vinitaly2017: il padiglione otto [ho baciato fulvio bressan]

“Some years ago—never mind how long precisely—having little or no money in my purse, and nothing particular to interest me on shore, I thought I would sail about a little and see the watery part of the world. It is a way I have of driving off the spleen and regulating the circulation”.

funziona più o meno così, anche in assenza di mare. per regolare i disturbi della circolazione. o della malinconia, se si vuole.
[ma anche, e valga da contorto sinonimo, per soddisfare il bisogno di nocazzofacere].
avevo pensato di iniziare il viaggio dirigendomi, sabato, verso villa favorita o cerea. vinitaly si inaugura il giorno dopo. per motivi diversi sono solo e l’idea di andare in giro per il veneto da solo in auto per una volta mi sembra stupida. [non che io abbia qualcosa contro lo stare da soli. sono pur sempre un orso].
con l’albergo a peschiera già prenotato, mi dico: vattene al lago, sabato ci sarà il sole.

il treno è una soluzione comoda. ho la stazione a un chilometro in linea d’aria da casa. ci arrivo a piedi. mi siedo nella prenotata poltroncina. leggo. ascolto musica. penso ai casi miei. guardo di nascosto gli altri passeggeri.
il libro è una raccolta di racconti mediocri di uno scrittore italiano. troppo mediocri, scritti troppo male. passo alla musica, con le cuffie nelle orecchie e l’attenzione suddivisa tra le note [nuovi standard della musica: ordinary people], il compulsivo accavallamento di cosce della mia dirimpettaia [le calze, signora mia. aprile non è ancora il tempo degli shorts senza calze] e il paesaggio che scivola via sul finestrino.
un rapido cambio a milano, dove constato che la prima e la seconda classe di trenord sono la stessa cosa con colori diversi, e scendo a peschiera. è ora di pranzo, c’è il sole e un panino al baccalà mi aspetta. me ne aveva parlato diego. non ricordava il nome del locale. un posto piccolo, diceva, sulla strada, dove ci sono le fortificazioni, ci dovrebbero essere dei salumi appesi.
cerco, con il trolley al seguito, benedicendo mentalmente il preistorico inventore della ruota. cerco, giro, non trovo, cerco. ecco. salumi. trovo. chiedo. sì, lo facciamo. sì, è buono. sì, di molto.

da lì per arrivare all’albergo ci sono un paio di chilometri. cammino lungolago, scatto qualche foto. la giornata è ideale, per cui mi dico che lascerò i bagagli in camera e uscirò subito a fare un giro.
mi dico.
dopo breve abluzione, mi butto sul letto per almeno un’ora.
riprendo a girovagare, totalmente rincoglionito, solo a metà pomeriggio. aspetto il tramonto seduto al tavolo di una birreria, all’aperto. abbandonati i mediocri racconti, attacco un romanzo americano con l’appropriata parola solitudine nel titolo.
leggo. bevo una media. fredda e bionda.

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ecco.
questo l’umore del sabato. poi arriva la domenica.
per il vinitaly preparo sempre un programma. ogni anno scelgo un filo conduttore o due per la visita, segnandomi nome e coordinate fieristiche di quanto mi interessa. lo faccio per risparmiare tempo. quest’anno il tema è toscano: brunello di montalcino e vernaccia di san gimignano. quest’anno, come ogni anno, il programma se ne va a fanciulle di facili costumi.
l’errore è stato quello di entrare quasi subito nel padiglione 8. non ne sono più uscito.
nel padiglione 8 c’è il vivit e c’è la fivi. banchetti piccolissimi in poco spazio, niente mega-stand. ma sono tanti. una densità umana che, insieme ai visitatori, raggiunge livelli da delirio omicida.

in questi giorni pre-pasquali gli eventi principali del vino in italia sono: vinitaly, villa favorita, cerea [c’è anche summa, ma è cosa diversa].
a villa favorita e a cerea ci sono i vignaioli naturali, a verona c’è un po’ di tutto. la differenza principale tra le prime due e la terza, io credo, è lo scopo che porta un produttore a scegliere dove esporre la sua mercanzia. quella di verona è una fiera con dichiarati intenti commerciali. ci si viene per fare contratti. per incontrare distributori, importatori, agenti. a villa favorita e a cerea il pubblico è per lo più un altro.
quest’anno, al diavolo il programma, devo curare quel problema di circolazione.
due giorni nel padiglione 8 e pazienza per vernaccia e brunello.
me li segno per l’anno prossimo.

a seguire qualche breve impressione. fugace e magari fallace, ché assaggiare in piedi questo mi permette e va bene così.
mi sono piaciuti tanti vini. davvero, mi sono stupito io per primo. non li citerò tutti.
ho girato con una macchina fotografica che non sapevo [non so] usare, prestatami dal primogenito [la mia era ferma ai box con problemi di sensore sporco e di obiettivo in blocco]. domenica con giacomo, lunedì per lo più da solo e poi con monica, angelone ed elisa.

il giallo di costa, timorasso macerato novanta giorni, dell’annata 2012 è uno dei migliori giallo di costa di daniele ricci. forse il migliore, ci devo pensare. lo devo ribere. più volte.

la caratteristica che apprezzo maggiormente dei vini di caves de pyrene è che sembrano provenire tutti da una stessa cantina. meglio, definiscono il gusto di chi li ha scelti, come se si trattasse di una singola persona. non so spiegarlo razionalmente, è un assioma che accetto. ed è per questo motivo che sono costretto a bere tutto quello che hanno portato a verona.
il loro slogan è sempre lo stesso, bello e condivisibile: less is more. ritrovo la abituale comunicazione ironica e intelligente [ricordate le filastrocche di sara porro?], quest’anno ispirata ai regimi comunisti [bellissima la bandiera con la scritta: la tierra es de quien la trabaja]. giada mi regala una spilla dove a lenin è sostituito il profilo di bucci: buccin. la metto subito.
innanzitutto le bolle. la prima è una inconsueta boule de roche di thierry germain, per il 95% chenin e per il resto cabernet franc. un gradino sopra, che ve lo dico a fare, stanno gli champagne. sul podio l’audace, brut nature di chardonnay e pinot nero, e il grain de celles [50% pinot nero e 25% a testa per chardonnay e pinot bianco], entrambi di pierre gerbais. senza dimenticare il granitico grand cru di marguet [2009].
l’evidenzia 2015 di clos lapiere, vino del jura composto di gros e petit manseng più un terzo vitigno che citerei volentieri se scrivessi con una calligrafia decifrabile.
le clos de tue’ boeuf 2015, forse il primo pineau d’aunis veramente buono tra quelli assaggiati finora.
il morgon cote du py 2015 di follard.
chiedo, ormai obnubilato dai fumi alcolici, cose che in realtà so già.
i produttori si lamentano perché devono sopportare domande stupide. vorrei vedere loro ad assaggiare cento vini in un giorno dicendo e chiedendo sempre e solo cose sensate.
– che rapporto avete con il vino naturale?
– naturale? e che significa? dovrei stare 365 giorni da te per controllare tutto quello che fai? i parametri del vino per me sono due: tipicità e digeribilità.

ecco gino in giro [yuck] con le stampelle.
come hai fatto a spaccarti, così e cosà e, insomma, sono cose che capitano.
– allora in bocca al lupo.
– crepi il lupo!
– si dice: viva il lupo.
– ma chissel’incula il lupo!

due pinot neri toscani che riconciliano con le tante interpretazioni fuori quadro in cui capita di imbattersi troppo spesso lungo la penisola.
il primo è quello che vincenzo tommasi produce nel suo podere della civettaja. un 2014. versione più scarica del solito, da annata frescolina. vale comunque e sempre la pena.
l’altro è il cuna, del podere santa felicita. questa volta 2013. stessa zona di produzione del civettaja, annata molto più equilibrata.

enrico togni, al banco con cinzia, mi placca mentre sto andando da bohnonmiricordo.
conosco bene i suoi rossi, nulla sapevo della bolla di barbera: ha fatto un metodo classico e lo ha chiamato attaccabrighe. millesimo 2014, 24 mesi sui lieviti.
poi il suo rosato, martina (2016), da uva erbanno, fresco e godibile.
andrà in commercio il 18 ottobre, che è il compleanno di martina.
mi ricorderò di farle gli auguri?

guido corino sorride sempre. è seduto al banco insieme alla sorella e pure lei sorride. assaggio nebbiolo e barbera, singolarmente o in blend. i vini di case corini, questo il nome dell’azienda, sono sempre spiazzanti.
– mi sembra di sentire un certo… residuo?
– può esserci.
vini imperfetti che apprezzo proprio per questo. mi danno uno spunto in più, anche in termini di vitalità, e restano bevibili. scelgo l’achille 2015, nebbiolo e barbera in parti uguali, equilibrato con un alcol che sa stare al suo posto.

in mezzo a tanti vini naturali l’organizzazione ha pensato di rifornire gli espositori con panini che sembrano [e forse sono] di plastica.

giulio armani è un uomo arguto. di lui non si può dire che abbia paura dell’acetica. direi, anzi, che è un tratto distintivo del suo operare. c’è chi storce il naso e anche io ho avuto qualche difficoltà con certe annate.
tuttavia.
la macchiona 2006 è un gran bere, una festa. tra quelle assaggiate [2002 e 2009] è la mia preferita.
poi l’ageno, bianco macerato da malvasia di candia, ortrugo e trebbiano. il 2010 è in stato di grazia. fresco, esuberante sia al naso che in bocca. profumi molto eleganti, con note aromatiche e di piante mediterranee e di frutta secca.

marilena barbera è sempre bella, anche per merito del suo parrucchiere parmense [per gli ortopedici, invece, da menfi preferisce spostarsi a varese]. ma qui non siano a un concorso, sotto con i vini.
la bambina 2016, rosato di nero d’avola: bevuto anche questo. [e sono due. che mai più si dica che li salto].
arémi 2015, catarratto superiore macerato [una settimana]. dopo la svinatura termina la fermentazione e poi riposa sulle fecce per tredici mesi.
ammàno #4 [2016] è vinificato in modo simile, ma in tonneau e non in acciaio. è uno zibibbo secco. ha fatto la malolattica, a differenza del #3 [annata 2015].
[n.d.a.: riassaggiato poche sere fa in altra sede da bottiglie non in commercio, quelle con le fecce, il #4 è risultato non buono: deppiù].
per ultimo il microcosmo, perricone dell’annata 2014, da terreni argillosi. [“il perricone è un vino di creta”. altrove, dove le argile sono rosse, viene chiamato pignatello, prendendo il nome dalle pentole di terracotta: le pignatte]. assaggiato in doppia versione, una dalla bottiglia [non a canna] e l’altra da un bicchiere aperto al mattino e lasciato respirare fino al pomeriggio. differenza impressionante tutta a favore del secondo.

alto, capello pettinato all’indietro, ingrassato [anche il capello], barba, abito, camicia chiara, sigaretta elettronica in mano.
in un anno morichetti è passato da attore porno anni ’80 a produttore di film hard.
lo capisco. si fatica di meno, si guadagna di più.
due chiacchiere sullo stato del mercato del vino on-line e mentre siamo lì sopraggiungono altri intravinici: pietro, fiorenzo, giovanni e sara, l’unica che ancora non conoscevo di persona.

terre di pietra. c’è una garganega senza etichetta. poche bottiglie da una selezione, viificata a grappolo intero, alla quale stava lavorando laura.
non la ho conosciuta, sento parlare di lei da tanti e sono solo parole belle.
a pennarello sulla bottiglia c’è scritto L/0. ho saputo poi che quello è il nome dato al vino: elle zero.
tutto molto ben fatto, rossi notevoli. il valpolicella superiore classico mesal 2012 e così pure l’amarone classico rosson 2010.
mi innamoro del vigna del peste 2014, valpolicella superiore [in cemento].

da san biagio vecchio c’è il sorriso luminoso di lucia [il sorriso lucinoso. ahem], produttrice insieme ad andrea non solo di vino: dal loro gentilrosso, varietà di grano antico la cui bontà è inversamente proporzionale alla produttività, ottengono una farina che, posso testimoniarlo, dà ottimi risultati anche in panificazione.
l’albana di romagna è vitigno che si fa strada, ne incontro sempre di nuovi. qui assaggio la versione 2015 del sabbia gialla, così detto perché la sabbia su cui crescono le trentennali viti è di quel particolare e inusuale colore. ce ne è un campione sul tavolo. selezione massale e tre passaggi vendemmiali, per assecondare tre diversi momenti di maturazione dell’uva. gran bella beva, con sentori di pesca e di miele e con una mineralità, manco a dirlo, sabbiosa.
in zona, grazie sicuramente anche al tipo di terreno, ci sono ancora vigne a piede franco. lucia mi parla di un paio di filari gestiti da don antonio, il parroco.
anche qui lavorano molto bene. ottimo il sangiovese oriolo 2013. mi incuriosisce il montetarbato 2016 [campione], fatto con uve centesimino, delle quali fino ad oggi non conoscevo l’esistenza. molto floreale, quasi aromatico.

saluto andrea occhipinti e provo un paio di campioni [tra i quali un promettente alter alea 2016, bianco bevuto qualche volta e che mi era piaciuto un mese fa nella versione 2015] e passo a damiano ciolli, suo vicino di fivi.
avevo scritto del mio recente interessamento per i vini laziali. beh, li apprezzo sempre di più.
bellissima la maglietta di damiano, con il cavernicolo clavomunito e la scritta cesanese rules.
due vini. il silene 2015, da piante giovani, al solito è bevibile ed elegante. il cirsium 2013 spacca, come avrebbe detto mia nonna. da una vigna piantata nel 1953 “a conocchia”, sistema di allevamento ora abbandonato [le viti a conocchia possono ricordare le tende degli indiani di tex willer], perché troppo faticosa è la lavorazione. un anno di botte grande e un anno e mezzo di bottiglia.
– ma fino al 2009 usavo barrique. ogni anno cambio.

da poggio delle grazie vado ad assaggiare il loro bardolino, consigliato dal venerabile fabio rizzari prima sulle pagine dell’internet e poi nel libro vini da scoprire. fresco, salato, vivo, di bel corpo, non stanca, è molto buono, costa poco.
tornato a casa ne ho presto ordinata una cassa.

poi.

camillo favaro. i suoi erbaluce sempre buoni, ce ne è una piccola carrellata. promette benissimo il le chiusure 2016 [campione]. conferme dalla freisa F2 2015, che avevo assaggiato con gusto a settembre 2016.
e finalmente provo il rossomeraviglia. syrah 2015.
– perché si chiama rossomeraviglia?
– [censuracensuracensura]
– ah, ecco!

c’è corrado dottori al banco de la distesa. ci salutiamo ma questo non è posto per parlare di politica. quindi assaggio tutto.
terre silvate 2016 [campione], verdicchio “con quota confidenziale di trebbiano”, si conferma ogni anno. qualche volta più corposo, qualche altra più leggero, sempre buono.
gli eremi 2015 è di nuovo una bellezza. avevo trovato un po’ sottotono il 2014, dopo l’esplosione rappresentata dal 2013. qui il livello è di nuovo altissimo: mineralità, freschezza, pienezza, lunghezza del gusto.
forse il complimento migliore che posso fare a corrado è questo: i suoi vini seguono sempre l’annata.

un salto veloce da guido e igiea di tenuta grillo per un saluto e due assaggi. monica, che mi accompagna si attacca subito con guido. uno spasso, due belle persone di carattere.
intanto il cortese macerato baccabianca 2010 mi piace un granbelpo’.

analogo granbelpo’ per un vino diversissimo: il fieno di ponza 2016 di antiche cantine migliaccio. fiori e sale, sale e fiori. una goduria al cui papà, l’enologo vincenzo mercurio, posso finalmente stringere la mano.

non c’è vinitaly senza rizzi.
ripeto cose già dette, sono di parte. però i barbaresco di enrico & jole sono tra i tre o quattro che preferisco fin da quando li ho conosciuti.
top della degustazione il nervo 2014 [e pure il 2013] e la riserva boito 2011.

corri corri, chiudono la fiera.

da vietti c’è luca. cinque barolo 2013 [e un barbaresco, il masseria, che esce in commercio insieme ai cugini, medesima annata: mi è piaciuto molto] che non andrebbero bevuti di fretta, ma tant’è.
la serie è: castiglione, brunate, lazzarito, ravera, rocche di castiglione
– è un’annata accademica. non voglio dire grande, ma è un’annata che dà significato ai terroir.
luca nega la premeditazione, ma è stato bravo a proporre una sequenza dei vini in progressione, che conferma le sue parole esaltando, anche per contrasti, le differenze tra le vigne.
chiude con il rocche, probabilmente il vino più buono della batteria, il più equilibrato, almeno in questo momento.
dice monica:
– rocche è sempre equilibrato. è come un ragazzino nobile che esce, elegante, con la sua giacchetta.

mentre mi avvio all’uscita realizzo che per la prima volta in tanti anni a verona l’ultimo assaggio della giornata non è stato al banco di san giusto a rentennano.
fu la folgorazione del mio primo vinitaly.
ripenso a tutti i consigli che non sono riuscito a seguire oggi, faccio una telefonata di ringrazio. esco. in stazione vado a piedi. la calca delle navette non mi piace e, sopratutto, camminare mi aiuta a riprendere coscienza dell’esistenza di un mondo esterno.
per il treno c’è tempo. perso il percarlo, non mi pare il caso di perpetuare anche l’altra tradizione veronese: mcdonald’s in stazione con contorno di bruciore di stomaco fritto nel suo grasso.
vago nei dintorni alla ricerca di non so nemmeno io cosa.
mi salva la vita damiano ciolli.
lo incrocio sulla strada verso il suo albergo. mi indirizza in un locale/bar/vineria/paninoteca che ha prodotti di qualità.
vigliacco se mi ricordo come si chiama.
mi faccio due panini. pane discreto ma migliorabile, salumi da serie a. coppa, mortadella e necessaria birra di accompagno.
il treno mi aspetta, ci dormirò bene.

e bressan?
da bressan vado la domenica e fulvio non c’è. faccio qualche domanda cretina alla moglie jelena:
– servite i bianchi a temperatura ambiente per scelta o non vi hanno dato il ghiaccio?
– no, vanno bevuti così. non è una scelta, ma una necessità.
verduzzo 2013 è, al solito, vino da prendere.
intanto arriva fulvio.
schioppettino [2011] sempre molto buono. anzi buonissimo. vero è che non ricordo uno schioppettino di bressan che fosse meno che buono.
il pignol 2003.
frutta matura, anche macerata, tabacco, cioccolato al latte, cenere, carruba, spezie, cazzi e mazzi. tanti profumi terziari che si rincorrono senza sudare, senza stancarsi, senza lamentarsi. nel bicchiere il vino ha un colore che è proprio mattone. lo fisso e mi chiedo se mi sta prendendo per q.
forse sì: in bocca la freschezza è insospettabile, la persistenza è eterna. se volessi fare lo stronzo direi che l’alcol straborda un poco. ma chissenefrega dell’alcol.
vino sbalorditivo.
– come può essere così fresco dopo quattordici anni?
– sono le viti, hanno 60 anni. non abbiamo irrigato nonostante il caldo.
ho ringraziato fulvio baciandolo.
ma non pensate male.
mica sulla bocca.

