L’unico modo per conoscere un posto è andarci – New York

Nella mia testa spesso risuona [rimbomba: con la o] una canzone. Di questo fatto non ho una spiegazione logica. So solo che capita che mentre sto pensando ai casi miei io senta arrivare una musica che scivola sui pensieri e piano piano aumenta di intensità, mettendoli a tacere. [Per la cronaca in questi giorni è: Matia Bazar a nastro, Dresden Dolls e Amedeo Minghi]. Non è necessariamente una musica collegata a quanto mi capita, anzi di solito non ha nulla a che fare con la vita che sto vivendo in quel momento. Arriva e basta. Quando viaggio le cose però acquistano un senso intelligibile e la musica nella testa diventa colonna sonora. Così anche questa volta ho sentito le voci. Intanto La Voce, cioè Sinatra che però mi cantava un’inopinata L.A. is My Lady invece di New York, New York. Quindi Alicia Keys e un poco di Billy Joel, una sfumatura di Springsteen [ma di notte, ché NYC Serenade richiede cielo nero e skyline illuminato] e infine l’immancabile dichiarazione d’amore impossibile: New York ti amo, ma mi stai distruggendo.

Aprile. Si viaggia con Alitalia, partenza da Milano perché costa meno [il volo AirFrance da Torino a prezzo stracciato lo hanno messo da poco]. Alitalia è partner di Skyteam. Sul cosobianco è un mantra, lo dicono in continuazione. Non ho idea di chi o cosa sia Skyteam e se io debba preoccuparmi. [Nel dubbio, mi preoccupo].
Volo da Milano a Roma e poi da Roma all’aereoporto JFK. Per me è sempre una fatica pesa, per cui mi tengo occupato smanettando sull’offerta audio/video del cosobianco intercontinentale. Lo schermo è piccolo e la qualità è scadente, sia dell’audio che del video. Uso i miei auricolari invece di quelli usa e getta forniti da Alitalia e va un po’ meglio.
Il primo film che scelgo di guardare è The Place, con Mastandrea e altri attori bravi o bravini. Parte da una bella idea e via via diventa una rottura di coglioni insostenibile. L’apice della quale [rottura] non è uno solo ma viene raggiunto ad intervalli più o meno regolari ogni volta che parte il contrappunto dell’entrata in scena di Ferilli Sabrina, il cui personaggio è utile solo a consentire alla storia di raggiungere uno stanco finale. Finito The Place, che sconsiglio a chiunque, ho iniziato a guardare La Forma Dell’Acqua. Ero poco oltre la metà quando siamo atterrati a Nuova York.

[Reprise.
Al ritorno ho finito di guardare La Forma Dell’Acqua. Mi ero appuntato il minuto cui ero arrivato perché se non scrivo le cose le dimentico. Per questo stesso motivo sto appunto scrivendo ora.
Per chi non lo sapesse, questa puttanata un paio di anni fa ha vinto prima il Leone d’Oro a Venezia e dopo l’Oscar per il miglior film ed è, appuntatevelo, una puttanata totale globale. Se avete amato il cinema e se lo amate ancora non potete sostenere nulla di diverso. Non è una favola, non è realistico, non è un sogno, non è originale né nella trama né nello svolgimento né nella costruzione della storia né nei personaggi. È una puttanata nella quale si salva solo lo scenografo, lui sì veramente bravo.
Dopo, ché certi viaggi con le ginocchia in gola sono eterni, ho visto Tre Manifesti a Ebbing. Epilogo a parte è un bel film. Nulla che resterà nella storia del cinema ma un bel film, nel quale la prima parte è migliore della seconda e con Frances Mc Dormand che è un fenomeno di attrice.
Ho finito il viaggio con le prime tre puntate di House of Cards che mi ero scaricato sul telefonino grazie al wi-fi dell’albergo. Ora sono in Italia e mi manca di vedere tutte le altre, che su Netflix Italia non ci sono. Merda].

Per entrare negli USA ci vuole l’ESTA. È il visto elettronico da fare per tempo [lo si può ottenere on-line e costa una quindicina di euro. I siti che ve ne chiedono quaranta o più ci stanno provando], da presentare all’imbarco in Italia e che dovrebbe servire ad avvisare che stai arrivando, che non sei un pericolo, che starai poco tempo. Così atterri, scendi dall’aereo e con ESTA e passaporto in mano ti illudi di fare in fretta. Ti metti in fila e sembra una fila piccola, corta. Pensi che ci starai ancora per poco, che puoi sopportare il gruppo di napoletani [di Posillipo] che ti spingono da dietro e ti urtano con i loro zaini, girandosi di continuo a destra e pure a sinistra senza mai chiedere scusa o mostrare di essersi anche solo accorti dell’impatto [degli impatti]. A fila ferma immobile. Quando finalmente, passo dopo passo, hai percorso il piccolo corridoio nel quale ti trovi e giri l’angolo e sotto di te vedi una scala che porta ad una enorme sala con i corridoi della coda creati artificialmente per mezzo di separatori a nastro, sbarri gli occhi. Un serpentone umano che ti farà stare in piedi oltre due ore prima di tornare alla libertà. Per una procedura di minuti tre nella quale ti fotografano il viso, ti prendono un paio di impronte digitali e ti chiedono se hai con te dei contanti. Sarà la sicurezza, sarà quello che vi pare, ma anche che cazzo.

