccheri, anche quando non ne vogliono sapere di malolattica, restano puliti.
sono vini anarchici. anche loro, come silvio, fanno il cazzo che vogliono. ma lo fanno con uno stile.
possono essere buoni o dimenticabili, eppure sono, indiscutibilmente, i suoi vini.
ieri sera silvio morando, che non conoscevo, mi è piaciuto.

il brunello e la bellezza.

IMG_20171219_205319

cose che si possono imparare in una serata con francesca e marino:
– che tra fare un vino ed ottenerlo c’è differenza, ma giudicare chi non la pensa come noi non è mai giusto;
– che l’eterogenesi è una buona filosofia di vita;
– che è pericoloso andare a montalcino passando da torrenieri o da buonconvento, ché rischi di innamorarti di quel paese che ti appare all’improvviso, da lontano. se ne sta lassù in cima, lo vedi e ti sta aspettando. non incombe, non ti mette fretta;
– che il brunello è unico, ma il terreno di montalcino è estremamente vario. che il genio a montalcino è il territorio e i viticoltori devono farsene interpreti;
– che montalcino se ne sta immersa in una macchia mediterranea piena zeppa di lecci, da cui il nome: monte dei lecci;
– che nessuno può ergersi su un pulpito per dire cosa è e cosa non è brunello, che a montalcino c’è tanto da assaggiare e che ognuno si faccia la sua idea, liberamente;
– che i motivi per non lavorare né potare otto viti, legando ognuna a un palo e lasciando che cresca in verticale, sono due: il primo è che sopra il metro e quaranta i caprioli non arrivano a mangiare i grappoli, il secondo è che così facendo si può impiegare il tempo in qualcosa di diverso dal lavorare;
– che tutto finisce. anche la cultura del brunello può finire. tutto tranne il paesaggio. il paesaggio non finisce e montalcino è un paesaggio;
– che nella vita la fortuna, anche quella di trovarsi a chiamare casa un luogo dove non si è nati, la fortuna, dicevo, esiste.

IMG_20171219_211514

[molo di lilith, torino, 19 dicembre 2017. francesca padovani di fonterenza, marino colleoni di podere santa maria: montalcinesi].

IMG_20171219_224705

e buon natale a tutti.
[laico, di corsa].

la gratitudine.

qualche settimana fa ci ha lasciati severino cesari.
chi era.
di mestiere faceva l’editor ed era uno di quelli bravi, quelli che fanno sì che certi scrittori mediocri appaiano quasi bravi ai lettori.
[che certi scrittori bravi appaiano bravissimi ai lettori].
non lo conoscevo. avevo letto di lui e da lui cose stimolanti. mi hanno colpito i ricordi pubblicati dai molti con i quali aveva lavorato o che sono stati, semplicemente, suoi amici. li ho letti con attenzione e ci ho pensato su. io, che vivo la contraddizione perenne tra l’attrazione per l’umano e la repulsione verso l’umanità.
più di tutti, e qui vengo al punto, mi ha fatto riflettere tommaso pincio, ineffabile scrittore romano che ha scelto di presentarsi ai suoi lettori con uno pseudonimo, analogo a quello di un noto scrittore americano.
[non conosco nemmeno lui, di corsa].
pincio ha ricordato un incontro avvenuto tempo addietro a roma.
cesari è già malato. in un mercatino ha comprato dei libri letti. troppi perché sia in grado di trasportarli fino a casa. pincio lo accompagna portando le sue sporte cariche e i due si allontanano insieme. chiacchierano.
scrive pincio:
“Io portavo le buste pesanti, lui procedeva lentamente, ma quello debole ero io, non lui”.
è una frase già sentita in casi come questo. ma qui l’ammirazione per la forza d’animo di chi si avvia serenamente verso la morte diventa pretesto per una riflessione ammirata sulla vita.
“[…] con quale spirito affrontava la prova della malattia, che per lui non era affatto una prova. Quando me ne parlò la prima volta la definì un’opportunità e da come ne parlò sembrava perfino grato. Mai sarei stato capace di parlare in quel modo. Per questo il debole ero io: perché io sono uno che maledice il mondo per infinitamente meno, come tanti”.
lo facciamo tutti. bestemmiamo per un semaforo che non scatta al verde o per un laccio di scarpe che si spezza, per un figlio che torna a casa alle cinque del mattino di soppiatto o per la meschinità di un cliente.
“Ma Severino non era uno come tanti e non parlava di opportunità per farsi coraggio, per autoconvincersi. Parlava di opportunità e con un sentimento di gratitudine perché quello era il suo modo naturale di porsi di fronte a qualsiasi cosa, a cominciare dai libri. Per lui fare l’editore significava soprattutto ascoltare e ogni volta che ascoltava, ogni volta che la sua attenzione si soffermava su un dettaglio, veniva colto da uno stupore grato”.
alla fine moriamo tutti. però vivere conta. conta tanto. chi ha avuto modo di leggere le parole di cesari su fb, anche quando parla del tumore che lo aveva colpito, non può non riconoscere ed identificare la gratitudine e lo stupore di cui dice pincio.
“C’è forse un modo migliore di vivere la propria vita? Spesso quando pensiamo alla felicità, ci immaginiamo momenti di spensieratezza, di puro godimento, di riparo da qualunque problema o angoscia o delusione. Ma se guardiamo negli occhi questa cosa che chiamiamo felicità, ci rendiamo conto che i momenti in cui siamo davvero felici sono quelli in cui siamo grati per qualcosa, perché quando si è davvero felici è impossibile non sentirsi anche grati. Severino viveva costantamente in questo stato di stupore per la meraviglia del mondo e sentirsi grato era perciò il più naturale dei sentimenti per lui. Io non sarò mai capace di tanto, ma posso almeno essere grato a Severino per avermi mostrato qual è la strada”.