[non per spaventare. tuttavia. se vi siete sciroppati tutto il pezzo e siete arrivati in fondo, avete qualche problema. serio.
ancora peggio se volete pure vedere le foto. comunque qualcuna la potete trovare qui. o anche qui. e pure qui].

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un’arida stagione bianca – 09.08/25.08.2016.

“welcome to your world”.
è quanto sta scritto su tutti i monitor all’interno del cosobianco dopo l’atterraggio.
al decollo, invece, trasmettevano un video di cosibianchi volanti tra le nuvole, con una voce che recitava un discorso farcito di allah akbar. grazie ai sottotitoli in inglese si capiva che stava chiedendo ad allah di favorire il viaggio.
un po’ come salire su un cosobianco alitalia e sentire il comandante dire: preghiamo il signore che non ci faccia precipitare.
[“bambini, pregate il signore che non ci faccia scoppiare anche l’altra gomma”].

funzione brani casuali del lettore. primo pezzo ascoltato sul cosobianco: china girl.
che c’entra? come sarebbe a dire “che c’entra”?!

l’impressione straniante dell’aereoporto di jedda [che al momento fa cagare forteforte. si attende che finiscano di costruire il nuovo] è data dal gran numero di persone che mi passano davanti senza poterle guardare in viso. donne vestite di nero con abiti che coprono anche gli occhi. se non fossimo a jedda penserei ad una convention di ninja.

qui i lavoratori sono tutti indiani o pakistani.

jedda è l’aereoporto più brutto del mondo. sui sedili della grande sala, dietro di me, si è sdraiata una coppia per provare a dormire. sono occidentali. lei è bionda, stesa su un fianco, mi dà le spalle. la sua camicia [che è una camiciona] è a strisce: bianche, azzurre, gialle, rosse. in ogni striscia c’è una scritta. in brasiliano. [in portoghese].

ogni tanto intercetto con lo sguardo lo sguardo di un ninja.
cosa pensa una donna invisibile, fatta di occhi e cotone?

l’altoparlante schiamazza. starnazza. sembra che stia per esplodere. non si capisce un cazzo, sia per via della lingua sconosciuta, sia per la terribile distorsione del suono prodotta dal volume troppo alto.

tutti gli uomini che entrano nel bagno si lavano i piedi nel lavandino. qualcuno scatarra abbondantemente. tuttavia. tutti quelli che vanno a pisciare, prima di tornare in sala d’attesa si lavano le mani. tutti. proprio come nei nostri autogrill.

scuotendomi dal torpore, scopro troppo tardi che avrei potuto scegliere tra una trentina di film e vederli sullo schermo posto sul sedile di fronte.

le caramelle di saudia sono offerte in monoconfezioni. sembrano schegge levigate di caramelle più grandi. coloratissime, fanno schifo.

la prima alba sul sud africa la vedo di straforo. filtra da un finestrino un po’ discosto, mostrandosi e nascondendosi a secondo delle virate del cosobianco. i colori sono per me nuovi. incredibili.

nei cosibianchi si sta come in ospedale. lì ti svegliano per prenderti la pressione o per darti una pastiglia. qui per la colazione.

tutta la notte al freddo. coperti con la coperta sopra la testa e il cappuccio della felpa e. pensi che vogliano tenerti al freddo per mantenerti tonico e pronto in caso d’incidente, con l’aria gelata che ti arriva in faccia.
invece bastava alzarsi, ruotare la bocchetta, lì in alto, interrompere il getto.

da un cosobianco tanto grosso da farmi balenare immagini di lui che fa un bucone nella pistona, non mi aspettavo un atterraggio tanto morbido.

johannesburg è l’hub che ti aspetti. enorme, pulito, luminoso.
in un bagno c’è un addetto, ovviamente nero, che mi saluta sorridendo e mi ferma, chiedendomi di aspettare. con straccio e spruzzino pulisce l’asse del cesso. quindi si volta e, con sorridente deferenza, mi invita ad entrare nel loculo orinatorio. gentile, quindi, nell’indicarmi l’asciugatore funzionante, ché l’altro è guasto. gentile, quasi vergognoso, nel chiedermi, infine, una moneta.

il tip, la mancia. l’economia sudafricana si basa sul tip. che è istituzionalizzato nei ristoranti, addirittura previsto sui menu. tutto quello che paghi ha un sovrappiù da pagare non solo in contanti, ma anche, se contanti non hai, con la carta.

qui mr. pink non verrà mai.

tutti chiedono il tip. anche i finti facchini delle agenzie di rental car che, vestiti con cappellini e pettorine fosforescenti [riportano scritte che non fai a tempo a leggere] ti aiutano a trasportare i carrelli con le valigie su e giù per le scale mobili. [non ci sono nastri trasportatori. i carrelli sono gratuiti, ma ci si sposta su scale mobili].

la guida a sinistra con volante a destra è indegna di un paese civile.

siamo a nord. johannesburg è a 1.753 metri slm. il navigatore farlocco che abbiamo noleggiato insieme all’auto ci fa finire a pretoria: a nord invece che a sud. traffico decisamente intenso in città, tantissime persone a piedi, pochissime facce rassicuranti. ci sembra saggio affidarci alla cartina.

una volta usciti dalla città la densità di popolazione sembra molto bassa. ci si avvicina alla zona dei parchi e ci sono pochissime case, per lo più isolate. ogni tanto si vedono piccoli agglomerati di basse costruzioni tirate su per lo più con materiali poveri. i mattoni sono rossi come l’argilla, che si vede ovunque. ogni casa ha un giardino, di rado con alberi, ogni casa è recintata da muretti costruiti con gli stessi materiali della casa, sormontati da filo spinato.

il sud africa è povero. la faccenda delle mance è solo un indizio. non è povero come altri paesi africani, ma è povero. le strade sono piene di neri male vestiti che aspettano autobus che li riporteranno a casa dal lavoro e sono piene di neri che tornanao a casa a piedi dal lavoro. i lavori più umili sono svolti dai neri. non c’è un cameriere bianco né un benzinaio bianco e neppure ho visto bianchi lavorare la terra o occuparsi della manutenzione stradale.

chilometri di lavori in corso sulle strade statali a scorrimento veloce. tutti gli operai sono neri, vestiti di arancione. molti ti guardano passare, pochissimi stanno lavorando davvero. decine di chilometri con omini neri dotati di pala o piccone, pochissime auto.

le strade sono disseminate di potholes. le buche. grandi, anche enormi, che si incontrano all’improvviso su strade asfaltate che per il resto sono lisce ben più delle nostre. centrare certi potholes ad adeguata velocità potrebbe farti saltare un semiasse.

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l’asfalto sembra adagiato sul terreno. ai lati della strada non presenta una linea retta, ma è sfrangiato, qua e là morsicato.

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a graskop dormiamo in un garage arredato con molto gusto.

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la strada del blyde river è spettacolare nel vero senso del termine. pianure e vallate interminabili viste da una montagna, montagne che sembrano enormi soufflé [rossi, verdi, grigi. sono i tre colori dominanti].

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andiamo a vedere altri potholes, questa volta naturali, scavati dal fiume nella pietra vulcanica. canyon, pozze, insenature, piccole cascate. è la stagione secca. chissà cosa deve essere quando piove.

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qui, sulle montagne, ovunque si vedono piantagioni di alberi da legname. conifere.

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sulla strada incontriamo i primi babbuini solitari. come da noi i cani randagi.

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ci fermiamo a comperare delle arance. ci sono banchi che vendono arance ovunque, il sudafrica ne è grande produttore. la signora del banco è robusta. chiede a mari se ha qualcosa da mangiare, in auto, per il suo bambino. biscotti? buonissimi, grazie, i biscotti vanno benissimo.

a moholoholo [che tutti pronunciano mohololo] arriviamo nel pomeriggio. è un centro di riabilitazione per animali selvaggi feriti. arrivano da tutti i parchi, ma non dal kruger. nel kruger l’uomo non interviene. ci raccontano di una jena presa in trappola che si era quasi amputata una zampa a morsi per liberarsi. penso che lo fanno anche le volpi.

il giro è indubbiamente turistico, ma emozionante. accarezziamo un ghepardo al guinzaglio. non credevo che i ghepardi fossero così grandi. il pelo è bello, morbido, sopratutto sulla coda.
dopo mi annuso la mano.

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la guida del nostro gruppo è un nero tarchiato e pelato. avrà trentanni. parla cantilenando con un accento terrificante. mastica le parole e le risputa. spesso termina le frasi con “into the wiiiiild”. sembra l’orso yogi che commenta una partita  nba.

c’è una coppia di vecchi leoni. il maschio ha 20 anni, la femmina 25. liberi sarebbero già morti da molto tempo. la guida grida: “good boy!” e il maschio, sdraiato a ventre all’aria, risponde con un verso da basso lirico, mentre la femmina fa il controcanto.

dice una guida: qui ci occupiamo di tutti gli animali, piccoli e grandi. il leone è come gli altri, non discriminiamo la jena (che, poi, ha un ruolo nell’ecosistema molto più importante di quello del leone) solo perché è brutta.

nella gabbia degli avvoltoi chi vuole può indossare un robusto guantone di cuoio che arriva fino alla spalla. mettendo un pezzetto di carne sulla mano gli avvoltoi saltano sul braccio e mangiano.

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in un recinto c’è un gruppo di licaoni. yogiman ci dice che impiegano 50 secondi ad uccidere una gazzella. i leoni, invece, impiegano fino ad 8 ore per uccidere un bufalo.

passeggiare nei cortili e negli spiazzi di moholoholo ti mette in contatto anche con animali fuori dai recinti. marabù, gazzelle, pavoni, un piccolo di rinoceronte rimasto orfano. in una voliera vedo un uccello bellissimo. un grosso gallinaceo nero, con il becco adunco, enorme. ha il capo rosso e sugli occhi si vedono lunghe ciglia, come fosse una bella ragazza spagnola nasuta che balla il flamenco.

entriamo nel kruger a phalaborwa. l’accesso in realtà non è così imponente, eppure è come se fosse quello di jurassic park. pietro e carlo partono a canticchiare la colonna sonora.

allora.
non credevo che mi avrebbe fatto così effetto. ma. entrati nel recinto, dopo un centinaio di metri: zac. una giraffa a pochi passi. poi impala. e impala. e impala. nel kruger ci sono impala a strafottere. e dopo gli impala ci sono anche degli impala.
e qualche impala.

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in un boschetto fitto fitto giorgio vede, non so come abbia fatto, due tronchi neri. sono le  zampe posteriori di un bufalo gigantesco. sta a quindici/venti metri da noi. quando ci sente, lui si volta di scatto, noi ci caghiamo sotto.

l’auto che abbiamo noleggiato ha l’aria condizionata rotta.
dice di non aprire i finestrini, che è pericoloso.
ci sono più di venticinque gradi.
certo.

più avanti, sul ciglio della strada, stanno tre grossi elefanti. è la prima volta che vedo un elefante africano e uno dei tre è davvero grandino. quest’ultimo ha appena srotolato una sesquipedale minchia per fare un pisciatone da pompiere. finito, attraversa la strada. senza scrollare né rinfoderare.

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altri animali. zebre, uno gnu.
impala.

nel pomeriggio c’è l’afternoon walk. che è camminare nel bush. siamo accompagnati da due ranger, john e fiona, esperti ed entrambi armati di fucile. ma camminare in mezzo al silenzioso nulla mette una fifa nera nelle ossa.

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arriva una piccola iena correndo. non si fa in tempo a dire minchia [non quella dell’elefante] che questa frena come nei fumetti, con tanto di nuvoletta di polvere, si volta in testacoda e scappa via.

camminiamo in fila, lentamente. parliamo piano. sono le istruzioni che ci hanno dato. ogni tanto john si ferma e spiega qualcosa mentre fiona, in disparte, controlla i dintorni. john ci dice che gli elefanti vivono circa 60 anni. di solito muoiono di un colpo al cuore. per capire da quanto tempo un elefante è passato sulla strada suggerisce di osservare attentamente la sua merda, spaccandola con la suola della scarpa. avvicinando una mano alla deiezione così aperta si può avvertire, se il passaggio è stato recente, un rassicurante e tiepido calore. questa notizia mi sembra particolarmente utile e conto di trascorrere il resto della giornata prendendo a calci stronzi di elefante.

arriviamo ad una pozza dove un ippopotamo sta facendo il bagno. lo osserviamo da lontano finché non risale la riva e sparisce nel bush. avanziamo verso un elefante che si sta nutrendo lì vicino, quando, da un’altra sponda, john vede l’ippopotamo di prima che torna alla pozza. lui o un altro, poco importa. questa volta schizziamo via noi, come la iena di prima, incitati da john a scappare velocemente. john dice che gli ippopotami sono pazzi. caricano e mordono anche se non provocati e possono correre fino a 40 km/h. lui, in un paio di centinaia di afternoon walk ha dovuto sparare a un elefante e a tre ippopotami. meno male che sa sparare bene. dice.

gli elefanti del kruger sono circa 16.000. nel 1994 erano diventati troppi e dovetterlo abbatterli. li cacciavano dagli elicotteri.

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dormiamo nel parco, a letaba. c’è una lezione all’aperto. i sedili sono in muratura, con una lavagna di fronte, e ci sono tanti bambini che ascoltano. a letaba, finalmente, i bagni hanno le pareti. fino ad ora abbiamo cagato in amicizia e fraternità.

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siccome non si dorme mai, nemmeno il tempo di esaurire l’adrenalina da afternoon walk che alle 5.30 partiamo per il sunrise drive. il quale, come dice la parola, per fortuna si fa su un mezzo a motore. ci dotano di due grosse torce manovrabili per illuminare gli animali. ovviamente quella dal mio lato non funziona. sui sedili alla mia sinistra stanno un mio coetaneo e il di lui giovane figlio, palesemente felice per la levataccia. il ragazzo cerca di rendersi utile. vedendomi armeggiare con la torcia mi mostra cosa dovrei fare. gli dico “it doesn’t work”. mi risponde facendomi un cenno di assenso e spegnendo la sua torcia. forse è per solidarietà che non la userà nemmeno una volta.

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tutti vogliono vedere i big 5. che sono il leone, l’elefante, il bufalo, il rinoceronte e il leopardo.
però ci sono anche gli ugly 5, i cinque cessi: iena, facocero, avvoltoio, marabu e gnu.

in sud africa ogni cameriere si presenta al tavolo dicendoti il suo nome e avvisandoti che lui sarà il tuo riferimento per ogni necessità. se, al mattino, gli chiedi un caffè [che pure fanno] senza colazione annessa, resta spiazzato.

tutti salutano tutti. dicono: hi, how are you? nessuno aspetta la risposta.

andando a sud ci trasferiamo in un altro campo all’interno del kruger, skukuza. compaiono i primi struzzi. poi ci sono kudu, ippopotami, giraffe.