I controlli sono troppi e te li fanno ovunque. Togli lo zaino, metti lo zaino, via la cintura, posa il cellulare, cosa hai in tasca, entra nello scanner, tira su le mani, stai fermo, ora fai la giravolta. In aeroporto e anche nei musei, all’ingresso delle torri panoramiche, in tutti i luoghi aperti al pubblico. File e controlli. Il peggio, ovviamente, si raggiunge negli aeroporti, dove non ti devono vendere niente e allora devono fare passare il tempo. Non hanno nessuna fretta. Per i controllori sei un potenziale terrorista e ti trattano come tale, togliendo o mettendo i tuoi oggetti personali nella tua borsa come se fosse la loro. Mica sei americano, tu. Loro sì e sono anche parecchio stronzi.

Lo skyline è bello da qualunque parte lo si guardi. Impressionante. Sia che si arrivi a Manhattan da un ponte di collegamento, sia che lo si veda dall’Hudson o da un battello. Di notte è anche meglio.

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Per arrivare a Manhattan ci sono diversi ponti. Il più famoso è quello di Brooklyn che porta, guardunpò, a Brooklyn. Poi c’è il Queensboro che porta a Queen’s, il ponte di Manhattan che porta a Manhattan [da Brooklyn. Ma anche viceversa, immagino lo abbiano chiamato così per par condicio], il ponte di Verrazzano [che non porta a Verrazzano e in realtà non tocca Manhattan ma Brooklyn e Staten Island]. Quello di Brooklyn è vietato ai camion: solo auto, con una sopraelevazione centrale percorribile a piedi o in bici e che è sempre affollatissima.

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Grattacieli, case, uomini. La sensazione di essere un lillipuziano in una città fuori misura. Vale per i grattacieli e vale anche per le case più basse, che in centro non di rado sono dei monoliti di oltre dieci piani. Alla dimensione si aggiungono i materiali usati per la costruzione, materiali spesso riflettenti come vetro e ferro, per cui l’effetto ottico è amplificato in tutte le direzioni.
I newyorkesi camminano spediti, incuranti di quello che li circonda, con il loro cappuccino da passeggio in una mano e la borsa da lavoro nell’altra. Hanno una meta, loro. Tu no: testa in alto e camminare.

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E se per caso non ci sono grattacieli nella strada dove ti trovi, basta svoltare l’angolo ed eccoli, dinosauri postmoderni di vetro, ferro e cemento che escono dalla boscaglia.

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Il traffico è meno peggio di quello che credevo. Molti taxi, molto più numerosi rispetto all’Italia. Sono gialli, verdi, neri. Quasi tutti i taxi portano sul muso il marchio Toyota, in spregio a Ford, l’inventore della catena di montaggio. La nuova frontiera ha nazionalità giapponese ed è ibrida termico/elettrica.
I tassisti guidano alla cazzo, cambiando corsia senza freccia come meglio gli conviene. Le loro automobili avrebbero [tutte] bisogno di una revisione e sembrano contenere le loro case, con oggetti personali, bottiglie vuote, giornali spiegazzati e sacchetti di patatine dispersi nell’abitacolo. Gli ammortizzatori sono scarichi e le buche, con buona pace dei romani, ci sono anche qui.

Orientarsi a Manhattan è facile. Le strade hanno per lo più numeri progressivi e sono perpendicolari tra loro. Quelle orizzontali sono le Streets, quelle verticali si chiamano Avenue.

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Sono strade larghe, anche a tre corsie, quasi sempre a senso unico. I semafori consentono l’attraversamento pedonale con il classico omino stilizzato, però qui è bianco e grosso. Lo stop invece è segnalato da una manona aperta, rossa. Tutti usano il clacson, abusandone. Molte auto circolano con una protezione di gomma, come un tappetino, a coprire i paraurti.
Non ci sono vigili, a parte quando piove o negli orari di punta, e non sono vigili ma poliziotti. Contrariamente ai tassisti, la polizia usa solo auto americane, principalmente Ford e qualche Dodge.