vinitaly2017: il padiglione otto [ho baciato fulvio bressan]

“Some years ago—never mind how long precisely—having little or no money in my purse, and nothing particular to interest me on shore, I thought I would sail about a little and see the watery part of the world. It is a way I have of driving off the spleen and regulating the circulation”.

funziona più o meno così, anche in assenza di mare. per regolare i disturbi della circolazione. o della malinconia, se si vuole.
[ma anche, e valga da contorto sinonimo, per soddisfare il bisogno di nocazzofacere].
avevo pensato di iniziare il viaggio dirigendomi, sabato, verso villa favorita o cerea. vinitaly si inaugura il giorno dopo. per motivi diversi sono solo e l’idea di andare in giro per il veneto da solo in auto per una volta mi sembra stupida. [non che io abbia qualcosa contro lo stare da soli. sono pur sempre un orso].
con l’albergo a peschiera già prenotato, mi dico: vattene al lago, sabato ci sarà il sole.

il treno è una soluzione comoda. ho la stazione a un chilometro in linea d’aria da casa. ci arrivo a piedi. mi siedo nella prenotata poltroncina. leggo. ascolto musica. penso ai casi miei. guardo di nascosto gli altri passeggeri.
il libro è una raccolta di racconti mediocri di uno scrittore italiano. troppo mediocri, scritti troppo male. passo alla musica, con le cuffie nelle orecchie e l’attenzione suddivisa tra le note [nuovi standard della musica: ordinary people], il compulsivo accavallamento di cosce della mia dirimpettaia [le calze, signora mia. aprile non è ancora il tempo degli shorts senza calze] e il paesaggio che scivola via sul finestrino.
un rapido cambio a milano, dove constato che la prima e la seconda classe di trenord sono la stessa cosa con colori diversi, e scendo a peschiera. è ora di pranzo, c’è il sole e un panino al baccalà mi aspetta. me ne aveva parlato diego. non ricordava il nome del locale. un posto piccolo, diceva, sulla strada, dove ci sono le fortificazioni, ci dovrebbero essere dei salumi appesi.
cerco, con il trolley al seguito, benedicendo mentalmente il preistorico inventore della ruota. cerco, giro, non trovo, cerco. ecco. salumi. trovo. chiedo. sì, lo facciamo. sì, è buono. sì, di molto.

da lì per arrivare all’albergo ci sono un paio di chilometri. cammino lungolago, scatto qualche foto. la giornata è ideale, per cui mi dico che lascerò i bagagli in camera e uscirò subito a fare un giro.
mi dico.
dopo breve abluzione, mi butto sul letto per almeno un’ora.
riprendo a girovagare, totalmente rincoglionito, solo a metà pomeriggio. aspetto il tramonto seduto al tavolo di una birreria, all’aperto. abbandonati i mediocri racconti, attacco un romanzo americano con l’appropriata parola solitudine nel titolo.
leggo. bevo una media. fredda e bionda.