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il campo di skukuza è bello, quasi una piccola cittadina. girando a piedi ci imbattiamo nella vecchia stazione ferroviaria che, a quanto pare, passava di lì. c’è anche la locomotiva, con un paio di vagoni attaccati. tutto abbandonato, polveroso.

alle 20 parte il night drive. sediamo su due grossi camion che seguiranno percorsi in parte diversi. all’inizio, la verità, sembra un pacco: si vedono solo leprotti, quaglie, piccole antilopi notturne [queste rarissime, ci assicura la guida]. poi.

un leone in mezzo alla strada. maschio, giovane, di tre o quattro anni. cammina sull’asfalto davanti a noi, illuminato dai fari. infastidito, si sposta su un ciglio della strada e si siede sotto un albero. si lascia guardare, con gli occhi strizzati per via delle lampade che lo illuminano.
poi.

tre rinoceronti bianchi. alla luce delle torce sembrano fantasmi ballerini, mentre cercano di ripararsi dalla luce.
poi.

una leonessa sulle rocce.
poi.

un vecchio bufalo solitario.
poi.

l’african civet.

indovinate quale è stata l’unica volta in cui non mi sono portato dietro la canon.

ripartiamo. trasferimento di 550 km. dalla strada vediamo un leopardo che mangia un impala. la forza che ha il leopardo per trascinare un impala morto fin lassù proteggendo il suo pasto dagli altri predatori. la forza. noi lo guardiamo. e scattiamo.

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più avanti c’è una pozza. due giovani elefanti ci giocano dentro. arriva un grande maschio, che si spruzza la pelle di acqua e fango usando sia le zampe che la proboscide.

ovunque ci sono alberi spezzati, alberi schiantati, arbusti schiacciati. è opera degli elefanti.

un’impala femmina attraversa saltando. inchiodo. seguono altre femmine. due maschi si fermano sul ciglio della strada, muscoli tesi, gli occhi fissi nel bush. quando l’ultimo impala è passato si voltano all’unisono e seguono il branco. meno di dieci secondi e un leopardo attraversa di corsa e gli va dietro.
ma c’è un secondo leopardo. si aggira nel bush, quasi invisibile. disturbato dalle auto cerca un punto per attraversare. impiega diversi minuti a trovarlo.

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usciamo dal kruger. dopo pochi chilometri la strada diventa l’arteria principale di una piccola città. intorno ci sono case basse, tuguri, baracche. costruzioni con materiali poveri o di risulta, come i mattoni di calcestruzzo e il fango. gli abitanti sono tutti neri, sono tutti poveri.

alla frontiera con lo swaziland c’è la dogana. l’impatto con le funzionarie sudafricane, tutte nere, non è amichevole. sono sgarbate, persino villane ed è chiaro che, parlando tra di loro, ci stanno prendendo in giro per chissà cosa. se provi a chiedere un’informazione fingono di non avere sentito, non ti ascoltano. essere lì è utile per capire cosa significa essere discriminati per il colore della propria pelle. in questo caso la pelle era la mia.

siamo a sud. se a nord si coltivavano alberi da legna sulle montagne e arance in pianura, qui si coltivano canna da zucchero e banane. ma scendendo ancora, tra santa lucia e durban, ritroveremo gli alberi da legname. per chilometri sembra di viaggiare dentro un’unica piantagione.

le banane sudafricane sono piccole, molto buone. maturano lentamente e non fermentano e non marciscono.

pochissimi orti. quei pochi possono avere anche una discreta dimensione, ma sono davvero pochi. le case, basse, che si vedono qui hanno tutte un pezzo di terra davanti che nessuno coltiva.

lo swaziland sembra una svizzera in forma africana. all’inizio. tutto è pulito, tutto è ordinato, niente spazzatura. le strade sono circondate da piantagioni di canna da zucchero a vari livelli di crescita. enormi tir viaggiano trasportando la canna tagliata, lasciandone pezzi e fibre sull’asfalto. un bambino che cammina sul lato della strada ha in mano un pezzo di canna da zucchero trovato per terra. lo addenta, lo succhia.

a bordo strada ci sono sempre animali. bisogna stare attenti. mucche, maiali, asini, capre. pochi i cani, nessun gatto.

procediamo e l’aspetto svizzero cede il posto a quello africano.

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c’è un posto di blocco. un poliziotto enorme si avvicina. sorride, chiedendo: chi siete, quanti siete, dove andate, cosa portate. i suoi incisivi centrali sono talmente distanziati che penso potrebbe farci passare un dito in mezzo.

nessuno ci chiede né ci chiederà mai quella stracazzo di patente internazionale fatta di corsa con il terrore di non poter guidare in territorio africano.

rientriamo in sud africa. alla dogana nuovo giro, altri timbri sul passaporto.

le auto sudafricane sono bianche come chi le guida. toyota bianche. i pochi bianchi che guidano un’auto diversa hanno scelto il grigio chiaro. le auto di altri colori hanno tutte autisti neri.

ho visto barber shop azzurri, case isolate a forma di cubo, con una porta davanti e basta. nessuna finestra. poi campi da calcio in terra battuta, con partite in corso.

adolescenti in ciabatte, sul ciglio della strada, spingono carriole contenenti bidoni di plastica. percorrono chilometri, in ciabatte, per andare a prendere l’acqua.

se, con il buio, il camion che viene verso di te nella corsia opposta ti lampeggia, non ti sta dicendo che incontrerai la polizia e tu non lo manderai affanculo. invece ti sta segnalando che più avanti sulla carreggiata ci sono degli asini che mangiano le canne da zucchero perse dai tir.
in autostrada.

le scuole sono bassi e lunghi fabbricati. gli studenti vestono con i colori della scuola. camicie e maglioni e gilet, le ragazze in gonna. tutti, al passaggio delle auto, salutano. tornano a casa, spesso a piedi. percorrono chilometri.

a parte noi, gli altri automobilisti rispettano i limiti di velocità. nessuno si sposta da una corsia all’altra senza mettere preventivamente la freccia e anche quando c’è traffico ci si muove ordinatamente.

ogni volta che un’auto o un tir si sposta per lasciarsi sorpassare, bisogna ringraziare inserendo brevemente le quattro frecce. il prego che si riceve è un colpo di abbaglianti.

arriviamo alle 18.00 passate a st.lucia, verificando che qui fa buio prima rispetto al kruger. ci sono cartelli stradali che avvisano: attenzione all’attraversamento notturno degli ippopotami.

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primo giorno a st. lucia è safari. partenza alle cinque. ci viene a prendere una guida zulu, molto orgoglioso della sua etnia. gli chiedo della zulu nation e non posso non pensare a quando, ero bambino, si diceva “sei uno zulù”, con l’accento finale.

parco di infalozi. appena entrati ci sono dei rinoceronti bianchi.

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poi, mentre il sole sorge, vediamo due leoni adulti, maschi, che si allontanano dandoci le spalle. tra tutti gli animali che incontriamo, il leone è l’unico che proprio se ne fotte. non si spaventa, non si incuriosisce, non si gira a guardarti mentre se ne va. sono sicuro che allontanandosi molla anche una scoreggia di disprezzo.

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fare colazione in un’area pic nic in mezzo a un parco abitato da animali mette ansia. anche se l’area è recintata. parzialmente recintata. in realtà l’unico leopardo incontrato nelle nostre camminate a piedi, durante l’afternoon walk, non lo abbiamo proprio visto. la guida, john, sosteneva di averne visto uno scappare. in effetti c’era un’impronta.

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anche i predatori hanno paura. se vogliono mangiare non possono permettersi di farsi male, ne va della loro vita. attaccano solo se devono.

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a pranzo, altra area. e cosa vuoi mangiare in un parco? carne. una grigliata, insieme agli altri safaristi su altre auto, con la carne, un po’ secca, insaporita con un sale molto speziato. c’è anche un’insalata di pasta, che è così cattiva, scotta e stramba che la prendo due volte.

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la giornata non è fortunata. a metà mattina compaiono le nuvole e, senza sole e con pioggia possibile, gli animali cercano riparo.

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pioggia che arriva nel viaggio di ritorno, con la nostra guida che pensa di essere keke rosberg in una jeep toyota tutta di ferro, senza imbottiture.

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a st.lucia cena di pesce in un ristorante che sembra fare parte di una catena, però buono. trancio di dorada con verdure saltate: la cosa migliore mangiata negli ultimi giorni.

il mattino dopo piove ancora e il blando trekking che pensavamo di fare salta.

andiamo a vedere l’oceano. non so spiegare, ma guardare il mare non è la stessa cosa.

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dopo facciamo un giro al crocodile center. qui tengono coccodrilli e alligatori di vario tipo. li allevano, anche. molti sono stati salvati, recuperati in pessime condizioni, feriti, nei fiumi. anche vittime di trappole.

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nel pomeriggio è prevista una gita in battello. il tempo resta variabile, il cielo è coperto. così niente coccodrilli, che se ne stanno sott’acqua per via del sangue freddo. solo ippopotami e qualche uccello: un’aquila pescatrice, un airone e un fisher king.

alla guida c’è lawrence du plessis, uno spielberg con leggero strabismo, più alto e con la barba più corta dell’originale. ha un umorismo cinico e un po’ macabro di quelli che fanno al caso mio. risponde con piacere alle domande, come fa chi è appasionato del suo lavoro. parla molto bene, in maniera comprensibile e approfondita.
ama gli elefanti, ammira il leone.
“non ha paura di nulla. ho visto una leonessa e un coccodrillo contendersi un’antilope. è arrivato il leone maschio e con un ruggito e una zampata in testa, wam, ha messo in fuga il coccodrillo”.

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i coccodrilli sono animali velocissimi. regiscono istantaneamente partendo da fermi. se sembrano addormentati, non vi fidate lo stesso.
“crocodiles don’t make mistakes”
e gli squali, che nella laguna dove ci troviamo, che è collegata all’oceano, sono presenti?
[la utilizzano come nursery per allevare i piccoli]
“crocodiles eat sharks like hamburgers”.

a proposito di squali. ci racconta di quando, era in canoa sull’oceano a pescare, un grande squalo bianco gli passò sotto.
ma perché vai in canoa al largo se è pericoloso?
“perché mi piace pescare”.

secondo lawrence non bisogna temere gli ippopotami, basta stare attenti. mai mettersi davanti a un ippopotamo. mai mettersi uno davanti e uno dietro, perché l’ippopotamo si sente in trappola e attacca. a trenta metri si è sicuri.
d’estate ci sono 40-45 gradi e gli ippopotami vivono perennemente in acqua perché il sole gli brucia la pelle. ma d’inverno, quando la temperatura raggiunge al massimo 25 gradi, sono costretti a cercare l’acqua e a spostarsi. non nuotano, camminano sul fondo e di profilo, con il muso semisommerso, somigliano molto ai cavalli.
sono animali fondamentali per l’ecosistema anche grazie alle loro abbondanti cacate: nel fiume nutrono i pesci, sulla terra concimano.

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lawrence ci consiglia una trattoria di pesce alla quale non avremmo dato un rand. è un pub vicino al benzinaio, ma lui dice che è l’unico locale che ha pesce davvero fresco. mangio un red fish, molto buono, con carni dolci e delicatissime. 115 rand che comprendono anche abbondanti patate fritte. e infatti all’uscita puzziamo come una friggitrice. con aglio. tanto aglio.

accendiamo la luce dell’appartamento. là in fondo gregor samsa mi sta guardando. lungo circa quattro centimetri, zigzaga velocissimo. lo manco ripetutamente con la scopa. poi ha la pessima idea di nascondersi sotto una mia ciabatta abbandonata.

il giorno dopo si va a durban per passarci la notte e proseguire con un cosobianco fino a port elizabeth. facciamo un giro al parco di isomangalizo. il bello dei parchi è che sono tutti diversi. il kruger è il più grande, per lo più pianeggiante [almeno nella parte che abbiamo visitato noi, da phalaborwa a scendere], con bush esteso alternato con zone più aride. infolozi è molto più verde ed è montuoso, salite e discese, mentre isomangalizo sembra collinare, con rilievi più dolci. anche qui si alternano zone di bush e piccoli boschi.
piove. vediamo pochi animali: rinoceronti bianchi, facoceri, kudu e zebre.

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due tappe per vedere l’oceano: mountain rocks e capo vidal.

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l’oceano è una buona approssimazione di infinito.

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non visitiamo durban. passandoci in mezzo dà l’impressione di essere molto estesa, con quartieri distribuiti su un territorio per lo più collinare. le case viste dalla highway sono simili. a destra tutte bianche con i tetti verdi, a sinistra tutte marroni, e così via.

molti i lavori in corso anche qui. le autostrade non sono il massimo della sicurezza: si può andare a 120 km/h con lunghi tratti a senso alternato senza guardrail. vedo otto lavoratori neri attorno a una buca, ognuno fermo, appoggiato con le braccia sul manico della sua pala. anzi, sono sette: l’ottavo è nella buca. scava. gli altri lo guardano.

a durban dormiamo in una guest house con stanze indipendenti. c’è una grande sala comune, un ampio patio, una piscina. utilizziamo solo le stanze, peccato. siamo in un quartiere residenziale con belle case basse e molte guest house. alcune ville sono spettacolari. il filo spinato che avevamo trovato altrove è sostituito da fili elettrici sulla sommità degli alti muri di delimitazione.

al mattino, prima dell’alba, restituiamo le nostre chevrolet inserendo le chiavi in una buca simile a quella per le lettere. nessun controllo, speriamo bene.

atterraggio di merda.

l’areoporto di port elizabeth è piccolo, la pista è corta, ha piovuto da poco. cambiando euro scopriamo che il rand ha guadagnando un punto sull’euro in una settimana. fico.

le auto sono di nuovo chevrolet aveo, ma [sorpresa!] funziona tutto. si guidano bene e c’è l’aria condizionata.

viaggiamo con l’ausilio di sole cartine. i quartieri che si susseguono ai lati delle strade sono una continua contraddizione visiva. case signorili adiacenti a baracche. le baraccopoli, dette township, sono enormi. le abbiamo viste a joahnnesburg e a durban, le vediamo alla periferia di ogni grande centro abitato, ma anche isolate.

la strada verso capo st.francis è costeggiata da enormi pascoli. le mucche sono di razze diverse. alcune pezzate, altre marroni a pelo lungo, senza corna. [chissà cosa ne direbbe nicholas joly]. oltre i pascoli ci sono: una baraccopoli, una grande proprietà recintata e filospinata. quindi st. francis. per lo più vediamo villette: è una enclave per ricchi. fuori dalle case ci sono delle strutture in legno a cuneo. possono sembrare mangiatoie per bovini o culle per grossi infanti: servono a riporre i sacchi di spazzatura per la raccolta.

c’è un grosso faro bianco.

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mentre vado verso l’acqua incontro chris. chris è un vecchio residente, alto e magro. indossa una coppola con inserti in pelle. è del posto. o, meglio, dice che lui sta lì. mi racconta del faro, ridipinto un anno prima, della sirena, che hanno dovuto installare per vincere la nebbia. è cordiale e sorridente, sembra simpatico. poi mi chiede dei problemi che abbiamo in italia con l’immigrazione dall’africa e allora preferisco salutarlo. non ho voglia di conoscere nei dettagli il suo pensiero.

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davanti alla spiaggia c’è una passeggiata che da un lato conduce agli scogli e dall’altro a una spiaggia.

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guardo le onde che esplodono contro gli scogli. le fotografo ma le foto non rendono l’idea. nessuna foto ad un’onda che esplode rende mai l’idea.

passerei ore a guardare l’acqua che si muove.

st. francis, dunque. è una cittadina estiva per bianchi ricchi. bella, pulita, ordinata e piena di putholes. qui i giardinieri, gli spazzini, gli operai sono tutti giovani neri. qui gli abitanti, residenti o villeggianti, sono tutti bianchi maturi.

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ci fermiamo per guardare il canyon del fiume storms. si passa sotto un cavalcavia per mettersi di fronte ad un strapiombo agghiacciante. non riesco a starci più di qualche minuto, nonostante le protezioni.

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arriviamo allo tsitsikama. un parco che vicino al parcheggio sembra la cornovaglia con l’oceano al posto del mare. lo dico come se ci fossi stato, in cornovaglia. ponti sospesi sull’acqua, scogli, insenature, piante, indiani. da un lato sembra nord europa, dall’altro in alcuni punti sembra una foresta pluviale.

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una coppia di indiani sta, in equilibrio molto precario, su una roccia mentre un amico armato di un potente i-phone gli scatta un intero book fotografico.
alla fine non sono caduti.