Nelle strade principali di Manhattan e nelle vetrine dei negozi si vedono tabelloni elettronici di ogni dimensione che proiettano veri e propri video. L’uso della carta a scopi pubblicitari a New York è ridotto al minimo. A Times Square, che è il posto più brutto di NY, ci sono, contemporaneamente: persone ammassate in grumi umani, auto che suonano il clacson, rumore variogenere, musica variogenere, ragazzi neri che improvvisano balletti e/o cercano di venderti cd, l’Hard Rock Cafè, persone vestite da Statua della Libertà o da supereroi Marvel o da Pippo Pluto Topolino Minnie, ragazze in mutande con il corpo e le tette dipinte con i colori della bandiera USA e, appunto, enormi schermi luminosi pubblicitari. C’è Rosario Dawson che pubblicizza una sua linea di abbigliamento. C’è Serena Williams che gioca a tennis contro una avversaria immaginaria indossando auricolari ipersupermega tecnologici.

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Pare che nella settimana santa sia festa in Spagna. E pure noi con il 25 aprile abbiamo avuto la possibilità di fare ponte. Fatto sta che la città era piena di turisti spagnoli e italiani. Entrambi insofferenti alle code.

La cosa bella del Museo di Storia Naturale sono i dinosauri. Tanti, grossi, enormi. Il tirannosauro, il triceratopo e i loro fratelli, con il titanosauro che ha la testa in una stanza e il corpo nell’altra. Il Museo è pieno di diorami ed è chiaramente studiato per la didattica, adatto sopratutto ad un pubblico di bambini e liceali. In particolare le esposizioni temporanee, che si pagano a parte, sono pensate per un pubblico sotto i diciotto anni. Io ho visto quella del tirannosauro perché non sapevo di essere sotto i diciotto anni.
Momento clou della visita: sotto la statua dell’Isola di Pasqua, davanti alla quale tutti i ragazzi si fanno fotografare [scemoscemo, gommagomma].
C’è troppa gente, ci sono troppi bambini, c’è troppo poco spazio. In Italia abbiamo norme di sicurezza che impedirebbero l’ingresso a una massa simile di persone.

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In meno di diciotto anni il World Trade Center è rinato.

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Ci hanno costruito il One World Observatory [tempo complessivo impiegato: anni 6 più uno per l’antenna], il museo del 9/11, due grandi fontane incassate nella piazza nei punti dove sorgevano le due torri e l’Oculus di Calatrava [che è una stazione della metro con un centro commerciale. Inaugurata nel 2016, da fuori è un occhio bianco con lunghe ciglia mentre dall’interno è il ventre di Moby Dick. O della balena di Pinocchio?].

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L’Observatory consente una vista a 360 gradi sulla città ed è ad oggi la sesta torre più alta al mondo, la più alta dell’emisfero occidentale.

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Le fontane nella piazza sono un pugno alla bocca dello stomaco. Di colore grigio scuro, riportano sul parapetto di appoggio i nomi dei morti. Incisi. Sono fontane enormi e anomale: quadrate, con l’acqua che non zampilla ma scivola giù dalle pareti laterali, defluendo in un un buco centrale. Difficile descrivere l’effetto che fa, tra colori e suono cupo dell’acqua. È una mancanza in forma di fontana, una privazione che non ferma il fluire del tempo.

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Il museo è inutile, almeno per un occidentale non statunitense. Come andare al cimitero a visitare le tombe. Qui alle foto di chi è morto si aggiungono: la visione delle fondamenta delle torri, le proiezioni di frasi che forniscono piccole e sommarie informazioni sulla vita delle vittime, la raccolta di reliquie [i pattini con i quali un’impiegata veniva al lavoro, una bandiera, un frammento di scale], gli audio dei parenti che nominano i loro cari morti. Per un americano è probabilmente una visita che fortifica il senso di appartenenza agli USA. Massimo rispetto però io non sono americano.

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Se l’Empire State Building è un simbolo solo di New York, la Statua della Libertà è patrimonio di tutti gli USA. Se ne sta su un’isoletta di fronte alla propaggine sud di Manhattan, in cima a un piedistallone, tutta verde. Non è male, sapete? Molto meglio dal vivo che non in foto.

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A Staten Island venivano condotti tutti coloro che arrivavano in America con le navi per essere controllati. Da qui coloro che non erano ritenuti degni di essere accolti negli USA venivano rispediti indietro. Vi ricorda nulla? Gli Stati Uniti sono stati costruiti dagli italiani, dai cinesi, dai russi, dagli irlandesi. Dai migranti. Partivano dalla loro patria, viaggiando per mare, perché in Italia si moriva di fame, in Russia c’erano i Pogrom contro gli ebrei, in Turchia gli armeni venivano impiccati. Per ricordarsi da dove sono venuti, gli americani a Staten Island hanno costruito un museo. Alle pareti ci sono foto che raccontano l’esodo da tutte le parti del mondo verso gli Stati Uniti, a testimoniare da cosa questi poveracci scappavano, cercando una vita migliore o semplicemente la sopravvivenza.