IMG_0846_risultato

ecco.
questo l’umore del sabato. poi arriva la domenica.
per il vinitaly preparo sempre un programma. ogni anno scelgo un filo conduttore o due per la visita, segnandomi nome e coordinate fieristiche di quanto mi interessa. lo faccio per risparmiare tempo. quest’anno il tema è toscano: brunello di montalcino e vernaccia di san gimignano. quest’anno, come ogni anno, il programma se ne va a fanciulle di facili costumi.
l’errore è stato quello di entrare quasi subito nel padiglione 8. non ne sono più uscito.
nel padiglione 8 c’è il vivit e c’è la fivi. banchetti piccolissimi in poco spazio, niente mega-stand. ma sono tanti. una densità umana che, insieme ai visitatori, raggiunge livelli da delirio omicida.

in questi giorni pre-pasquali gli eventi principali del vino in italia sono: vinitaly, villa favorita, cerea [c’è anche summa, ma è cosa diversa].
a villa favorita e a cerea ci sono i vignaioli naturali, a verona c’è un po’ di tutto. la differenza principale tra le prime due e la terza, io credo, è lo scopo che porta un produttore a scegliere dove esporre la sua mercanzia. quella di verona è una fiera con dichiarati intenti commerciali. ci si viene per fare contratti. per incontrare distributori, importatori, agenti. a villa favorita e a cerea il pubblico è per lo più un altro.
quest’anno, al diavolo il programma, devo curare quel problema di circolazione.
due giorni nel padiglione 8 e pazienza per vernaccia e brunello.
me li segno per l’anno prossimo.

a seguire qualche breve impressione. fugace e magari fallace, ché assaggiare in piedi questo mi permette e va bene così.
mi sono piaciuti tanti vini. davvero, mi sono stupito io per primo. non li citerò tutti.
ho girato con una macchina fotografica che non sapevo [non so] usare, prestatami dal primogenito [la mia era ferma ai box con problemi di sensore sporco e di obiettivo in blocco]. domenica con giacomo, lunedì per lo più da solo e poi con monica, angelone ed elisa.

il giallo di costa, timorasso macerato novanta giorni, dell’annata 2012 è uno dei migliori giallo di costa di daniele ricci. forse il migliore, ci devo pensare. lo devo ribere. più volte.

la caratteristica che apprezzo maggiormente dei vini di caves de pyrene è che sembrano provenire tutti da una stessa cantina. meglio, definiscono il gusto di chi li ha scelti, come se si trattasse di una singola persona. non so spiegarlo razionalmente, è un assioma che accetto. ed è per questo motivo che sono costretto a bere tutto quello che hanno portato a verona.
il loro slogan è sempre lo stesso, bello e condivisibile: less is more. ritrovo la abituale comunicazione ironica e intelligente [ricordate le filastrocche di sara porro?], quest’anno ispirata ai regimi comunisti [bellissima la bandiera con la scritta: la tierra es de quien la trabaja]. giada mi regala una spilla dove a lenin è sostituito il profilo di bucci: buccin. la metto subito.
innanzitutto le bolle. la prima è una inconsueta boule de roche di thierry germain, per il 95% chenin e per il resto cabernet franc. un gradino sopra, che ve lo dico a fare, stanno gli champagne. sul podio l’audace, brut nature di chardonnay e pinot nero, e il grain de celles [50% pinot nero e 25% a testa per chardonnay e pinot bianco], entrambi di pierre gerbais. senza dimenticare il granitico grand cru di marguet [2009].
l’evidenzia 2015 di clos lapiere, vino del jura composto di gros e petit manseng più un terzo vitigno che citerei volentieri se scrivessi con una calligrafia decifrabile.
le clos de tue’ boeuf 2015, forse il primo pineau d’aunis veramente buono tra quelli assaggiati finora.
il morgon cote du py 2015 di follard.
chiedo, ormai obnubilato dai fumi alcolici, cose che in realtà so già.
i produttori si lamentano perché devono sopportare domande stupide. vorrei vedere loro ad assaggiare cento vini in un giorno dicendo e chiedendo sempre e solo cose sensate.
– che rapporto avete con il vino naturale?
– naturale? e che significa? dovrei stare 365 giorni da te per controllare tutto quello che fai? i parametri del vino per me sono due: tipicità e digeribilità.