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arriviamo a plettemberg bay che è buio. il gestore della nostra guest house è horst, un austriaco che vive qui da quattro anni. “troppo stress in austria”. domani a che ora dobbiamo lasciare le stanze, horst? “quando volete. fate trekking, tornate, vi fate una doccia. no stress: siamo in sud africa”.

horst ci manda al look, un locale sulla spiaggia. cibo abbondante e buono. ritrovo un sauvignon conosciuto, il southern right [questa volta un po’ giovane: 2015]. io prendo una porzione gigantesca di merluzzo [kabeljou]. a st. lucia avevo mangiato red fish, a mosselbay butterfish. devo ricordarmi di controllare come si chiamano in italia.

molti fanno l’autostop. lavoratori che ritornano a casa, così sembrano. stanno in piedi sul ciglio della strada con una banconota verde da 10 rand in mano. qualcuno ha quella marrone, da 20, probabilmente perché deve andare più lontano.

cartelli stradali molto fantasiosi un po’ ovunque. c’è anche quello che vieta l’autostop.

pioviggina. smette. andiamo a robberg.

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un posto incredibile.

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l’oceano è sempre furibondo.

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però da lontano è rilassante.

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doccia e ripartiamo, sgranocchiando snack di carne secca: kudu e struzzo. salutiamo horst, che ci offre un bicchiere di merlot. viene spesso in italia, il vino gli piace molto. gli do il mio numero, non lo vedrò mai più.

altri 170km e siamo a mossel bay. città più grande e meno accogliente, deserta già alle 19.30. enorme luna piena. ceniamo sul lungooceano.

le donne nere sono spesso grasse. cosce enormi, forse a causa di una costituzione fisica particolare, forse per via di un regime alimentare sballato. culi pure enormi.
“però a loro stanno su!”.

la cucina in sud africa è fritta. friggono tutto oppure grigliano, spesso dopo avere impanato. e fritto.
il pesce? fritto.
aglio ne abbiamo? sì.

capo aguilhas è la punta più a sud dell’africa, dove idealmente oceano indiano e oceano atlantico si fondono. l’acqua ha un colore di giada che la giornata uggiosa fa solo intravedere.

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una bambina indiana bruttina, con calzamaglia grigia a cuori rosa, gonnellina e stivali da pioggia, si fa un selfie cinematografico piantandosi la cinepresa del papà in faccia con aria decisa e compresa, strizzando le labbra.

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questo qui sopra, ovvio, non è la bambina indiana.

a gaansbai non c’è niente. solo squali. bianchi. qui il turismo si basa sulle immersioni in gabbia per andare a vedere quegli orribili pescioni da pochi metri. squali ovunque. sulle insegne, sulle case, sui cartelli. le guest house hanno nomi come: the white shark gh.
siamo fuori stagione, le barche sono messe in secca e si possono vedere le gabbie [minuscole, cazzo]. se c’è un posto di merda in sud africa è questo.

la segnalazione di un cartello che promette danger point ci spinge ad andare a controllare di che si tratta. c’è un faro, sì. ma non ci si arriva.

hermanus è una bella e ordinata località di villeggiatura. case basse, bianche e dalle forme non sempre aggraziate. va detto chiaro: il gusto architettonico sudafricano pone più di qualche interrogativo.

a hermanus c’è una pizzeria che si chiama “col cacchio”.

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siamo a hermanus per vedere le balene. le southern right ritratte sull’etichetta del sauvignon bevuto a plettemberg. sulla barca guidata da ken, ormai attempato e corpulento ex fidanzato di barbie che con gli anni ha preso ad assomigliare ad abatantuono [non voglio sapere come sia cambiata barbie], siamo molti. pure troppi. ken ci invita ad acquistare il dvd della giornata, per portare con noi uno splendido ricordo. buona idea. così mi rivedo a scattare foto a raffica come un cretino in mezzo a una massa di altri indemoniati.

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però le balene.

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viaggiamo attraversando distese infinite, per lo più coltivazioni di colza o di altre piante basse. qualche allevamento: struzzi, bovini, ovini. le distese non sono affatto piatte: il saliscendi delle colline riempie la visuale ovunque ti volti. gli interminati spazi sono verdi, gialli, grigi e un poco marroni.

via verso betty’s bay. si va dai pinguini. ovviamente dopo pochi chilometri inizia una sottospecie di diluvio che ci fa disperare di riuscire a vedere qualcosa. e invece. sulla piccola spiaggia si scorgono dei birilli bianconeri che oscillano spostandosi. vanno a raggrupparsi dove c’è la discesa per le barche. si fanno avvicinare restando timorosi. nonostante la pioggia fitta, puzzano come carogne.

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viaggiamo verso cape town sotto la pioggia e sotto il vento. da betty’s bay parte una litoranea che sarebbe spettacolare se si riuscisse a vedere qualcosa. le montagne, quando le nuvole si spostano, appaiono come polpi giganti, verdi e rossi, con i tentacoli protesi sull’oceano. nella prossima vita ci devo tornare con il sole.

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township a profusione annunciano che stiamo arrivando a cape town. sono tante e sono molto grandi, recintate con muretti in cemento o con reti o con materiali di fortuna. le indovini da lontano, prima di vederle, per via delle foreste di pali della luce da cui penzolano centinaia di allacciamenti. ci sono anche parabole satellitari per la televisione. alcune agenzie turistiche organizzano tour all’interno delle township. un po’ come andare allo zoo, immagino. vedo uscire ed entrare persone distinte, in giacca e cravatta e valigetta da lavoro.

a cape town c’è un tizio che piscia contro un muro. come a nimes, come a porta nuova, come sulla torino-savona.

l’acquario di cape town va bene per i bambini. vasche piccole, pinguini in cattività [sempre fetidi]. a genova si metterebbero a ridere.

una cosa che non credo cambierà mai più, dopo avere visto tanti animali in libertà.
non riesco più a guardare quelli in gabbia o dentro una teca.
focalizzo l’idea di zoo e la rifiuto totalmente.

allo stesso tempo, ogni volta che vedo un animale, di qualunque tipo, non posso fare a meno di chiedermi che gusto abbia.
balene, pinguini, facoceri. li vedo e mi viene voglia di mangiarli.

ceniamo in un ristorante del centro commerciale sul waterfront. assaggiamo la cucina africana. è un ristorante grande, che strizza l’occhio con qualche pretesa di eleganza, anche sulla carta dei vini. ma se in carta hai la 2013 e mi porti la 2014 [pinotage. un vitigno dimenticabile], se ti chiedo un bicchiere di vin de costance 2009 e mi porti un 2011, non te la puoi tirare.

kudu, springbock, gnu, struzzo. i primi tre sono abbastanza stopposi, per quanto gustosi. lo struzzo è buono. la salsiccia di facocero è una salsiccia di facocero.

il ristorante si chiama k.

nei bagni leggo il marchio sulla tazza: suda.

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il giorno dopo prendiamo gli autobus a due piani per girare. ci sono tre linee e si può scendere ovunque si voglia per poi risalire. ti danno delle cuffiette con le quali ascoltare curiosità e notizie registrate su quello che vedi.

cape town è magnifica.

intorno oceano e in mezzo una montagna piatta, la table mountain.

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con una teleferica si sale in cima. nonostante le rassicurazioni dei venditori di biglietti circa la bellezza della giornata, sopra c’è un materasso compatto di nuvole. niente panorama, solo camminare per due ore con tanta umidità e tanta propiocezione.

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fa freddo.

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riprendiamo l’autobus. cape bay, dal lato opposto della table mountain, è il luogo delle ville sull’oceano. dopo c’è sea point, con le spiagge e un lungooceano davvero lungo, con parco laterale. sul prato dormono, in ordine sparso, alcuni senzatetto.

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con il tramonto, prima che siano le 18.00, chiude tutto.

il sud africa è un paese in fieri. lavori in corso sulle strade, edifici nuovi e in costruzione, fondamenta appena scavate, palazzi di uffici, cantieri per la fibra ottica ovunque. qui a ovest la cosa è evidentissima. eppure l’impressione, che mi confermano alcuni abitanti del posto, è che i sudafricani non abbiano voglia di fare un beneamato. non che ci sia qualcosa di male, anche io vorrei poter nullafacere. le misure di sicurezza per i lavoratori sono quasi nulle o perlomeno invisibili. la presenza di cantieri viene segnalata da un singolo uomo [o donna] che, in piedi dove il cantiere inizia, sventola una bandiera rossa di fronte alle auto. [olè].

la sicurezza. uomini e donne che ai lati delle strade fanno jogging o vanno in bici. anche quando le strade sono highways o freeways. qui sono molto più numerosi che a est. si incontrano anche su stradine a strapiombo sull’oceano, al buio, controsole, silouhette nere che ti corrono incontro dove a malapena c’è lo spazio per l’auto.

moltissime foto. per lo più sbagliate, per lo più del cazzo. se non mi si fosse ripetutamente inceppata la canon, ne avrei fatte anche di più. molte agli animali, molte ai paesaggi, pochissime [strano per me] alle persone, agli sconosciuti che incrocio. non so perché, me ne sono reso conto alla fine del viaggio. di certo non ho voluto infastidire nessuno [a volte sono fotograficamente molesto]. di proposito non ho fotografato né i tanti poveri che ho visto né le township. [enzo, il manager italiano del nostro albergo, dice che ci sono case popolari governative che vengono assegnate ai meno abbienti, come si diceva una volta. questi però spesso preferiscono subaffittarle e restare nelle township. che sarebbero, da quanto ho capito, la prima casa di chi arriva in città dalle campagne].

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enzo ci suggerisce una visita al west coast national park. in questa stagione fioriscono i prati proprio sull’oceano. è aperto per i visitatori per pochi mesi all’anno. fiori gialli, bianchi e arancioni, simili a piccole gerbere. l’effetto ottico è incredibile. le foto non rendono e io non sono un fotografo.

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incontriamo una coppia di struzzi sulla strada. il maschio scappa subito. la femmina ha atteso a seguirlo quanto bastava per permettermi di scattarle una foto.

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nel parco troviamo un ristorante dove ci fermiamo a prendere un caffè. è una vecchia fattoria di gusto coloniale, bianca con il tetto in paglia, con giardino recintato da un muretto basso e una corte centrale al di là della prima sala. l’arredamento è ottonovecentesco. c’è un bancone di legno scuro, ci sono tavoli di legno anneriti dalle pipe che vi sono state appoggiate, ci sono grandi poltrone di pelle, vecchi quadri e stampe. grosse corna di erbivori stanno appese alle pareti.

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i camerieri sono vestiti di nero e sono neri e giovani. gli ospiti sono vestiti di bianco e sono bianchi e di mezza età. sembra una rimpatriata di nazisti in pensione. in realtà tutta la zona costiera ad ovest sembra abitata da bianchi ariani con servitori neri. così come anziani ariani sono quasi tutti i visitatori del parco, sorridenti nelle loro dentiere e felicemente fotografanti.

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la bassa marea.

nel parco ho ucciso il secondo uccello del viaggio. è andato a schiantarsi contro la portiera dell’auto in movimento. ha fatto thump. [il primo lo avevo ucciso al kruger o in swaziland, non ricordo: mi aveva preso sulla carrozzeria nell’angolo alto dove si incastra il parabrezza].

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al ritorno è troppo tardi per la visita a sight hill, che pare sia un classico appuntamento per vedere il tramonto su cape town. il tramonto ci appare, invece, dai finestrini dell’auto, viaggiando sulla panoramica [a pagamento] che passa da hout bay. come diceva mia nonna: vale il prezzo del biglietto.

su di una curva c’è un cartello: pietro ferrero.

stiamo per andare a cena e mari si accorge di avere beccato una zecca al parco. pinzette dimenticate. indirizzata in ospedale dalla farmacia all’angolo [la farmacista la ha accompagnata a piedi fino ai taxi], la visitano subito e subito risolvono. cosa inattesa: sono gentilissimi. all’uscita la dottoressa ha aspettato che arrivasse il taxi prima di tornare al lavoro. per sicurezza.
il mattino dopo mari è andata a comperare un mazzo di fiori da portare in ospedale.
i miei amici sono fatti così: bene.

la gentilezza è una malattia endemica. se chiedi qualcosa a qualcuno, questo si fa in quattro per aiutarti. se chiedi un’indicazione, ti accompagna. è un paese povero e come tutti i paesi poveri è anche pericoloso [cape town è considerata tra le città più pericolose del mondo, mi dicono], ma qui la gente si aiuta.

enzo racconta di un giorno in cui era stato male. va in farmacia a prendere delle medicine e al momento di pagare gli mancano 10 rand. che al cambio di agosto 2016 fanno sette euro, ma nell’economia del luogo valgono almeno il doppio. la commessa della farmacia [la commessa, non la proprietaria] gli dice: non ti preoccupare, stai male, prendi le medicine, i soldi te li anticipo io.
e mette 10 rand suoi in cassa.

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giornata al capo di buona speranza.

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in fondo, dal capo, si vede la table mountain.

cena da marco’s, ristorante di cucina africana con chef africano [marco]. molto tipico, non ci sono solo turisti, ma anche gente del luogo. mangio finalmente il coccodrillo: la coda è molto grassa, ha consistenza simile al baccalà e sapore che è una via di mezzo tra il baccalà medesimo e il pollo. preferisco il baccalà. e il pollo.

da marco’s c’è un concerto in corso. tre xilofoni e una batteria. sono bravissimi e rumorosissimi. si chiacchiera a fatica, ma la musica è bella, mette allegria. arrivano tre ballerine, due ciciunarie che le guardi e dici madovevuoiandare. e invece madovevoglioandareio. sono agilissime.

il nostro cameriere è un nero alto e sorridente che ci intorta fin dal primo minuto, coadiuvato da altri suoi colleghi. ci vende uno shiraz del 2010 a 400 rand. è fuori carta e io provo a chiedergliene un altro, in carta a 260. mi propone di mostrarci le due bottiglie: ecco, quello che vuoi è del 2014, abbiamo anche il 2010 ma costa come quello che ti ho proposto io che, però, è mooooolto meglio.
lo guardo.
mentre penso “sono un turista, è giusto: inculami”, mi sento dirgli: va bene.

il vino è discreto, nella parte discendente della sua vita. non vale 400 rand. nel conto, poi, apparirà una sorta di coperto, mai visto in altri ristoranti. machissenefrega, la serata è bella, ci divertiamo.

mal di schiena negli ultimi giorni. sospetto delle mie scarpe da trekking nuove, pagate troppo poco per essere appena decenti.

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guidando ho costantemente detto destra al posto di sinistra e viceversa. effetti della guida al contrario, spero.

altri pinguini, questa volta con il sole, a boulders beach. questi animali deliziosi, adorati dai bambini di tutto il mondo, sono, e so di ripetermi, quanto di più puzzolente io abbia mai annusato. sentori di pesce marcio, alghe putrefatte, guano e merda.

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sul coso arancione della mango [il cosoarancione] che ci riporta a johannesburg gli steward sono vestiti con gilet e pantaloni neri a sigaretta e camicia a righine sottili arancione, bianche e nere. più che steward sembrano ballerini di raffaella carrà, senza enzo paolo turchi.

il mio rapporto con i cosibianchi [ma pure cosiarancioni] è migliorato in questi quindici giorni. ma decollare resta un momento orrendo.

è la stagione secca, l’inverno. per tutto il viaggio ho avuto in mente il titolo di un vecchio film ambientato nel sud africa dell’apartheid: a dry white season. c’erano donald sutherland e marlon brando. ricordo poco del film. oggi l’apartheid è stato abolito, i diritti sono uguali per tutti mentre le differenze sociali restano abissali.
nel viaggio da est a ovest abbiamo incontrato nelson mandela ovunque: sulle magliette, sui palazzi, sulle tazza per turisti, sui cartelloni stradali. c’erano il suo volto o le sue massime.
a cape town un palazzo con le finestre colorate riproduce un mandela felice.

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[un viaggio impossibile da dimenticare. bellissimo. grazie a mari, ad annalisa, a martina, a enrico, a pietro, a carlo, a giorgio. scusate se ci ho messo quasi un anno a finire di scrivere].

 

la limonaia.

quando la moglie è in vacanza, cosa fa il maschio della specie nel fiore degli anni?
esce con un paio di colombiane? organizza una cenetta in collina con una biondona cosciomunita?
niente di tutto questo: va a cena con gli amici.
e gli può capitare, a distanza di una settimana esatta, di incappare in un altro cuoco giovane e bravo [il precedente era christian mandura, del geranio di chieri]. perché cesare, dal quale non ero mai [mea culpa, mea maxima culpa] stato a mangiare, è bravo di molto.
non mi capacito del perché di lui si parli così poco.

siccome il mio mestiere non è quello del critico enogastronomico, mi limito ad elencare le cose che mi sono piaciute.

il silenzio.
il ristorante è in una stradina periferica, un cancello di ferro e, dietro, piante di limoni e due grandi magnolie in vaso. un vero giardino di verde e cemento nel quale si può cenare, di fronte alle vetrate della sala coperta. sembra di essere a cena fuori torino. e invece.

l’arredamento.
tavoli diversi, di antiquariato e rigatteria e sempre di buon gusto; sedie diverse ma abbinate per tipo ai singoli tavoli; un grande e misterioso pianoforte a coda nero; un mappamondo. cose. e piccole teche in legno e vetro. è probabile che in una vita precedente fossero destinate a contenere madonne. ora custodiscono ortaggi.
il nostro, graditissimo, lo vedete nella foto.