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Ci sono anche i disegni satirici che raccontavano i timori di chi credeva che l’America sarebbe stata invasa dalla malavita italiana o russa o cinese, che avrebbe distrutto il Paese. Non è andata così e se oggi New York è abitata da milioni di persone è perché è stata costruita con le mani di chi è arrivato da fuori, persone che sono rimaste lì, vi hanno messo su famiglia, hanno imparato l’inglese, hanno continuato ad abitare la città. Questo museo, dal quale non mi aspettavo nulla [e invece], è il luogo giusto dove venire a ripassare la storia quando si è così stronzi da pensare che sia giusto chiudere i porti, che sia giusto finanziare la Libia. Quando si è così stupidi da ridurre il proprio pensiero a primagliitaliani.

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La maggiorparte del viaggio si è svolta a piedi. Oltre venti km di scarpinate pedantibus di media giornaliera. È faticoso ma si vede molto di più. Ho perso oltre due chili e mezzo in una settimana.

New Yoerk è il regno del “lurido”. Bancarelle che vendono cibo ovunque. Principalmente hot dog e bretzel, e questo lo sapevo, ma alcune preparano anche piatti unici con pollo o manzo, riso e verdure. Le fette di petto di pollo vengono buttate su una grande piastra di metallo, dove fumano sfrigolando e vengono tritate grossolanamente con una simil-cazzuola. All’angolo con la 6th Avenue ci sono delle panchine dove gli avventori di questi ristoranti ambulanti si siedono verso sera a consumare quella che temo sia la loro cena, una volta finito di lavorare.
Molte strade di New York, con particolare attenzione a quelle dove si cucina cibo orientale [la 42nd street è la Korean Way], conservano un invincibile odore di intingolo.

Chipotle è una catena di cibo messicano, burritos e tacos e altre amenità. Ho preso un burrito, che puoi farti riempire come vuoi. Solo che devi essere velocissimo, perché c’è la coda in questa catena di montaggio di chipotle [suona meglio di burrito]. Il vero fast food. Nonostante l’ampia scelta di ingredienti, qualunque cosa sceglierai di mettere nel tuo chipotle il gusto sarà lo stesso e ti perseguiterà per il resto della giornata. Hai pensato di metterci del riso per contrastare l’effetto peristaltico del chipotle? Sei un illuso.

Ci sono due o tre catene che scimmiottano la colazione europea o, meglio, francese. Una è Paris Baguette [non ridete] dove, in verità, lo yogurt con banane, miele e pecan non è male e dove pure i cornetti sono migliori di quelli del 90% dei bar di Torino. Anche 95%.

Un altro fast food è Pick a Bagel, specializzato, va senza dire, in bagel. I bagel sono quelle ciambelle salate dal gusto vario [cipolla, integrale, cereali, etc.] tipicamente crude all’interno e farcibili variamente [pomodori, burro di arachidi, avocado, pancetta, creme di formaggio multicolorate]. Qui ho bevuto, non senza fatica, il caffè espresso peggiore di tutta la mia vita.

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La specializzazione delle zone, e ancora di più delle strade, è una cosa che colpisce. C’è la strada del cibo coreano, come detto, il distretto dei diamanti [sulla 47th Street, la strada delle gioiellerie], il quartiere della moda [Soho], quello dei teatri [Broadway] e così via. Moltissimi i negozi, New York è una città dove tutto può essere acquistato con facilità. Eppure è una città piena di barboni, gli homeless. Più numerosi ad Harlem e nei quartieri meno ricchi. In centro a Manhattan sono sporadici ma tutt’altro che rari. Se ne stanno in un angolo, su una panchina, seduti per terra.

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La metropolitana qui si chiama così Subway: sotto la strada. A Londra la chiamano Underground: sotto terra. Le stazioni sono numerose e la metro è sicuramente il mezzo migliore per muoversi, il più veloce e il meno costoso. La metropolitana non ha nulla di moderno. Lo aveva quando fu costruita, indubbiamente. Oggi è un vecchio modello di treno sferragliante che corre su vecchi binari attraversando vecchie gallerie, tra banchine più o meno piccole e travi di ferro. Eppure è tremendamente funzionale. Lo stesso dicasi per i bus del trasporto di superficie, che dimostrano la mia età.

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Le biglietterie sono di due tipi: automatiche o umane. Quelle automatiche consentono di acquistare un biglietto alla volta e non sempre funzionano con la carta di credito [only cash]. Quelle umane vivono in gabbiotti ermeticamente chiusi e non accettano carta di credito [only cash].