ecco gino in giro [yuck] con le stampelle.
come hai fatto a spaccarti, così e cosà e, insomma, sono cose che capitano.
– allora in bocca al lupo.
– crepi il lupo!
– si dice: viva il lupo.
– ma chissel’incula il lupo!

due pinot neri toscani che riconciliano con le tante interpretazioni fuori quadro in cui capita di imbattersi troppo spesso lungo la penisola.
il primo è quello che vincenzo tommasi produce nel suo podere della civettaja. un 2014. versione più scarica del solito, da annata frescolina. vale comunque e sempre la pena.
l’altro è il cuna, del podere santa felicita. questa volta 2013. stessa zona di produzione del civettaja, annata molto più equilibrata.

enrico togni, al banco con cinzia, mi placca mentre sto andando da bohnonmiricordo.
conosco bene i suoi rossi, nulla sapevo della bolla di barbera: ha fatto un metodo classico e lo ha chiamato attaccabrighe. millesimo 2014, 24 mesi sui lieviti.
poi il suo rosato, martina (2016), da uva erbanno, fresco e godibile.
andrà in commercio il 18 ottobre, che è il compleanno di martina.
mi ricorderò di farle gli auguri?

guido corino sorride sempre. è seduto al banco insieme alla sorella e pure lei sorride. assaggio nebbiolo e barbera, singolarmente o in blend. i vini di case corini, questo il nome dell’azienda, sono sempre spiazzanti.
– mi sembra di sentire un certo… residuo?
– può esserci.
vini imperfetti che apprezzo proprio per questo. mi danno uno spunto in più, anche in termini di vitalità, e restano bevibili. scelgo l’achille 2015, nebbiolo e barbera in parti uguali, equilibrato con un alcol che sa stare al suo posto.

in mezzo a tanti vini naturali l’organizzazione ha pensato di rifornire gli espositori con panini che sembrano [e forse sono] di plastica.

giulio armani è un uomo arguto. di lui non si può dire che abbia paura dell’acetica. direi, anzi, che è un tratto distintivo del suo operare. c’è chi storce il naso e anche io ho avuto qualche difficoltà con certe annate.
tuttavia.
la macchiona 2006 è un gran bere, una festa. tra quelle assaggiate [2002 e 2009] è la mia preferita.
poi l’ageno, bianco macerato da malvasia di candia, ortrugo e trebbiano. il 2010 è in stato di grazia. fresco, esuberante sia al naso che in bocca. profumi molto eleganti, con note aromatiche e di piante mediterranee e di frutta secca.

marilena barbera è sempre bella, anche per merito del suo parrucchiere parmense [per gli ortopedici, invece, da menfi preferisce spostarsi a varese]. ma qui non siano a un concorso, sotto con i vini.
la bambina 2016, rosato di nero d’avola: bevuto anche questo. [e sono due. che mai più si dica che li salto].
arémi 2015, catarratto superiore macerato [una settimana]. dopo la svinatura termina la fermentazione e poi riposa sulle fecce per tredici mesi.
ammàno #4 [2016] è vinificato in modo simile, ma in tonneau e non in acciaio. è uno zibibbo secco. ha fatto la malolattica, a differenza del #3 [annata 2015].
[n.d.a.: riassaggiato poche sere fa in altra sede da bottiglie non in commercio, quelle con le fecce, il #4 è risultato non buono: deppiù].
per ultimo il microcosmo, perricone dell’annata 2014, da terreni argillosi. [“il perricone è un vino di creta”. altrove, dove le argile sono rosse, viene chiamato pignatello, prendendo il nome dalle pentole di terracotta: le pignatte]. assaggiato in doppia versione, una dalla bottiglia [non a canna] e l’altra da un bicchiere aperto al mattino e lasciato respirare fino al pomeriggio. differenza impressionante tutta a favore del secondo.

alto, capello pettinato all’indietro, ingrassato [anche il capello], barba, abito, camicia chiara, sigaretta elettronica in mano.
in un anno morichetti è passato da attore porno anni ’80 a produttore di film hard.
lo capisco. si fatica di meno, si guadagna di più.
due chiacchiere sullo stato del mercato del vino on-line e mentre siamo lì sopraggiungono altri intravinici: pietro, fiorenzo, giovanni e sara, l’unica che ancora non conoscevo di persona.