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il servizio.
in sala sono in due. c’è eleonora, ragazza deliziosa [dite deliziosa a una ragazza e vi beccherete una testata] che funge sia da maitre che da sommellier. sempre sorridente, sempre discreta, tranquilla, appassionata e attenta ai dettagli. tutte cose che mi fanno sentire come a casa.

la carta dei vini.
è ampia, varia, forse un po’ scomoda da maneggiare, ma ce ne fossero. [detesto profondamente le carte dei vini su tablet].

la cucina.
abbiamo mangiato sopratutto pesce, con tante contaminazioni tra italia e oriente, mare e terra. su una sola portata ho avuto un dubbio e non dirò la portata e non dirò il dubbio. ne ho parlato con cesare e comunque era un piatto molto buono.
alcune cose notevolissime: il bao, panino a vapore, con pancia di mora romagnola e peperoncino fermentato; la lasagna di ravioli di magro con melanzane e ricotta e basilico e; la carbonara di mare: sapida, non salata, salmastra. avrei voluto assaggiare il cuore. ci sarà occasione.

il dolce.
si chiama colazione ligure ed è ispirato a una ragazza che mangiava la focaccia inzuppandola nel cappuccino. è, in pratica, un dolce senza zucchero, giocato su variazioni di consistenze morbide e percorso da una scia sapida [ma non è uno chenin blanc] a fare da filo conduttore. un cappuccino solido che contiene sia pane che pizza bianca. la dolcezza gli deriva dagli ingredienti che lo compongono. l’idea è bellissima. riuscire a darle equilibrio dà la misura di quell’aggettivo, bravo, che ho usato all’inizio.

la compagnia.
i due zot… i due intellettuali con i quali ho cenato. sono due con i quali mi diverto, due con i quali si sparano sempre cazzate mirabolanti, due ai quali voglio bene.
tuttavia. non avevo mai sentito parlare di dard & ribo prima di ieri sera.

cesare.
non è solo per come cucina e per come organizza il lavoro del suo ristorante. è anche per l’attenzione che mette nelle cose che fa. e per l’attenzione alle persone. per un paio di cose che ha detto ieri, dopo cena, due piccoli episodi riportati, che hanno mostrato una sensibilità che non è di tutti. e poi perché sorridere è concesso anche ai maschi della specie.

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La Limonaia – Food as Culture
Via Mario Ponzio, 10
10141 – Torino
011 704 1887

[cena del 29 giugno 2017].

le mie giornate sono belle anche quando sono brutte. [comporre coreografie per sentimenti irrazionali].

oggi non si capisce se fa freddo o se fa caldo. per cui stamattina, oltre alla giacca, ho preso su un giacchino semi-impermeabile che mi permettesse di ripararmi da un’improbabile pioggia e di sudare. sono arrivato all’appuntamento al corecom trafelato, spettinato e con mezza camicia depantalonata.
[esito, per chi fosse interessato: ho accettato una riduzione di euri 33,43 di una fattura telefonica, che non avrei dovuto pagare, che cubava 73,43 totali. già l’umore vacillava visto che, recandomi all’appuntamento, avevo provveduto ad invitare a sodomitiche nonché passive pratiche quel geniale automobilista che aveva accelerato con rosso pieno, sfrecciando in mezzo ai pedoni, tra i quali il sottoscritto, che ambolatescamente impegnavano le strisce pedonali].
finito con il corecom, ritorno in ufficio. giacchino, di corsa, in spalla. e passo accanto alla galleria tirrena.
qui c’era la libreria della signora pina e di suo fratello.

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se bene ricordo, quando andavo al liceo la libreria occupava altre due vetrine. poi morì il fratello [ne ho mai saputo il nome?] e la libreria si ridusse a quello che vedete.
è qui che comperai il mio primo john irving, che era hotel new hampshire. sempre qui comperai il mondo secondo garp e poi pure le regole della casa del sidro. ma c’era anche altro, mica solo irving. vicino a quel ventilconvettore in fondo a sinistra, dove si intravede un’auto, la signora pina teneva un carrello carico di fumetti, tra i quali una prima edizione di pentothal [ovviamente costava troppo per me].
e poi ci fu la ballata del caffè triste, di carson mc cullers. che non si trovava, era fuori catalogo. la signora pina me lo aveva messo in ordine e io ogni sabato chiedevo notizie. ecco. immaginate una madamina piccolina, magrina, con gli occhialini, piemontesissima, che dice mc cullers con voce alta e fortissimo accento: mecchiullers. scrivo e mi pare di sentirglielo ripetere. la signora pina mi dava del lei e mi rispondeva immancabilmente: non si preoccupi, lo troviamo. e lo trovò.
l’ultima volta che entrai da quella porta presi una copia del giovane holden, per un regalo, e una raccolta di articoli di marquèz, per me. avevo ventisei anni e fu il mio modo di salutare la signora pina, me ne accorgo solo adesso. dietro quelle vetrine ci sono tante ore del mio tempo di ragazzo, anche se le vedo solo io.
i pensieri mettono voglia di caffè e così mi dirigo da sodo. già, ho mai assaggiato il loro caffè? non mi pare. da sodo c’è chiara e questa volta la trafelata è lei. ma oggi aprono a mezzogiorno per cui la saluto e passo oltre.
mi viene in mente che sulla strada, con minima deviazione, c’è orso.
per chi non è indigeno, da orso fanno il miglior caffè di torino. anzi: i migliori caffè di torino, ché la scelta è ampia. è un posto piccolo, due vetrine, in una stradina di san salvario che se la conosci la eviti. ma non è pericolosa, è solo defilata e attaccata al mercato.
da orso puoi anche comperarti la tazza e ogni volta che vai bevi solo in quella. le altre tazzine, quelle per tutti gli avventori, riportano un numero sul fondo. leggendo il corrispondente su un pannello incorniciato, si ritrovano massime augurali per la giornata. insomma, dalla lettura dei fondi del caffè alla lettura della tazzina.

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da orso ci sono due turisti viennesi. due miei semicoetanei, credo [e direi più coetanea lei che lui, se fosse consentito attribuire un’età alle fanciulle]. assaggiavano e parlavano con orso, che in realtà si chiama giulio, il quale gli spiegava in inglese cosa sentire della miscela che avevano nella tazzina. il salato, la tostatura, la freschezza. cose così.
l’inglese è una lingua difficilissima, quasi impossibile.
ma l’inglese consente di fare una cosa anche ai torinesi, gente che dà pochissima confidenza agli estranei: fare amicizia.
e allora mi metto a chiacchierare anche io, nell’attesa di pagare il caffè.
i viennesi dicono che non ci sono molti posti così a torino e in italia. gli sembra strano, visto che questa è la patria del caffè, mentre all’estero, persino in giappone, ci sono locali specializzati con prodotti di alta qualità. questo, poi, è così piccolo che è difficile da trovare.
il mio inglese è tradizionalmente agghiacciante, ma per fortuna capisco e riesco a rispondere.
– little place, big quality. because here you find passion for the coffee.
– we arrived here without planning. we see this coffee-shop and came in by chance.
– but it’s easy. look around: everybody here is smiling. that’s all. when you come along on the marciapiede, how you say marciapiede in vienna?, everywhere you are, you have to look through the glass. if the people inside is smiling, this is your place.
si mettono a ridere e io rido con loro. senza pensare più agli indebiti 40 euri che pagherò a pasquale vodafone, senza pensare più ai ventitre anni che sono passati.
ma devo andare e chiedo a giulio quanto pago, con le monete in mano.
mi risponde:
– niente, il caffè te lo offro io. e grazie.
resto basito. come quando mauro fermariello mi chiede che ci azzecca intravino con il gioco. sto quasi per protestare, resto un timido, anche un poco orso [ahem]. ma subito mi sembra da maleducati e allora dico grazie, mi presento, ci stringiamo la mano e ciao.
ovviamente dopo ho dato dello stronzo a quell’altro automobilista, un suvista, che ha accelerato mentre passavo sulle strisce di corso marconi.
però l’ho fatto sorridendo.

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una milano artigianale – livewine2017

“Era una delle tante giornate grigie di Milano, però senza la pioggia, con quel cielo incomprensibile che non si capiva se fossero nubi o soltanto nebbia al di là della quale il sole, forse.”

l’anacronistica prosa borghese di buzzati mi accompagna fin dentro milano, città dove vado troppo poco [o troppo?]. l’incomprensibile cielo, tuttavia, di sabato mattina non c’è e il sole è una certezza.
sono con luigi, faccia piemontese della distribuzione glu-glu wine [quella lombarda è mauro]. abbiamo fatto il viaggio tra un colpo di tosse e una soffiata di naso, ché il ragazzo non si prende cura di sé. per tutto il tempo abbiamo parlato di vino, come si conviene a gentiluomini agée e ormai [quasi] dimentichi dei piaceri della carne.
tra le manifestazioni che fioriscono in giro per l’italia, tendo a frequentare quelle che si svolgono più vicino a casa mia. non è pigrizia, è proprio quieto vivere familiare. il livewine è una delle migliori: i produttori presenti sono validi, il luogo è spettacolare, gli spazi per muoversi sono ampi, la luce [specie quando fuori c’è il sole] è ideale, la temperatura interna è buona e gli addetti allo svuotamento delle sputacchiere sono rapidi, solerti, efficienti. [quest’ultima cosa sembra una cazzata. e invece no].
siamo alla terza edizione di questo salone della viticoltura artigianale. la sede, immutata, è il palazzo del ghiaccio di via piranesi, introvabile senza un navigatore, trovato grazie al navigatore. [bisognerebbe scrivere un post sull’assurda ragnatela urbanistica milanese, sui sensi unici, sulle rotonde con semaforo, sulle strade circolari, sulle strade a gomito spezzato. ma lascio onore ed onere a qualcun altro, meglio se milanese]. ero stato alla prima edizione, e ne avevo scritto qui, mi ero perso la seconda, lo scorso anno, per un malanno inopportuno. e così niente degustazione, debitamente prenotata, della birra tra le birre: la cantillon.
tanta gente sia sabato che domenica [i numeri finali parleranno di circa 4.500 visitatori complessivi, tra privati e operatori] e anche alcuni appuntamenti di degustazione parecchio interessanti, guidati da samuel cogliati.
cosa ho fatto in due giorni scarsi.
che dire dei soliti noti, che assaggio sempre e con i quali c’è un rapporto amichevole quando non amicale? li assaggio sempre perchè sono buoni. ma sono credibile? rocco di carpeneto, podere orto, daniele ricci, ezio cerruti, francesco guccione e così via.
alle fiere si va per farsi un’idea e per divertirsi. le degustazioni “serie” vanno condotte con calma, in controllo della temperatura dei liquidi. da seduti. difficile vedere [comprendere] le sfaccettature di un vino tracannandolo in piedi, senza aspettare le sue auspicabili evoluzioni nel bicchiere, spostandosi da un banco all’altro, magari distratti da una coscia, da un sorriso. [persino da un culo]. mi risulta difficile parlare nel dettaglio dei vini assaggiati. [faccio un’eccezione per dire a sara che l’abbinamento dei salumi di valli unite con quella croatina 2011 che non ne voleva sapere di terminare la fermentazione e infatti conteneva il suo bel residuo zuccherino era perfetto. passo dopo a mettere le virgole].
dirò che a milano ho intercettato il professor venturelli, che si aggirava tra i banchi e che ho rispettosamente salutato. è lui l’artefice del vino più buono [più emozionante] da me bevuto nel 2016. non conoscete il professor vincenzo venturelli? è uno che fa il vino e non lo vende. essì, succede anche questo. per saperne di più potrete presto leggere “tutti lo chiamano lambrusco”, il libro di camillo favaro di prossima pubblicazione.

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a milano c’era anche casa caterina. quando da lontano si vede aurelio del bono, grande e grosso, si deve per forza passare da lui. la sua sterminata produzione gli consente di portare in fiera sempre qualcosa di nuovo, di non ancora provato. bolle, ma anche bianchi, rossi e rosati. lui è instancabile, nonostante la ressa. parla con tutti, ti fa assaggiare tutto. io ogni volta ne esco travolto. ogni volta mi allontano dal suo banco frastornato, senza avere capito un cazzo. [ma che buoni. tutti].
poi, per fare una cosa ragionata, ho girato per gli stand laziali [ma zeppi di romanisti]. ancora oggi quando al ristorante propongo di prendere un vino laziale c’è qualche amico che sfotte. eppure non sono più i tempi di gotto d’oro. il lazio è una zona da tenere presente. citare andrea occhipinti, che in pochi anni ha raggiunto una maturità di stile che ne fa punto di riferimento, è diventato ovvio. e lo stesso si dica di damiano ciolli, che ha fatto conoscere le potenzialità del cesanese fuori dai confini regionali. anche altri si muovono bene. ribelà, ad esempio, è un’azienda molto giovane, della quale avevo scordato il nome, che si avvale della collaborazione di danilo marcucci. di marcucci avevo parlato su queste pagine tempo fa, un vero talebano della vinificazione naturale. eppure i risultati sono notevoli: come deve essere un vino naturale? pulito, bevibile, buono. ecco.
infine giuliano e simona, mano e cuore di podere orto [chi è la mano dei due? chi è il cuore? io lo so, ma non lo dico], una realtà anch’essa giovane che già produce vini del cuore, come li chiamerebbe vittorio.
[a ripensarci ora, non credo che sia una caso che almeno tre delle quattro cantine citate sono condotte da vignaioli che arrivano alla terra da altre strade professionali].

mi piace, nel nome dato alla manifestazione, la scelta di mettere in risalto l’artigianalità: il salone del vino artigianale. in una città industriale è quasi una dichiarazione di intenti. artigianale è un aggettivo sottovalutato in relazione al vino, quali che siano le posizioni di ognuno. naturale è invece termine che abbandonerei volentieri e che utilizzo solo per semplicità di comunicazione. un po’ perché se ne abusa ed è diventato fonte di polemiche da tifosi di calcio e di litigi furibondi, un po’ perché, se ci si pensa, ha poco senso. il vino naturale non esiste. esiste l’uva naturale, certo. ma non c’è vino senza l’intervento dell’uomo, per quanto minimo. anche i grappoli di viti selvatiche hanno bisogno di un uomo che li raccolga e li sprema [in un contenitore pulito, grazie]. se non ci fosse l’uomo quel liquido diventerebbe aceto, non vino.
non se ne esce, la natura è fatta così: è una stronza.

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[c’era molto altro, a milano.
in attesa della prossima edizione, chi vuole può dare un’occhiata alle FOTO che avevo scattato allora].

 

libri e vino – una serata con ezio cerruti e beppe rinaldi. [special guests: beppe fenoglio e cesare pavese].

“muore giovane chi è caro agli dei”.