La funzionalità è la parola d’ordine, tangibile ovunque. Ma non sempre la funzionalità si accompagna alla perfezione tecnologica ed estetica. Da un lato ci sono gli enormi schermi pubblicitari di Times Square, dall’altro ci sono gli scarichi dei cessi. Questi hanno una forma a torretta, con una leva laterale da azionare manualmente e sono esterni, mai murati: visibili, riparabili senza spaccare il muro. Anche gli interruttori della luce non sono pulsanti di ultima generazione bensì anacronistiche levette. Ovunque, dai bar ai ristoranti agli aereoporti. Questo fatto mi ha ricordato che nei palazzoni newyorkesi dei film c’è sempre un inquilino che funge da riparatore factotum, pronto a ogni evenienza.

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Altra cosa presente in gran copia a New York sono i musei d’arte. Come il MOMA, il museo di arte moderna che sta in centro a Manhattan. Nelle collezioni si trovano almeno due quadri che hanno fatto la storia dell’arte moderna: Les Demoiselles d’Avignon di Pablo Picasso e La Danse di Henri Matisse.

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C’è anche un enorme Monet, dipinto su tre grandi tele e così disposto, un trittico che ha un effetto quasi tridimensionale: sono le sue ninfee e sono un capolavoro anche per me che non sono da tempo più appassionato di impressionismo. [Qualcosa del genere si può vedere anche a Parigi, dono del pittore alla città e alla Francia]. C’è un Hopper, ci sono un paio di grandi Rothko, un grande Pollock, una bandiera di Jasper Johns, Speranza II di Klimt. E Leger, e altri Picasso, e Mirò, la Notte Stellata di Van Gogh. C’è anche Il Sogno di Rousseau, che nel mio quore sarà sempre la copertina di Teresa Batista Stanca di Guerra, uno dei romanzi della mia vita. Al terzo piano, vicino alle scale, potete vedere Il Mondo di Christine, di Andrew Wyeth.

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Top Of The Rock è il tetto del Rockefeller Center dal quale si gode una gran vista su tutta Manhattan. Quando ci sono salito io non c’era il sole e il cielo era plumbeo, ma l’effetto è stato lo stesso notevole. Anche per entrare qui controlli e controcontrolli, con sfilamento di cinture e scannerizzazione di zebedei.

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Little Italy e Chinatown sono due quartieri confinanti divisi da una strada. Attraversi e le insegne dei negozi dall’italiano diventano ideogrammi. Sono due quartieri che mi sono sembrati dei perdibili ciapa-ciapa, con Chinatown un po’ meglio perché qualche negozio, principalmente pescherie e negozi di articoli prettamente cinesi, offriva merce più interessante e più caratteristica rispetto a quelli a Little Italy. Ad esempio vendevano delle piccole tette di gomma con tanto di capezzolo da usare come antistress. Però non sono sicurissimo che fossero proprio caratteristiche cinesi.
A Little Italy ci sono molti ristoranti. Sono passato davanti a un dehors dove una famiglia stava pranzando. Il padre, che Iddìo lo strafulmini, stava inserendo la sua forchetta nel grumo di spaghetti che aveva nel piatto [condimento: bolognese] mentre con la mano destra impugnava il coltello. E non vi dico altro.

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Ci sono quartieri che si chiamano con crasi di parole. Nolita è North of Little Italy, Soho è South of Houston [Houston è una strada], Tribeca è Triangle Below Canal Street. La cosa positiva di avere le strade numerate è che di fatto non ti serve una cartina per girare e non perderti. Sai che le street sono orizzontali e salgono e che le avenue sono verticali e vanno da destra a sinistra. Ovviamente con me è tutto inutile e infatti mi sono perso dalle parti di Canal Street. Pur avendo una cartina.

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Ci sono tanti murales, ovunque, basta camminare e alzare lo sguardo. Ce ne sono di belli, anche sulle saracinesche, al WTC oppure a Brooklyn ma anche sulla Bowery o nell’East Village. Uno di quelli che mi sono piaciuti di più era dalle parti dell’East Side, dedicato a Michael Jackson.

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L’East Village è attraversato dalla 1st Avenue. Le case sono giustamente basse, molte in mattoni rossi, e nelle vie laterali hanno le scale in pietra con le ringhiere in ferro che conducono al portone di ingresso. Come nei film di Woody Allen o in Harry ti presento Sally. Case simili si vedono al Greenwich Village, ad Harlem e in altri quartieri lontani dal centro, dove tutto è invece più grande, compatto, alto.

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Di Brooklyn posso dire poco, ci sono solo passato. La parte che si trova sotto l’omonimo ponte è molto bella, piena di vecchi magazzini e di vecchie fabbriche riconvertiti a centri commerciali e negozi. Si passeggia bene anche grazie a strade poco trafficate. C’è un flea market, il Brooklyn Flea, in un tunnel proprio vicino al parco.