terre di pietra. c’è una garganega senza etichetta. poche bottiglie da una selezione, viificata a grappolo intero, alla quale stava lavorando laura.
non la ho conosciuta, sento parlare di lei da tanti e sono solo parole belle.
a pennarello sulla bottiglia c’è scritto L/0. ho saputo poi che quello è il nome dato al vino: elle zero.
tutto molto ben fatto, rossi notevoli. il valpolicella superiore classico mesal 2012 e così pure l’amarone classico rosson 2010.
mi innamoro del vigna del peste 2014, valpolicella superiore [in cemento].

da san biagio vecchio c’è il sorriso luminoso di lucia [il sorriso lucinoso. ahem], produttrice insieme ad andrea non solo di vino: dal loro gentilrosso, varietà di grano antico la cui bontà è inversamente proporzionale alla produttività, ottengono una farina che, posso testimoniarlo, dà ottimi risultati anche in panificazione.
l’albana di romagna è vitigno che si fa strada, ne incontro sempre di nuovi. qui assaggio la versione 2015 del sabbia gialla, così detto perché la sabbia su cui crescono le trentennali viti è di quel particolare e inusuale colore. ce ne è un campione sul tavolo. selezione massale e tre passaggi vendemmiali, per assecondare tre diversi momenti di maturazione dell’uva. gran bella beva, con sentori di pesca e di miele e con una mineralità, manco a dirlo, sabbiosa.
in zona, grazie sicuramente anche al tipo di terreno, ci sono ancora vigne a piede franco. lucia mi parla di un paio di filari gestiti da don antonio, il parroco.
anche qui lavorano molto bene. ottimo il sangiovese oriolo 2013. mi incuriosisce il montetarbato 2016 [campione], fatto con uve centesimino, delle quali fino ad oggi non conoscevo l’esistenza. molto floreale, quasi aromatico.

saluto andrea occhipinti e provo un paio di campioni [tra i quali un promettente alter alea 2016, bianco bevuto qualche volta e che mi era piaciuto un mese fa nella versione 2015] e passo a damiano ciolli, suo vicino di fivi.
avevo scritto del mio recente interessamento per i vini laziali. beh, li apprezzo sempre di più.
bellissima la maglietta di damiano, con il cavernicolo clavomunito e la scritta cesanese rules.
due vini. il silene 2015, da piante giovani, al solito è bevibile ed elegante. il cirsium 2013 spacca, come avrebbe detto mia nonna. da una vigna piantata nel 1953 “a conocchia”, sistema di allevamento ora abbandonato [le viti a conocchia possono ricordare le tende degli indiani di tex willer], perché troppo faticosa è la lavorazione. un anno di botte grande e un anno e mezzo di bottiglia.
– ma fino al 2009 usavo barrique. ogni anno cambio.

da poggio delle grazie vado ad assaggiare il loro bardolino, consigliato dal venerabile fabio rizzari prima sulle pagine dell’internet e poi nel libro vini da scoprire. fresco, salato, vivo, di bel corpo, non stanca, è molto buono, costa poco.
tornato a casa ne ho presto ordinata una cassa.

poi.

camillo favaro. i suoi erbaluce sempre buoni, ce ne è una piccola carrellata. promette benissimo il le chiusure 2016 [campione]. conferme dalla freisa F2 2015, che avevo assaggiato con gusto a settembre 2016.
e finalmente provo il rossomeraviglia. syrah 2015.
– perché si chiama rossomeraviglia?
– [censuracensuracensura]
– ah, ecco!

c’è corrado dottori al banco de la distesa. ci salutiamo ma questo non è posto per parlare di politica. quindi assaggio tutto.
terre silvate 2016 [campione], verdicchio “con quota confidenziale di trebbiano”, si conferma ogni anno. qualche volta più corposo, qualche altra più leggero, sempre buono.
gli eremi 2015 è di nuovo una bellezza. avevo trovato un po’ sottotono il 2014, dopo l’esplosione rappresentata dal 2013. qui il livello è di nuovo altissimo: mineralità, freschezza, pienezza, lunghezza del gusto.
forse il complimento migliore che posso fare a corrado è questo: i suoi vini seguono sempre l’annata.