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dieci o forse undici milioni di anni fa, il sistema più utilizzato dagli umani per vincere la timidezza consisteva nel fare il giro dei bar che dalla collina di lindos, sull’isola di rodi, scendevano verso la grande piazza, quella con l’albero nel mezzo. credo fosse un platano.
in ogni bar ci si fermava davanti al bancone giusto per il tempo di una tequila bum bum. in piedi si buttava giù, si pagava, si ripartiva. destinazione finale era la discoteca.
era un sistema sbrigativo e non privo di insidie.
l’abilità stava nel raggiungere, grazie al tasso alcolico nel sangue, uno stato di lucidità quasi luminosa, tale da consentire di abbordare con un sorriso ogni ragazza presente nel locale.
la difficoltà, invece, stava nel mantenersi in equilibrio, evitando di oltrepassare la sottilissima linea che separava la sicurezza in sé stessi dalla precipitosa fuga verso i cessi.
un labilissimo stato mentale che aveva il potere, ulteriore e miracoloso, di evocare il ricordo di cose dimenticate o accantonate. a me permetteva di parlare senza sforzo un inglese sciolto e comprensibile.
citavo shakespeare. con esiti trascurabili.

la bellezza ci salva.
il primo impatto che ha su di noi è il piacere che ci dona. tuttavia, dopo, c’è altro. perché le cose belle catalizzano i ricordi. e il vino è una cosa bella.
catalizza.
pesca nella memoria, il ricordo abbocca e il vino provvede ad issarlo sulla barca, lo slama, te lo mostra.
bevi e ti ricordi [“io bevo per ricordare”]. bevi e comprendi. bevi e anche il tuo corpo si muove. nei casi più fortunati, vai avanti.
è un percorso che si può affrontare in compagnia [è meglio se è affrontato in compagnia]. eppure le elucubrazioni che si generano e che si rincorrono sono per lo più personali e private.
la letteratura segue strade analoghe.
così, in una serata nella quale si è parlato di vino e di letteratura, di langa e di terra, di nebbiolo e di moscato [e pure di dolcetto e di dolcetti], si impara.
che la tradizione è sia il mezzo per perpetuare la memoria che il punto di partenza per sperimentare il nuovo. [“o frati, fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”].
che il dolcetto può nebbioleggiare, il moscato no.
che regalare una pistola può essere un gesto di grande affetto. ma se non funziona è meglio.
che si scrive per ricordare e per ragionare e per capire in cosa consiste il mestiere di vivere. e pazienza se qualche amico ci dà del fossile.
che essere credenti può essere di ostacolo al movimento, mentre essere dubitanti può aiutare ad andare spediti nel percorrere tutta la strada fino in fondo. a volte cadendo, sempre rialzandosi.
che le ideologie vanno bene per le masse, meno bene per i singoli. a meno che non si abbia uno spirito da guerriero.
che la resistenza è argomento difficile di cui parlare, spinoso, fonte di possibili fraintendimenti, persino tabù. bisogna perciò ricordare che la resistenza è stata fatta da uomini, da donne. da ragazzi.
che la letteratura è la leva insostituibile che ci fa alzare alla mattina, che ci fa coricare alla sera.
che i nostri libri [i nostri scrittori] sono quelli che parlano la nostra lingua, il nostro gergo, il nostro dialetto. sono “breviari” da tenere sul comodino.
che con il metodo greco la timidezza può essere vinta solo per qualche breve momento. impiegheremo il resto del tempo a cercare consolazione della nostra sfortuna con le ragazze, magari in un libro.
che la sfortuna, però, non è eterna.
che i nostri genitori, anche le nostre mamme, sono stati giovani come noi.
che le donne sono estasi e dannazione.
e che un uomo timido, schivo, balbettante, forse altero nella camminata, con il viso diviso a metà, una metà bella e l’altra butterata, è irresistibile.

[p.s.
resoconto diverso non saprei fare. questo si è svolto ieri sera, 13 dicembre, a torino, al molo di lilith.
i vini:
ezio cerruti:
– fol 2015 da magnum
– sol 2011 da magnum
beppe rinaldi:
– dolcetto d’alba 2015
– barolo brunate-le coste 2005 da magnum
sorpresa finale e brindisi: un moscato passito di ezio cerruti, lasciato in botte a riposare per lunghi anni. un sol un poco fol, vendemmia 2006.
le sorprese sono necessarie. grazie.
anche a marco arturi e a chi c’era].

la biodinamica e il capitano picard: nicolas joly a torino.

– un incontro interessantissimo, mi è davvero piaciuto molto.
– sì, interessantissimo. fantascienza a parte.

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anche se se ne sente parlare da un gran bel po’, l’agricoltura biodinamica viene tuttora spesso confusa con quella biologica. tra le due ci sono molti punti di contatto e procedimenti comuni che, è probabile, favoriscono l’identificazione. eppure si tratta di due cose distinte. l’approccio biodinamico, che trae origine dalle teorie del filosofo/tuttologo austriaco rudolf steiner, è più ampio [olistico, direbbero quelli studiati] di quello biologico. dare una definizione comprensibile ed esaustiva di biodinamica non è facile e io, prendendo a pretesto una fittizia etica zen, non intendo provarci. esemplificando si potrebbe dire che l’opera dell’homo biodinamicus è volta a favorire lo sviluppo e il mantenimento di condizioni di equilibrio tra la terra e le piante, con un coinvolgimento che può diventare anche spirituale. ma la faccenda, di corsa, è ben più complessa di così.
per capire meglio cosa sia la biodinamica poteva essere utile recarsi, il 22 settembre scorso, ad ascoltare il mio omonimo nicolas, che di cognome fa joly e di mestiere coltiva vigne in loira. joly è riconosciuto come guru mondiale della biodinamica [un gran guru, come diceva mia nonna], produttore del mitico e mitizzato clos de la coulée de serrant. l’incontro si teneva a torino, nell’ambito delle manifestazioni a corredo del salone del gusto, per presentare la nuova edizione del famoso libro “la vigna, il vino e la biodinamica”. lo comperai anni fa e su quelle pagine confesso di essere rimasto a lungo spiaggiato a boccheggiare.
dal momento che organizzava velier, insieme all’ospite è arrivato anche luca gargano, con pantaloni turchesi, maglietta grigia di triple a, converse basse di tela bianca e abbronzatura estiva. tutto il contrario della mise dimessa di joly, in camicia a maniche lunghe e pantaloni con le pince. gargano sembrava un uomo di mare, uno skipper solido e sfrontato, appena giunto in porto. joly, con gli occhiali trattenuti da una cordicella, era più sul genere professore di liceo. ha parlato stando in piedi anzichè seduto alla cattedra, gesticolando, chiaramente contento di trovarsi al centro dell’attenzione, con un’ineffabile espressione satiresca stampata sul volto. molto convinto delle sue idee, non mi ha mai dato l’impressione di essere lì per convincere l’uditorio di qualcosa. ha detto come la pensa con naturalezza, non si è mai atteggiato a depositario della verità.

prima di cominciare a tradurre dal francese all’italiano, gargano ha ricordato che nel 2001, quando lui a genova scriveva il protocollo triple A [agricoltori, artigiani, artisti], joly stava facendo altrettanto in francia con la reinassance des AOC. ognuno non sapeva dell’altro. il contatto lo provocò samuel cogliati, che ai tempi credo fosse in orbita porthos. chiamò gargano e gli disse che c’era questo joly con il quale valeva la pena di parlare. i due si incontrarono e divennero, secondo la migliore tradizione letteraria, amiconi.

quanto segue è un resoconto di quanto joly ha detto durante circa un’ora di intervento. ho cercato di non tagliare nulla, riportando nel modo più fedele possibile quanto ho ascoltato. può essere visto come un’introduzione, anche se piuttosto intuitiva, alla biodinamica.
tuttavia.
con me c’era un mio scettico amico, una persona non più giovane, sovrappeso, affaticata dalla vita, fastidiosamente razionale e pure di brutto carattere. per tutto il tempo ha continuato a farmi domande, esternando dubbi sulla qualunque e disturbando non poco. avevo pensato di inserire i suoi sarcastici commenti tra parentesi. sarebbe stato inelegante. ho preferito evitare e, invece, limitarmi a grassettare quei concetti enunciati da joly che mi sono sembrati degni di riflessione.
leggendo, qualcuno potrà aspettarsi di vedere comparire, all’improvviso, un membro dell’enterprise teletrasportato al fianco di joly. qualcun altro potrà più prosaicamente cadere dalla sedia. [al mio amico è capitato].

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quaranta anni fa, dopo avere studiato enologia a bordeaux, sono giunto a conclusioni opposte rispetto a tutto quello che avevo imparato. e ho capito che il punto di partenza di tutto doveva essere la vita.
la vita sulla terra non arriva mai in modo autonomo. perché non appartiene alla terra, ma è la terra che riceve la vita. la vita, in realtà, appartiene al sistema solare. eppure senza la terra non può esserci vita.
la prima domanda che ci dobbiamo porre è: come fa la terra a ricevere la vita?
questa domanda è la biodinamica.
la biodinamica non è accettata dalla scienza ufficiale, che non ritiene possibile che si possano ottenere dei risultati con così pochi elementi quali sono quelli che noi utilizziamo. ci dicono poeti, sognatori, non veniamo presi sul serio. ma oggi la biodinamica viene utilizzata in tutto il mondo nelle tecniche agricole, in tutti i continenti, e non tanto per la filosofia che le sta dietro, ma perché dà risultati tangibili in termini di qualità e di gusto.
il punto di partenza, dicevo, è la vita. e la risposta alla domanda di prima è: la terra riceve la vita grazie alle onde cosmiche.
possiamo fare un paragone con le chiamate telefoniche. grazie al telefono io posso parlare con persone che vivono a pechino, a parigi, a migliaia di chilometri da dove mi trovo. in una frazione di secondo, componendo un numero telefonico. questo è possibile grazie alle onde che consentono di propagare la voce.
ecco, in modo molto semplicistico possiamo dire che i preparati biodinamici sono i numeri di telefono del sole e dei pianeti. il sistema biodinamico consiste nell’inserire nei vigneti dei preparati, dei recettori che fanno in modo di attrarre le informazioni in quello specifico terreno. una volta, in passato, di questo poteva esserci meno bisogno, ma negli ultimi cinquant’anni le onde (elettromagnetiche, telefoniche, etc.) che hanno iniziato a sovrapporsi sulla terra impediscono o rallentano la ricezione delle informazioni che arrivano dal sistema solare. informazioni che sono necessarie perché possa nascere la vita.
il recettore più famoso che si utilizza in biodinamica è il corno di vacca.
provate a stare seduti per un’ora di fianco a una vacca che rumina. all’inizio sembra che lei vi guardi, ma poi vi accorgete che sta guardando attraverso di voi. la vacca sta facendo un lavoro tremendo, che è mangiare e digerire tutta quell’erba. dove trova l’energia per farlo? tramite le corna è collegata ad altri mondi e da lì riceve l’energia che le permette di fare tutto questo.
se provaste a tagliare le corna ad una mucca, perderebbe energia. una mucca senza corna abbassa il capo verso il terreno. senza le corna le vacche sono vinte dalla gravità.
che è la prima tra le forze che ci circondano. è una forza che affatica, ma per fortuna l’effetto è reversibile. se provate a camminare a lungo, alla fine sarete stanchissimi. ma se vi fate una bella dormita vi sveglierete riposati, liberi dall’effetto della gravità.
la forza opposta è l’attrazione solare. queste sono le due forze fondamentali che combattono perennemente tra loro per prevalere fino a raggiungere dei momenti in cui sono in equilibrio. che sono gli equinozi. l’equinozio di autunno è il momento in cui la lotta tra forza di gravità e attrazione solare è in equilibrio. ma da quel momento in poi la terra trionfa: la notte è più lunga, le foglie cadono. fino al 21 dicembre, che è il momento nel quale la forza della terra raggiunge il suo massimo. viceversa a partire dall’equinozio di primavera, a marzo, l’attrazione solare diventa vincente: rinascono le foglie sugli alberi, le giornate si allungano. il momento di massima forza del sole si raggiunge, ovviamente, al solstizio d’estate. ci sono, quindi, quattro momenti che sono completamente diversi tra loro.
consideriamo ora una bella mucca, una mucca sana, che ha vissuto tutta la sua vita, circa venti anni, mangiando erba sana, all’aperto. nelle sue corna c’è una forza solare molto intensa. quando la mucca muore le si tagliano le corna. queste vengono svuotate e riempite di buon letame.
quarant’anni fa feci la mia prima prova, sotterrando un corno di mucca il 21 settembre e dissotterrandolo il 21 marzo. ma ero molto scettico e allora sotterrai nello stesso terreno anche un contenitore di argilla ripieno di quello stesso letame. dopo sei mesi inviai i due contenitori in un laboratorio per una valutazione. risultò che il letame contenuto nel corno aveva sviluppato una vita microbiologica settanta volte superiore a quella che si ritrovava nell’argilla. questo perché nel corno le forze della vita si accentuano.

nel mondo ci sono molti regni. minerale, vegetale, animale. poi c’è l’uomo e dopo ci sono altri nove livelli superiori. bisogna entrare in questa conoscenza e chiedersi come si possano utilizzare queste forze. come il mondo vegetale può entrare in sinergia con quello animale e fare da catalizzatore. prendiamo un fiore: regno vegetale. una camomilla può servire a risolvere un problema di digestione. devo perciò inserirla nell’organo interessato, ovvero nell’intestino. e qual è l’animale che ha la maggiore forza digestiva? sempre la mucca. se metto della camomilla nell’intestino di una vacca ottengo una grande forza. è lo stesso processo del panificatore che usa i lieviti per preparare le sue pagnotte. i lieviti sono degli acceleratori di vita, scientificamente parlando. ma da un punto di vista spirituale sono recettori di forze esterne. questa seconda parte, quella spirituale, sta a voi scoprirla.
un’altra preparazione famosa è quella che si fa con il cervo. sono stato cacciatore per un periodo della mia vita. mi è servito per sviluppare la biodinamica. non c’è niente di più emozionante di vedere un grande cervo uscire dalla foresta, con quei grandi palchi. sant’umberto ha come simbolo una croce in mezzo a due corna di cervo. pensate come sarebbe bello riuscire a mettere in una bottiglia l’emozione di vedere quel cervo uscire dalla foresta all’improvviso. e pensate a chi usa la tecnologia per fare il vino. con la tecnologia non si riesce a mettere emozioni in un vino.
le emozioni nel corpo vengono gestite dai reni. tutto quello che i reni hanno selezionato e filtrato finisce nella vescica. quindi per l’emozione di cui parlavo serve la vescica di un cervo.
ora pensate a una pianta astrale. sapete cos’è? è una pianta ch ha poca materia perché scolpita dalle forze astrali. ad esempio l’achillea millefoglie. una pianta così è il contrario della vita.  mettiamo dell’achillea nella vescica del cervo per sei mesi, appesa ad un albero, avendo cura di proteggerla dagli altri animali. quindi la seppelliamo per altri sei mesi.
adoro questa preparazione perché dona al vigneto un’altissima sensibilità e grande capacità di attrazione. tutte le altre preparazioni biodinamiche che metterò nel vigneto avranno efficacia accresciuta dalla presenza di questa.

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la vigna è un luogo atipico. per la cristianità ci sono due simboli fondamentali. il primo è il grano: cresce, va verso l’alto, verso le forze astrali. è completamente legato al sole. se chiedete a un bambino il perché, vi risponderà che il grano è annoiato dalla terra, che vuole vedere il sole.
l’altro simbolo è la vite. che è l’opposto del grano: la vite scende, tocca il terreno, cade letteralmente. pensate a dioniso, che era figlio di persefone, legato agli dei del sottosuolo. la vite ha radici fortissime, molto profonde. va piantata in terreni poco fertili perché esprime il suo carattere lottando. se avete una vigna però potete aiutarla. ad esempio sostenendone i tralci, cosa che una volta si faceva maritando la vite agli alberi e ora si fa utilizzando dei pali. ma potete anche decidere di lasciarla crescere molto vicina al terreno. nei due casi otterrete due vini molto diversi. più capite l’originalità di ogni pianta, più potete indagare la via che gli consente di esprimersi al meglio.

per il vino ci sono tre strade:
1. il vino biologico: alla vigna si lascia fare quello che può fare;
2. il vino biodinamico: si cerca di comprendere profondamente gli obiettivi e l’origine della vite. per aiutarla ad andare dove vuole. la differenza la fa la filosofia del produttore;
3. il vino tradizionale. la vinificazione tradizionale ti insegna ad usare tutto quello che serve pur di produrre. purtroppo, però, i diserbanti uccidono la vita nel vigneto, non solo l’erba ma anche tutti i microorganismi che stanno nel suolo.
nessuna pianta può nutrirsi da sola se non c’è vita sulla terra, nella terra. i microorganismi presenti nel terreno lo preparano, aiutando la vite ad andare in profondità con le sue radici.
chi segue la terza strada e ha un terreno dove la vite non trova nutrimento, aggiungerà dei fertilizzanti chimici. ovvero dei sali. prendete, dunque, un cucchiaino di sale e mangiatelo. dopo un’ora avrete sete. il fertilizzante chimico funziona nello stesso modo: serve a fare assorbire acqua alla vite. in natura sarebbe inutile, perché ci sono i funghi, le cosiddette malattie crittogamiche, che hanno la funzione di assorbire l’eccesso di acqua nel terreno. invece i produttori di vino tradizionale utilizzano i prodotti cosiddetti sistemici. oggi questi prodotti presentano anche un altro grande problema: penetrano nella pianta, nella linfa e quindi nei frutti. se avveleni la linfa, avveleni il frutto, non serve lavarlo. io dico che una AOC deve rappresentare la terra e il clima: deve essere un fatto geologico e un fatto climatologico. si deve creare questo equilibrio, ma la terza strada alla produzione del vino non lo consente. rotto l’equilibrio in vigna, diventa necessario intervenire in cantina.
non dico che i vini prodotti in questo modo siano tutti da buttare. ce ne possono essere di buoni, ma non esprimono il terreno dove sono nati. se si lavora bene in biologico o in biodinamico, in cantina si farà il minimo indispensabile per arrivare al vino. ma se si sceglie la terza strada l’intervento in cantina sarà necessariamente massiccio, ad esempio perché mancano o sono troppo pochi o deboli i lieviti indigeni sulle bucce. proprio una settimana fa un produttore di bordeaux mi ha detto che senza lieviti selezionati il suo vino non fermenta. le prime due strade esprimono l’originalità del territorio, la terza no. utilizzando lieviti diversi da quelli indigeni si perde quell’originalità, si perde la magia del vino.

oggi nella tecnica di degustazione si commette un errore concettuale. il vino viene sezionato, come una salsiccia che viene affettata. a chi verrebbe in mente, incontrando una persona e cercando di conoscerla, di misurarne l’altezza, di calcolare l’angolo formato dal suo naso? è grottesco. i vini tradizionali contemplano una degustazione che dal particolare vuole arrivare al generale. invece il metodo mediterraneo si è sempre basato sull’intuizione, compiendo il percorso opposto: dall’intuizione si giunge al dettaglio. se si parte dal particolare è facile perdere la visione d’insieme. questa prospettiva ha fatto sì che il vino tecnologico diventasse il vino tipico. se fate una degustazione alla cieca di dieci vini e uno di questi si discosta dagli altri nove, solo lui verrà scartato come non tipico. personalmente non sono contro i vini convenzionali, ma credo che le pratiche di cantina dovrebbero essere descritte in controetichetta.
il senso del mio libro è di dire alle nuove generazioni che si può fare anche in un altro modo. non c’è bisogno di sapere tutto, se si lavora in biodinamica fare vino è comunque sempre possibile. a van gogh non si può chiedere perché ha usato il giallo per quel particolare, perché ha dipinto una linea di quella specifica lunghezza. capire la vigna, capire l’uomo, quali sono gli esseri viventi che servono a dare armonia a un luogo: questo è importante. alcuni animaletti presenti in vigna possono contribuire a dare un vino di gusto diverso rispetto a quello prodotto quando non ci sono. io dico: pressate le uve e andate in vacanza, il vino sa cosa deve fare. ho aggiunto un solo elemento al vino, ed è la forza del suolo. in cantina lascio fare. qui utilizzo un diapason a 432hz di frequenza. lo utilizzo durante la fermentazione perché quella è la frequenza della natura. lavorando così mi sembra che i difetti del vino siano ridotti, che l’acidità volatile sia ridotta.
chissà, forse fra 10 o 15 anni sarà normale fare dei vini con la vita e non con i diserbanti. il libro vuole essere un riassunto degli ultimi 35 anni di esperienza in vigna. la materia è energia condensata. un fisico vi dirà così. e la biodinamica è aiutare le piante con le forze di cui hanno bisogno.