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I famosi playground esistono davvero. Ce ne sono molti, non in centro. Vi si gioca a basket, e i giocatori sono molto scarsi, oppure a freesbee oppure a una sorta di pelota cinese. A Central Park ci sono anche campi da softball con piccole tribune dove giocare in mezzo al verde e sotto lo skyline.

Vale la pena anche farsi un giro al negozio della NBA per ammirare qualche cimelio sportivo, considerare che le magliette costano uno stonfo e realizzare che le felpe con la cerniera, le più comode di tutte, non le fabbrica più nessuno.

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I poliziotti di New York sono quasi tutti grassi. Botolotti che non riuscirebbero a rincorrere un barile di lardo. Sarà la vita sedentaria, sempre in auto o fermi. Ma per dirigere il traffico vanno bene.

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Tutto il contrario dei pompieri, i fieri membri del FDNY. Loro sì, sono efficientissimi. Arrivano a sirene spiegate [le sirene di polizia e pompieri si sentono anche se in auto hai la radio a palla], saltano giù dai mezzi e intervengono. Abbiamo assistito a un intervento in una strada. Era esploso un tombino, abbiamo saputo dopo. Fosse successo a Torino ci sarebbero ancora le transenne attorno al foro.

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Le tipiche ragazze bionde wasp sono carine. Ma le nere. Mioddìo. Le ragazze nere sono un qualcheccousa.

A New York puoi vestirti come ti pare senza che nessuno si stupisca o ti prenda in giro. Puoi metterti gli short e le scarpe aperte con le zeppe anche se sei un maschio di ottanta chili. Puoi andare in giro con una collana d’oro più grossa della catena che uso io per la bici. Puoi avere il collo pieno di tatuaggi e piercing su naso, narici, sopracciglia, guance. Puoi metterti un paio di pantaloni con winnie pooh anche se hai ottantanni. Puoi indossare una maglietta aderente color carne sopra il reggiseno bianco con i pantaloni azzurri e i mocassini anche se sei un ragazzo di ventanni. Nessuno ti dirà nulla, nessuno ti sfotterà. Tutto è normale.

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Mancano, in centro, i bidoni della spazzatura per le attività commerciali. I sacchi di monnezza di grosso calibro vengono lasciati davanti ai negozi, a bordo marciapiede. Di sera o notte passeranno dei grandi camion a raccoglierli. Ora immaginate Mc Donald’s di Piazza San Carlo con una dozzina di sacchi neri davanti, tutti ordinati e ben chiusi. Fatto?

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Ho scattato una buona metà delle foto senza avere prima pulito l’obiettivo. Mi faccio i complimenti da solo.

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Non so se ho detto prima quanto siano meravigliose le ragazze nere.
Ma le orientali. Uh, le orientali.

Carne e uova sono gli ingredienti principali di qualunque piatto. Uova al bacon, strapazzate, in crema, sode, come vi pare.

Quando visito un posto che non conosco la mia prima curiosità va alla cucina. E come si mangia a New York? Si può mangiare male ma si mangia anche molto bene se si vuole farlo. Tutte le cucine del mondo sono rappresentate. E non esagero: tutte. Mi sono affidato a qualche consiglio di esperti [in particolare Stefano, che ringrazio ancora].

La cucina americana tradizionale non mi sembra così interessante, bistecca a parte la ho evitata.
Al Noodle bar di Momofuku ottimo il panino ai gamberi piastrati, con pane bao e una salsa piccante il giusto, persistente e non invadente.
Shake Shak è una catena di hamburger, un fast food. Però la carne è buona e il panino, classico da hamburger, è pure un po’ unto. Insomma, ci fosse anche qui mi farei crescere volentieri qualche brufolo sul naso di tant’in’tant.
Il cibo da strada è ben rappresentato da una sorta di manifestazione itinerante che propone un pò di tutto. Si chiama Smorgarsburg e il venerdì è al WTC mentre il sabato e la domenica si svolge in alcuni parchi. Ci sono cose buone e cose così così, ma vale la pena farci un giro.
Poi a Chinatown ho mangiato bene pagando poco [per piatti enormi] da Nom Wah Tea Parlor, ristorante cinese come qui non ci sono più. Non si prenota: si arriva, si dà il nome e si aspetta. C’è anche una versione più figa e più cara a Nolita, che si chiama sempre Nom Wah.
All’Oyster Bar della Central Station mi sono fatto un quasi obbligatorio lobster e ho mangiato ostriche di due tipi: ne hanno una buona selezione a prezzi convenienti.
Altri ristoranti/bistrot/bar consigliati da amici o erano chiusi per incendio, o erano pieni o non li abbiamo trovati: cito Ichiran e Mandoo Bar e Made Nice e Jacob’s.