un salto veloce da guido e igiea di tenuta grillo per un saluto e due assaggi. monica, che mi accompagna si attacca subito con guido. uno spasso, due belle persone di carattere.
intanto il cortese macerato baccabianca 2010 mi piace un granbelpo’.

analogo granbelpo’ per un vino diversissimo: il fieno di ponza 2016 di antiche cantine migliaccio. fiori e sale, sale e fiori. una goduria al cui papà, l’enologo vincenzo mercurio, posso finalmente stringere la mano.

non c’è vinitaly senza rizzi.
ripeto cose già dette, sono di parte. però i barbaresco di enrico & jole sono tra i tre o quattro che preferisco fin da quando li ho conosciuti.
top della degustazione il nervo 2014 [e pure il 2013] e la riserva boito 2011.

corri corri, chiudono la fiera.

da vietti c’è luca. cinque barolo 2013 [e un barbaresco, il masseria, che esce in commercio insieme ai cugini, medesima annata: mi è piaciuto molto] che non andrebbero bevuti di fretta, ma tant’è.
la serie è: castiglione, brunate, lazzarito, ravera, rocche di castiglione
– è un’annata accademica. non voglio dire grande, ma è un’annata che dà significato ai terroir.
luca nega la premeditazione, ma è stato bravo a proporre una sequenza dei vini in progressione, che conferma le sue parole esaltando, anche per contrasti, le differenze tra le vigne.
chiude con il rocche, probabilmente il vino più buono della batteria, il più equilibrato, almeno in questo momento.
dice monica:
– rocche è sempre equilibrato. è come un ragazzino nobile che esce, elegante, con la sua giacchetta.

mentre mi avvio all’uscita realizzo che per la prima volta in tanti anni a verona l’ultimo assaggio della giornata non è stato al banco di san giusto a rentennano.
fu la folgorazione del mio primo vinitaly.
ripenso a tutti i consigli che non sono riuscito a seguire oggi, faccio una telefonata di ringrazio. esco. in stazione vado a piedi. la calca delle navette non mi piace e, sopratutto, camminare mi aiuta a riprendere coscienza dell’esistenza di un mondo esterno.
per il treno c’è tempo. perso il percarlo, non mi pare il caso di perpetuare anche l’altra tradizione veronese: mcdonald’s in stazione con contorno di bruciore di stomaco fritto nel suo grasso.
vago nei dintorni alla ricerca di non so nemmeno io cosa.
mi salva la vita damiano ciolli.
lo incrocio sulla strada verso il suo albergo. mi indirizza in un locale/bar/vineria/paninoteca che ha prodotti di qualità.
vigliacco se mi ricordo come si chiama.
mi faccio due panini. pane discreto ma migliorabile, salumi da serie a. coppa, mortadella e necessaria birra di accompagno.
il treno mi aspetta, ci dormirò bene.

e bressan?
da bressan vado la domenica e fulvio non c’è. faccio qualche domanda cretina alla moglie jelena:
– servite i bianchi a temperatura ambiente per scelta o non vi hanno dato il ghiaccio?
– no, vanno bevuti così. non è una scelta, ma una necessità.
verduzzo 2013 è, al solito, vino da prendere.
intanto arriva fulvio.
schioppettino [2011] sempre molto buono. anzi buonissimo. vero è che non ricordo uno schioppettino di bressan che fosse meno che buono.
il pignol 2003.
frutta matura, anche macerata, tabacco, cioccolato al latte, cenere, carruba, spezie, cazzi e mazzi. tanti profumi terziari che si rincorrono senza sudare, senza stancarsi, senza lamentarsi. nel bicchiere il vino ha un colore che è proprio mattone. lo fisso e mi chiedo se mi sta prendendo per q.
forse sì: in bocca la freschezza è insospettabile, la persistenza è eterna. se volessi fare lo stronzo direi che l’alcol straborda un poco. ma chissenefrega dell’alcol.
vino sbalorditivo.
– come può essere così fresco dopo quattordici anni?
– sono le viti, hanno 60 anni. non abbiamo irrigato nonostante il caldo.
ho ringraziato fulvio baciandolo.
ma non pensate male.
mica sulla bocca.

[non per spaventare. tuttavia. se vi siete sciroppati tutto il pezzo e siete arrivati in fondo, avete qualche problema. serio.
ancora peggio se volete pure vedere le foto. comunque qualcuna la potete trovare qui. o anche qui. e pure qui].