[sui 432hz come frequenza propria della natura, il discorso mi è parso poco fluido. ho scelto di non riportarlo, accennandovi soltanto. joly ha parlato di goebbels e della sua decisione dimodificare la frequenza ufficiale, innalzandola a 440hz. ma la frequenza di cosa? non ha spiegato bene, oppure sono io che non ho capito. allora sono andato a cercare qualche notizia. i 432hz costituiscono la c.d. accordatura aurea, ovvero la frequenza alla quale viene tradizionalmente accordato il la. esiste una scuola di pensiero che ritiene che gli strumenti accordati in base all’accordatura aurea producano suoni forieri di effetti benefici sugli esseri viventi. il signor goebbels, ministro della propaganda hitleriana, impose la standardizzazione della frequenza a 440hz nei teatri e per le trasmissioni radiofoniche. joly ha detto che questo innalzamento di frequenza è innaturale, che a quella frequenza non c’è vita, non c’è nulla. tuttavia si può tranquillamente verificare, leggendo qua e là, che la frequenza aurea non è l’unica riconosciuta valida da musicisti e fisici, anche prima dell’intervento di quel fetente di goebbels. se, poi, i 432hz facciano così bene alla pelle, io questo proprio non lo so].

alla fine il mio amico è stato zitto. non so se per sfinimento o perché dall’incontro ha cavato qualcosa di buono. di sicuro le parole di joly forniscono molti spunti che meritano approfondimento. purtroppo non c’è stato contraddittorio per problemi di tempo, mi sarebbe piaciuto porre qualche domanda. ma si è almeno potuto bere un bicchiere o due [o tre] della citata coulée, annata 2011, nel giardino dell’orto botanico. luogo  oltremodo fico per un brunch sull’erba. il vino era magnifico, come un giovane uomo curioso della vita, forte, dinamico, già in equilibrio sopra, sotto ed al di là di ogni parola spesa nella giornata. qualunque descrizione cercassi di darne sarebbe ingenerosa. eppoi chissenefrega. dopo tutto quello che ho ascoltato, che faccio: seziono?
dicono che il vino, specie se naturale, debba somigliare a chi lo fa. se questo è vero, per joly [non solo per lui] il complimento è consistente. mi vengono in mente altri produttori di vino naturale, uno in particolare, che somigliano al loro vino in maniera assai meno lusinghiera.
il mistero della biodinamica sta tutto qui: come è possibile che due vignaioli che aiutano, entrambi, la vite a produrre al meglio e che vinificano, entrambi, limitando al massimo gli interventi in cantina, come è possibile, dico, che il primo faccia un vino della madonna mentre il secondo se ne esce con una monnezza?

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“La vigna, il vino e la biodinamica”
di Nicolas Joly
Slow Food Editore
pagg. 176

che la pausa pranzo ti sia lieve. [il catalogo triple a di velier al salone del gusto].

la prima cosa che noto è che i vini sono posti in offerta tutti al medesimo prezzo. quello minimo. il che nelle degustazioni per operatori conta poco, ma qui, pagando, poteva accedere chiunque. un bel segnale, anche di comprensione di come funzionano certi meccanismi di marketing.
il catalogo di velier è ampio e notevole, cosa che mi era apparsa già molto probabile assaggiando i distillati venerdì scorso. qui c’erano 140 vini, non tutti stratosferici/di mio gusto, ma di gusti [appunto] ce n’è per tutti. e per tutte le tasche. avendo un’ora e mezza di tempo ne ho assaggiati solo trentatre, se ho segnato bene. per fortuna sono riuscito a piazzarmi in un posto [quasi] all’ombra.
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particolare apprezzamento mio per il brunello di montalcino di paradiso di manfredi (2009. ma già conoscevo), il riesling della mosella enkircher di batterieberg (2013), gli chateau musar bianco e rosso (conoscevo pure questi, che erano rispettivamente 2005 e 2004. quest’ultimo è un grande bordeaux. ah, no, scusate, non è un bordeaux. eppure. ma no, cosa vado a dire), lo chateneuf-du-pape vieilles vignes 2012 di domaine de villeneuve (un bambino bravissimo e molto, ma molto vivace). rimembrando qua e là non posso dire che molto bene del morgon 2015 di lapierre (in verità di questo ero al secondo assaggio in quattro giorni), del pulitissimo vouvray clos du bourg demi-sec del domaine huet (2014) e del bourgogne pinot noir 2014 di pierre morey, che è semplice, classico e preciso.
nota di demerito per me, che ho dimenticato di richiedere di assaggiare il taurasi poliphemo di luigi tecce 2009 [un paio di bute stanno comunque in cantina, a casa, a riposare in attesa di].
e nota di demerito per la toscanissima sommelier ais alla quale la sorte mi ha messo vicino. la quale ci ha tenuto a ribattere al sommelier fisar che ci serviva e che le aveva dichiarato, con una affabilità figlia della piacevole circostanza, una condivisione di zie (“ah, siamo cugini”), che lei non solo è cugina solo dei sommelier ais, ma che è pure relatrice. [e ‘sti enormi cazzi non lo vogliamo aggiungere?].
non mi sono potuto esimere dal dare la mano al fisarista che ci serviva entrambi, chiamandolo caro cugino.
terminata l’opera e salutati gli astanti, con inopitata drittezza di passo mi sono diretto a grassi saturi inglobare. obiettivo il banco del panino al lampredotto, nella piazzetta reale [ho distintamente sentito il fantasma di vittorio emanuele, non saprei dire quale, che esultava]. pane mah, ma panino comunque buono, saporito, piccante il giusto e con quel retrogusto finale, una volta ingollato l’ultimo boccone e ripresa la deambulatio, che sa tanto di letame appena sfornato. una soddisfazione che ‘ntender no la può chi no la prova.
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penultima sosta da feltrinelli dove, ho le prove, l’agognato libro è disponibile. [con buona pace di jeff bezos]. finisco la cagata mondiale che sto leggendo [il potere del cane] e lo attacco.
subito dopo o subito prima di una serie indefinita di libri che se ne stanno in attesa.
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alla cassa mi sono chiesto se alla sorridente cassiera io sembrassi sufficientemente lucido. la concomitante mia sottoscrizione di una tessera fedeltà che mai userò farebbe propendere per il contrario.
infine, prima del rientro in ufficio, una rapida sosta caffè da ORSO – Laboratorio Caffè. nella tazzina ho trovato il famoso numero chetelodicoaffare, cui corrispondeva questa impegnativa massima:
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lo farò domani.

vinitaly 2016 – giorno 2.

alla mia età due giorni di degustazioni serrate cominciano a pesare. specialmente se vengono inaugurati con una cena [eccezionale. apro una parentesi per dire che il mio dolce dell’anno è fatto con crema di piselli, neve di mozzarella, gelato alla mandorla, spaghetti di riso e crumble di basilico. se non avessi assaggiato non ci crederei] al ristorante il giardino delle esperidi di bardolino, in cui si è bevuto qualcosa.

P_20160409_221311[tipo questi tre].

e specialmente se i due giorni vengono inframmezzati da un’altra cena al ristorante la coà, dove ho mangiato una zuppa di cipolle commovente e dove si è bevuto, tra le altre cose, questo

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[lo chenin è proprio un quaccheccousa].

e anche questo

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[podversic, rosso prelit 2006].

in quest’ultimo locale per una fortuita combinazione cenavano anche i fratelli castellani di ca’ la bionda, dei quali dico dopo. e c’era, a un altro tavolo, il più grande difensore italiano di quello sport minore che si gioca con i piedi, tale barzagli andrea. lui, quello che nei giorni scorsi ha appena stravinto l’ennesimo scudetto, stracciando tutti gli avversari. solo la mia naturale riservatezza mi ha frenato dall’andare a chiedere un autografo.
alla moglie.

lunedì mattina.
è arrivato anche michele. così giriamo, un po’ insieme e un po’ ognuno per i fatti suoi.

TENUTE SAN LEONARDO
passiamo davanti allo stand per caso. ci fermiamo? ci fermiamo.
tre vini in degustazione. per il quarto stravedo: il carmenére 2010, che è tutto venduto, che non è in degustazione.
[sono curioso del carmenére sin da quando lessi un vecchio articolo e poi scoprii la bottiglia del carmenero di ca’ del bosco, con l’indimenticabile etichetta in cui il lupo si copre con il vello di pecora: il carmenére che si finge franc. mi urge, a questo punto, lanciare un pensiero affettuoso al signor pogliani, l’inossidabile mr. D., ogni tanto le maiuscole ci vogliono, che non vedo da troppi anni, mea maxima culpa].
si parla del vitigno e di chi lo vinifica. e loro, allo stand, sono così gentili che stappano una bottiglia. e io slurp e anche slap, dentro e fuori. una goduria.

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CA’ LA BIONDA
in memoria conservo la loro corvina in purezza e un amarone vigneti di ravazzol 2004.
i fratelli castellani sono ormai certificati biologici, ma i loro vini sono buoni. cioè, volevo dire. insomma. ecco, vabbeh, ricomincio.
i fratelli castellani operano in regime biologico ed interpretano la tradizione con equilibrio. estrazioni non eccessive, appassimenti coerenti, bevibilità che si coniuga alla finezza.
il valpolicella classico superiore casal vegri 2014, da uve fresche di unico vigneto, è decisamente cosa buona e giusta.
buono anche il ripasso 2013, chiamato malavoglia perché fatto su insistente richiesta dell’ineffabile mercato. la tradizione, in questo caso, nasce da vini debolucci rinforzati grazie ad un passaggio sulle vinacce usate per l’amarone. il ripasso di ca’ la bionda, fatto come si deve, sosta solo 48 ore sulle bucce, onde scongiurare rifermentazioni olfattivamente sgradevoli. il risultato è notevole, anche se continuo a preferire il valpolicella di cui sopra.
gli amarone sono di livello molto alto, sia il il classico 2011 che il classico ravazzol, della stessa annata. hanno corpo e freschezza, profumi e lunghezza di gusto, con un alcol che non è mai fastidioso o invadente.
cito anche il recioto le tordare 2012, esempio di come si possa bere un passito rosso senza avere la bocca asciugata dai tannini.

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girulando, faccio qualche toccata e fuga, quasi per caso. come da BIBI GRAETZ (testamatta 2012) o come la puntata nella zona del verdicchio, dove posso assaggiare quello che voglio senza parlare con nessuno. al primo piano dello stand delle marche, infatti, le bottiglia sono messe a disposizione in appositi secchielli, con annessi cartoncini informativi. sempre buono il cambrugiano 2012, verdicchio di matelica riserva [BELISARIO], e in generale vini cattivi non ne trovo. forse in qualcuno si sente troppo il  legno, qualcun altro è un poco seduto, ma alla fine è anche questione di gusti.
quindi vado in zona VIVIT.

VIGNAI DA DULINE
lorenzo e federica riescono a trasferire la gentilezza dei loro modi nei vini. che sono per me tutti [ne ho assaggiati dieci] fonte di grande emozione. come quando fai una curva e di fronte ti ritrovi una piana fiorita illuminata dal sole.
viti molto vecchie e molto sagge, giustamente produttive. lorenzo, che ha preferito diventare vignaiolo consapevole piuttosto che medico, dice che la scelta di fare svolgere la malolattica a tutti i bianchi presenta molti vantaggi: maggiore durata del vino, maggiore stabilità, maggiore digeribilità. il suo sguardo è diretto, pulito e sereno anche oltre i suoi occhi azzurri. lo ritrovo riflesso nel sorriso ampio di federica. lavorano in biologico: “gli effetti del biologico si vedono dopo venti o trent’anni”. mi danno dei fogli, fotocopie di un articolo scritto da lorenzo per una rivista, in cui racconta la loro filosofia, il lavoro, l’attenzione alla salute del terreno e delle viti. mi interessa, in particolare, dove si dice dell’erba medica e dei suoi benefici nella fertilizzazione del vigneto. chissà se quest’articolo si trova anche in rete.
non sottovaluto l’aspetto estetico. a partire dalla conformazione dei vigneti [che, però, posso solo apprezzare dalle foto], fino alle etichette, con quella pianta di gelso che è il loro marchio e che è la tradizione friulana degli alberi sulle colline, spesso maritati alle viti. da quanto ascolto, la vigna ronco pitotti è il luogo dove tutto il bello può nascere. “abbiamo imparato così tanto da quella vigna che siamo noi in debito con lei” dice federica.
a questo punto dovrei dire qualcosa dei vini, credo.
somigliano all’idea che mi sono fatto di questi due ragazzi. straordinario lo chardonnay 2006 ronco pitotti e straordinario il morus alba [il nome latino del gelso bianco] 2013, 65% di malvasia istriana di duline e 35% di sauvignon blanc da ronco pitotti. mi piace molto il giovanissimo pinot grigio 2015 [ancora da ronco pitotti, vigneto piantato nel 1958] e mi piace molto il giovanissimo chioma integrale 2015, malvasia istriana con un’etichetta  diversa dalle altre, bianca e verde. sopra c’è la faccia di lorenzo con i lunghi capelli e dentro c’è anche l’idea che le cimature precoci possano compromettere il sano sviluppo della vite.
infine, un merlot. in friuli sopravvive un clone di merlot dal grappolo particolarmente spargolo, poco produttivo e tuttavia resistente alla botrite, perciò adatto a zone piovose. bevo il merlot 2013 da magnum e capisco due cose: la prima è che alla magnum piace il merlot [o viceversa]; la seconda è che oggi il merlot mi piace più di ieri.

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MORELLA
da gaetano morella mi porta michele, che l’anno scorso gli aveva fatto una bella intervista. la si può leggere qui.
gaetano è sorridente e simpatico, gran chiacchierone. il figlio, che chissà quanto si diverte a stare in una fiera di adulti, disegna scene di fondali marini, pesci e polpi, che vende a ben dieci centesimi l’una. senza fattura.

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gaetano è appassionato di primitivo, ma produce anche altro. ad esempio il mezzogiorno (2015 e 2010), un fiano di mare, salato e lievemente affumicato come il vitigno chiede. per me il migliore esempio di fiano coltivato in puglia in cui mi sia finora imbattuto.
quindi assaggio i primitivo, da piante anche in questo caso tutt’altro che giovani.
la signora, di cui ci sono tre annate (2013, 2011 e 2005), primitivo di grande beva, sorprendentemente verticale, con una vibrazione centrata su lingua e palato. come da nome, un vino complesso che si concede poco alla volta.
l’old vines 2013, dalla bella speziatura, è decisamente più rotondo e strutturato. ampio al gusto, invade la bocca restndo sempre molto bevibile.