Molti ristoranti, bar e gastronomie si vantano di fornire prodotti organic. L’organic va molto, anche in alcune catene di fast food. Tuttavia tutte le stoviglie sono monouso, dalle forchette ai piatti.

Come si raccolga la plastica non mi è chiarissimo. Ci sono cestini per l’alluminio e per l’indifferenziato. Ma la plastica? Nei fast food ho visto che la buttano come indifferenziata. Ma ho anche visto qualcuno andare in giro trasportando grossi sacchi pieni di bottiglie di plastica vuote. E in effetti al supermercato ho comprato una bottiglia d’acqua e mi hanno caricato 5 cent di deposito cauzionale. Li restituiranno a chi porta indietro le bottiglie? Chi sa parli.

Detto delle uova, c’è la carne. Ovviamente tutti consigliano di andare da Peter Luger. Il quale tuttavia consente di prenotare solo online e di pagare solo in contanti e allora ciao.
Sono passato per caso davanti a Gallagher. Una vetrina, come di un piccolo negozio, con tutte le costate esposte, a decine. Luce accesa, in pratica è l’interno di un grande frigo. Una cosa che non mi è piaciuta, forse ipocritamente, ma chissene. Mentre guardiamo le bistecche esce un tizio e dice a Gio’: fatti un selfie con tuo papà davanti alla vetrina, la gente viene qui a mangiare la nostra carne da tutto il mondo. Non ne dubito, ma niente selfie e alla fine siamo andati da Keens [guarda caso, nome che evoca l’Irlanda], che è un posto per ricchi bianchi wasp arredato come un locale dell’’800, con le pipe di legno appese al soffitto e con camerieri neri, asiatici, etc. Come si conviene.
So che la bistecca quando sta sul chilo viene di norma condivisa. Se non si è egoisti come me.

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Sulla discriminazione razziale si potrebbero dire tante cose. E le direi, se fossi un sociologo. Non lo sono e pertanto posso solo limitarmi alle impressioni. Intanto c’è una discriminazione basata sul censo, nel senso che certi prezzi [e certi luoghi] te li devi poter permettere. Certo, non sono ricchi solo i bianchi, ma non credo sia una caso che certi locali siano frequentati solo [o in prevalenza] da bianchi. D’altra parte il presidente pro tempore negli USA è un conservatore, è razzista ed è misogino e alle ultime elezioni raccattò parecchi voti.

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Potrei mangiare ogni giorno, alternativamente l’uno o l’altra, ma devo ancora capire la differenza sostanziale tra Ramen e Soba.

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Tutti i ristoranti hanno in vetrina un foglietto con una lettera maiuscola ben visibile. Rappresenta il voto che l’ufficio di igiene dà alla loro cucina. Ecco. Io entro solo dove c’è la A.

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New York, se ti piace l’arte moderna e contemporanea, è un luogo di perdizione. Al Metropolitan Museum, per gli amici MET, puoi perdizionarti tanto da rincretinire e non hai nemmeno bisogno dell’arte moderna, ché qui c’è la qualunque. Il guaio del MET, oltre all’affollamento eccessivo, è la distribuzione delle opere. Invece la vastità di argomenti [antico Egitto, Cina, Paesi Arabi, scultura, pittura, arte moderna, impressionismo, armature antiche, etc.] è affrontabile grazie alla lungimiranza di un biglietto di ingresso che può essere sfruttato per tre giorni consecutivi. Il difetto, invece, sta proprio nella disposizione delle stanze, almeno per quanto riguarda la pittura dall’’800 in avanti [che è quella che piace a me]. Un blocco rettangolare di sale con accessi su ogni lato, senza un ordine né logico né cronologico. Spostandoti da una sala all’altra puoi passare da Corot a Van Gogh, da Klimt a Cezanne, da Gauguin ancora a Corot [una intera sala dedicata a Corot. Mah]. E poi ancora. Il caos. Quando poi scendi al piano di sotto e chiedi dove puoi trovare Forme Uniche Nella Continuità dello Spazio, la risposta della gentile signorina è: “Sorry, it’s closed”. [Mannaggia a o’Vesuvio].

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Nei musei di New York si può quasi sempre fotografare, senza flash, e tutti lo fanno. Lo faccio anche io, con la consapevolezza che sarà impossibile rendere l’esperienza di guardare un’opera dal vivo. Non è solo questione di colori o di qualità dell’immagine. Provate.

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L’importante è non limitarsi a fotografare. La fotografia può servire per rievocare in un futuro più o meno prossimo l’esperienza vissuta. Ma se non poniamo la necessaria attenzione [concentrazione] quando siamo davanti a un quadro otterremo un esperienza vuota e il nostro fotografare resterà un gesto meccanico che avrà come esito un file che non riguarderemo mai.