INTRAVINO
questi non producono liquidi. è gente che scrive. tutti gli anni al vinitaly organizzano un ritrovo al quale non ero mai andato prima. perché? boh.
quest’anno riesco a passare ed è nello stand della calabria. ritrovo pietro stara, che non vedevo da trentanni e, insomma, mi ha fatto effetto, forse perché invecchio persulserio. lui è rimasto uguale [pizzetto a parte]. poi conosco finalmente de visu gae saccoccio e armando garofano, che leggo sempre su fb, mi viene presentato thomas pennazzi, del quale avevo letto alcuni competenti articoli sui distillati. e vedo il buon morichetti, che ha scelto di andare a verona con un paio di occhiali da pornostar dei primi anni ’80. però è dimagrito. scatto anche un paio di foto a mauro fermariello, nume fotografico del mondo vinicolo. [come è ovvio, scattare una foto a un fotografo non può dare buoni risultati mai]. poi fiorenzo sartore, giovanni corazzol e tanti altri che conosco per averli visti in foto. altri ancora, chissà quanti, non riconosco. insomma, come al festival di cannes senza il cinema e con la salsiccia calabra.

MACCARIO
la mia sorpresa è l’amiral 2015, di cui avevo letto qualcosa. un bianco macerato, molto sapido, composto per il 60% di uve rossese a bacca bianca e 40% massarda, vitigni autoctoni liguri poco noti [almeno per me].
non me ne vorranno gli altri produttori di rossese di dolceacqua, per un paio di loro ho un vero debole. ma i vini di giovanna maccario vanno oltre il dato regionalistico e territoriale. prendono il rossese e lo portano fuori dai confini della liguria.
ho una vecchia passione per il posaù (confermata con il 2015), dal vigneto omonimo. qui assaggio per la prima volta anche il biamonti (2014), dallo stesso vigneto del precedente, e il curli 2014, che nella mia scala mentale metto un gradino sopra tutti gli altri.

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SAN GIUSTO A RENTENNANO
visita di pellegrinaggio annuale allo stand della fattoria. è tradizione del lunedì.
assaggio tutto, dal chianti classico 2014 al vin san giusto 2008. beh, quasi tutto, non ce l’ho fatta con il nuovo rosato.
percarlo 2012 molto buono [chevvelodicoaffare. il percarlo è sempre come minimo molto buono], ma quello che mi fa cappottare è il chianti classico riserva, le baroncole 2013.

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BARBERA
andando al vivit passo davanti agli stand della fivi e inquadro marilena. di lei mi piacciono i modi. con quel sorriso aperto e ospitale che non ti fa mai sentire fuori posto o molesto [anche quando lo sono]. avevo già assaggiato i suoi vini a piacenza, ne avevo scritto. qui bevo, troppo velocemente, solo l’inzolia dietro le case 2015, che a piacenza non aveva portato. bevibilità assassina e tre aggettivi in serie: fresco, fremente, fluente.

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[ovviamente ho fotografato tutt’altro].

LA DISTESA
su corrado dottori voglio dire una cosa. è la prima volta che mi capita, parlando con un vignaiolo di un suo vino, fatto anni fa e che mi aveva lasciato perplesso [tutti mi dicevano: non lo hai capito. ecco. quando mi dicono che non ho capito un vino io, davvero, non capisco], di ottenere uan risposta tanto sincera.
passando alla produzione nuova, il terre silvate, di verdicchio e trebbiano, è un bellissimo 2015, mentre gli eremi 2014 si presenta molto diverso dalla eccezionale annata 2013. beninteso, è un vino comunque molto buono, un verdicchio davvero ottimo. però il confronto è inevitabile e quello lì era proprio un mostro.
sul fronte dei rossi, mi ha incuriosito il nuovo le derive (2013), da uve montepulciano, sangiovese e vermentino nero (rispettivamente 50, 35 e 15%). mi è piaciuto, sì. però vorrei riassaggiarlo con calma. in piedi, nella calca, non era cosa.
molto divertente la vicinanza con il banco di stefano amerighi. i due sono amici e qualche sfottò trasversale marchigiano/toscano mi ha fatto ridere assai.

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AMERIGHI
stefano amerighi fa il syrah più buono d’italia. frase che si può leggere anche in forma interrogativa. a me ne vengono in mente due, di questo livello. l’altro è sempre toscano eppure diverso. non è il caso di citarlo qui.
su un banchetto pieno di macchie di vino, stefano versa il suo 2013 e poi l’apice 2011 e infine il 2010.
ma prima.
tre anni fa circa lessi su fb un post del buon morichetti, nel quale si diceva di un nuovo esperimento di amerighi. un vino della madonna, un lavoro da muli, una piccola vigna di pecorino. la curiosità funziona in maniera non razionale. per motivi che non saprei spiegare, ad un altro post morichettiano pre-vinitaly, nel quale si parlava del nuovo nato di casa amerighi, mi si è riacceso il ricordo.
il noè, questo il nome, ha un’etichetta molto bella, ma purtroppo arrivati alle cinque del pomeriggio l’unica bottiglia giornaliera era finita. sì, perché ce ne è poco poco e allora il limite di stappo autoimposto in fiera era di una bottiglia al giorno.
tuttavia.
una bottiglia con tappo non eccezionale stava sotto il bancone. e così, tralasciando qualche evidente inciampo di naso, mi sono rifatto godendo di una bocca notevolissima. sul resto, se ne trovo un’altra buta, mi riesprimerò.
[sì, ne cerco un’altra buta].

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TENUTA GRILLO
il terzo merlot buono del vinitaly è il tornasole 2005, che sono andato apposta ad assaggiare per via di quel 2004 che bevvi e quasi masticai anni fa ad agazzano e perché guido zampaglione non sembra più volerne sapere di merlot.
a guido vorrei dire di ascoltare sua moglie, igiea, e di insistere. ché di merlot che abbiano carattere abbiamo tutti bisogno.
davvero molto buono anche il baccabianca 2009.

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ISOLE E OLENA.
passando di corsa per gli stand, tra un saluto e una stretta di mano, l’ultimo vino della giornata è lo chardonnay collezione de marchi 2014. avercene.

la cosa più buona che ho assaggiato in due giorni e mezzo?
a bardolino, questa:

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[cogliere una mela rossa, croccante, matura, succosa. azzannarla].

vinitaly 2016 – giorno 1.

ad aprile chi fa vino deve scegliere. se andare al vinitaly oppure a villa favorita oppure a cerea oppure a summa oppure a. [mescolo apposta nomi di manifestazioni di vino naturale e no. è ovvio che falesco a villa favorita non possa entrare]. c’è chi riesce ad essere presente un po’ qua e un po’ là, ma sono casi rari di famiglie numerose e/o di aziende medio/grandi e/o di votati alla sincope.
la fiera più grande, tra tutte, è vinitaly. ed è una bolgia ogni anno. gli aumenti del prezzo del biglietto non aiutano a smaltire le eccedenze di corpi, sudori, afrori. il vinitaly è una piccola città recintata con all’interno enormi palazzi pieni di piccole palafitte. in alcuni fa troppo caldo, in altri c’è troppa gente. insomma, vinitaly. nel bene e nel male.

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[epperò, la verità, questo pomodoresco equino mi piace assai].

dice che a vinitaly i vini naturali no. forse per una malintesa idea di etica.
a vinitaly si incontrano agenti, distributori, ristoratori, enotecari, importatori, si stipulano contratti. più che altrove. quindi? le vogliamo vendere queste bottiglie? credo che chi fa vino in italia, comunque lo faccia, a vinitaly debba cercare di avere un suo spazio. magari proteggendosi dalle scottature grazie all’ombrellone di un consorzio o di un’associazione, come fanno gli aderenti alla fivi. che quest’anno occupavano molto più spazio del solito. insieme al vivit c’era quasi mezzo padiglione di banchetti di vino naturale. le cose cambiano.
i visitatori hanno molte possibilità. cerea apre il venerdì, in anticipo rispetto a villa favorita, villa favorita apre il sabato, in anticipo rispetto al vinitaly. potendo si fa uno due tre stella. potendo. io quest’anno non potendo proprio.
refrattario a fissare appuntamenti con i produttori [più che altro perché ho paura di non riuscire a rispettarli] e vista la mole di desideri e curiosità che si affastellano in testa, preparo un piano in anticipo, come i delinquenti abituali. del tipo: quest’anno faccio la vernaccia di san gimignano. su un bel foglio immacolato segno nomi di produttori e coordinate standistiche e pianifico in modo da ridurre il numero e i tempi degli spostamenti. una volta entrato in fiera, poi, giro ad mentulam canis come sempre. [vernaccia assaggiate nel 2016? zero].
ma in fondo, chi se ne frega del vino. quello che mi dispiace è di non essere riuscito a salutare tutte le persone che avrei voluto salutare. al vinitaly si va anche per questo [io vado anche per questo], per stringere mani e fare una scorpacciata di abbracci. niente, non ce l’ho fatta a farcela. qui chiedo scusa a tutti coloro cui ho detto/scritto/messaggiato “civediamoaverona”.
rilevo che 366 giorni fa si parlava solo di lieviti autoctoni, mentre oggi si è passati oltre [il dibattito è sul più generico, ma anche più invasivo, tema del naturale. chissà fra un anno], e passo a condividere qualche appunto sparso e non esaustivo, in ordine semicronologico.

GIORNO 1.

RICCI
prima fermata da daniele, per assaggiare il suo cifrato. me lo ero perso a milano, sponda livewine, causa estinzione di fisico [il mio].
lo chiama così, cifrato, anche se in etichetta ci sono solo lettere e numeri. quando daniele mette la mano sulla bottiglia mi basta scattare e non ho bisogno di spiegare il senso della foto.

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è timorasso, pochissime bottiglie. ed è un 2007, frutto di un esperimento. una parte del san leto blu di quell’anno fu messa in bottiglioni, tappati con sughero e conservati al buio per anni, a temperatura costante: il famoso affinamento in bottiglione. alla fine il liquido è stato travasato negli amichevoli vetri da 0,750, etichettato et voilà. il risultato è, forse, il timorasso più completo di daniele, quello più equilibrato, quello più complesso, quello più vino.

VILLA BUCCI
assaggio in ordine italico, prima i bianchi, dopo i rossi.
tra i quattro mi sarei aspettato qualcosa di più dalla riserva 2013, che ho trovato meno vitale del solito [poi, bevendola fra dieci anni, mi darò del coglione]. invece quello che spicca è un bellissimo villa bucci 2014, verticale e sapido.

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I CLIVI
nel padiglione del fiuli sono introvabili: piantine male disegnate, aree non segnalate. ho chiesto alle fanciulle delle informazioni e non sapevano nemmeno loro.
da un patrimonio di vigne anche molto vecchie, ferdinando e mario zanusso tirano fuori vini di grande pulizia, eleganza, finezza. come sempre. ho un debole, qui rinnovato, per il verduzzo (2015). mi è parso persino migliore di quello, già elettrizzante, della vendemmia precedente. riserve a parte, entrambe 2013 e che ho intenzione di comperare, farei scorta di verduzzo, del friulano 2015 e della malvasia 2014. praticamente: di tutto.

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KUENHOF
vini che invecchiano benissimo, migliorando nel tempo. me li serve il figlio di peter pliger, ragazzo che ancora studia, che mi sembra già appassionato del suo futuro lavoro.
i 2015 sono ancora in affinamento, ma mi paiono già molto buoni, sopratutto il riesling [kaiton] e il sylvaner.

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KOBLER
armin kobler e sua moglie monika sono sempre sorridenti. armin, che ha il dono di una tagliente ma educata ironia, mi regala una piacevole chiacchierata. nella quale viene inopinatamente nominato, vassapere il perché, anche bruno vespa, “giornalista non praticante”.
buonissimo l’ogeaner 2014 (chardonnay), che è sempre un bello chardonnay, e grande qualità in tutta la batteria. il vino che più mi colpisce è il merlot, riserva klausner 2010, bevuto da magnum. è il primo di tre merlot che ho incontrato, quasi per caso, in due giorni. ed è la prima delle sorprese. il merlot è un vitigno bistrattato dal quale spesso, almeno in italia, si ottengono risultati mediocri o piacioni. poi, come in tutte le cose, ci sono le eccezioni, non solo dalle parti di bordeaux. il klausner, lontanissimo dall’idea di morbidezza stravaccata sul divano che spesso i vini da merlot evocano nel mio strampalato immaginario, se ne sta in piedi e ti guarda fisso negli occhi.
mentre lo gusto sento una voce maschile dietro di me.
– vvoi fàte pinonnèro?
– no, il pinot nero lo fanno loro [armin indica i compagni di stand di castel juval].
mi volto a guardare il questionante, che si allontana con un suo sodale senza né un grazie né un crepa. di nero vestito, con nero berretto da baseball calcato sulla fronte e nerissimi occhiali da sole a nascondere gli occhi. penso: vampiro o cosplay di berlusconi?
no: scamarcio riccardo.

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CASTEL JUVAL
fine e speziato il pinot nero [loro lo fanno] del 2014, un tessuto sottile e vibrante, lunghissimo al gusto. è come io immagino il pinot nero in alto adige. resto basito da uno dei riesling, il windbichel 2014, che bevo fino alla goccia. riassaggio, ribevo. dalla selezione delle uve più mature del vigneto omonimo, ha naso di scorze di limone e arancia, qualcosa della pesca non ancora matura, erbe aromatiche, un pensiero di fiori di acacia. bocca pulita, agile, molto lunga e prodiga di ritorni gustativi, anche a minuti di distanza.

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EDOARDO SDERCI
la nuova linea del palazzino porta il nome di edo già da un anno. piacevole nella sua immediatezza la casina girasole, buono il monti e interessante l’azzero 2015, sangiovese con tappo stelvin, del quale, però, non riesco a immaginare la strada evolutiva. mea culpa.
grande bevibilità per il rosato 2015 (sangiovese e merlot). perfetto per le giornate estive e, io credo, per fare capire a chi è più giovane di me che non esiste solo la birra: “è un vino da piscina”.

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PODERE IL PALAZZINO
il vin santo del chianti classico 2001 è libidine. per aderenza alla categoria, gusto, lunghezza, piacere.
buono il chianti grosso sanese 2010.

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[nel bicchiere di questo simpatico avventore c’è proprio il vin santo].

LE PIANE
il giorno dopo avrei fatto una piccola verticale 2006, 2007, 2009, 2011, nella quale il 2006 sarebbe risultato sconfitto solo per la presenza del 2011.
del 2011, assaggiato qui per la prima volta, gli amici presenti sottolineano il grandissimo equilibrio. lo riconosco, ma, non capendo fava di vino, mi pare un equilibrio che non abbia ancora nessuna voglia di essere inquadrato. c’è, senza dubbio. eppure sento il vino come se stesse in un vortice di fuoco. d’altra parte è pur sempre boca: si nasconde e arriva quando meno te lo aspetti. il 2011 è un grandissimo boca, un vino che non sta fermo, da bere fra ventanni.
oppure oggi.

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GIACOMETTO
un amico sostiene che l’erbaluce sia un vitigno grande. a memoria mia ho bevuto qualche erbaluce molto buono. sopratutto qualche caluso passito notevole. grande non so, non ricordo. l’amico mi dice: vai a trovare giacometto, ti fai un’idea. vado.
bruno giacometto, dagli occhi azzurrissimi, mi fa assaggiare il suo erbaluce di caluso 2015. poi il 2014, anche nella versione autoctono, con scritta in greco e lieviti indigeni. intendiamoci, i vini sono davvero ottimi. nel caso specifico delle due annate degustate non mi sento di andare oltre, fino ad arrivare al senso di quello scomodo aggettivo evocato dal mio amico. però, in effetti, la scintilla si sente e capisco cosa intendeva dire. potrebbe persino avere ragione.
intanto che cerco una conferma all’ipotesi, mi imbatto nel caluso passito 2006, uno dei vini della giornata. naso di albicocche salate e frutta secca, bocca che mette d’accordo dolcezza e freschezza. una delizia, da una tipologia che nessuno si caga.

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RIZZI
da rizzi passo per un saluto a jole ed enrico, a chiudere la giornata. volevo anche vedere la nuova etichetta della riserva boito, dipinta da enrico. è bella. ha una leggerezza elegante di forme e colori che può vincere la ritrosia di qualcuno verso il nebbiolo. ed è diversa, nuova.  segna una distanza formale netta dagli altri barbaresco di casa rizzi. enrico dellapiana è un talento multiforme: enologo, pittore e giocatore di pallacanéster. se non bastasse, è pure un bell’uomo. [qui ci starebbe un: donne, è arrivato l’arrotino! ma poi enrico mi mena].
nota di merito anche per il barbaresco nervo 2013: un paradigma di tipicità.

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[segue a breve. forse].