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Naturalmente scattare foto in un museo può anche servire, a me, per fare il minchione.

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Oppure per ingrandire una mano.

La tazza del Guggenheim fu un colpo di genio del vecchio Frank Lloyd Wright. Purtroppo all’interno, sulle rampe che salgono o scendono a spirale, ci ho trovato una mostra temporanea che esponeva quadri di una pittrice della quale non ricordo il nome e che mi hanno fatto cagare tutti. Per fortuna erano invece visitabili la collezione Thannauser [con un notevole Kandinsky, un notevole Picasso, un notevole Gauguin: la trovate a Milano fino al 01 marzo 2020] e una inattesa mostra su Mapplethorpe [Implicit Tension] che mi hanno ampiamente ripagato del tempo trascorso sulle rampe.
A proposito di sicurezza: negli Usa ti scannerizzano anche i peli del naso, ma i parapetti delle rampe al Guggenheim mi arrivano a mezza coscia.
Frase del giorno: Uh, sembra il Lingotto.

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Da quando ho un frigo amico delle calamite compero magneti ovunque vada e ce li attacco con grande soddisfazione. Piccoli piaceri maniacali.
[Il Mondo di Christine di cui dicvevo sopra è il magnete in alto a destra].

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Mapplethorpe è stato il più grande fotografo di fiori mai vissuto. Diceva: “My approach to photographing a flower is not much different than photographing a cock. Basically, it’s the same thing… It’s the same vision”.
Esatto, Bob. Esatto.

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Il tempo a New York è variabile. Piove dopo una giornata di sole, c’è il sole dopo una giornata di pioggia. Giri l’angolo e vieni investito da una raffica di vento, ne giri un altro e torna la calma. Le previsioni meteo non sono attendibili, chiunque le faccia. Va però considerato che le previsioni per Central park sono diverse da quelle per Battery Park [a sud: qui partono i traghetti per la Statua della Lbertà].

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Ad Harlem c’è l’Apollo Theater, nel quale puoi entrare solo se vuoi comprare una maglietta con la scritta Apollo o per assistere a un concerto. Ascoltare un concerto a New York mi sarebbe piaciuto, al Blue Note e al Lincoln Center c’era jazz interessante, tra cui Branford Marsalis. Anche vedere uno spettacolo a Broadway non deve essere male, avendo una conoscenza della lingua inglese migliore della mia. Vabbeh.

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Tornando a Harlem, ci sono zone belle, con case basse, e zone brutte, con case basse. Siamo arrivati fino a Malcolm X Boulevard, che è un enorme stradone che costituisce una specie di frontiera. Eravamo gli unici bianchi. Su Malcolm X Blvd è facile incrociare persone sotto l’effetto del crack, giovani o meno giovani.
La povertà è palpabile anche quando ti imbatti in quei cortili chiusi con una grata metallica, con erba alta, spazzatura e auto parcheggiate. Manhattan sta dall’altro lato di Central Park ed è un’altra città.

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Ad Harlem c’è anche la St. John’s Church. Che è brutta come tutte le chiese della città. Chiese senza uno stile, una accozzaglia di generi tra il gotico e il salcazzico. Questa però ha un oratorio sotterraneo, con campi da basket e da altri sport, un centro congressi, biblioteca e altro. È la chiesa come dovrebbe essere, un centro per la comunità.

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“La mancia la lascio se proprio se la meritano. Se proprio si impegnano al massimo lascio un piccolo extra. Ma lasciarla solo perché si deve è una stronzata”. Così parlò Mr. Pink. In realtà le mance, i tip, sono volontariamente obbligatorie, qui come in altri Paesi di lingua o tradizione anglosassone. E se ne Le Iene si parlava di una mancia del 12% per le cameriere dei diner, a New York il minimo sindacale sta tra il 15 e il 18%. Molti locali indicano già nel conto la mancia suggerita. Quale sia la logica in base alla quale in alcuni locali si dia la mancia e in altri no [ad es. i fast food] non so proprio dire.

Central Park è un parco molto grande. Con laghetti, ampie piste ciclabili e playground per lo skateboard e il softball. È un parco. Molto grande. Un parcone.

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Hop on – Hop off è il sistema dei bus turistici che fanno i loro percorsi in città. Ha due funzioni. La prima è quella di farti familiarizzare con le diverse zone, e un giro appena arrivati in città è utilissimo in questo senso. La seconda è quella, banale, di portarti in giro. Il servizio di descrizione dei luoghi fruito con le cuffiette è molto basico, però puoi scegliere la lingua. Credevo che fossero più lenti negli spostamenti, invece no.

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Per entrare nei negozi, negli alberghi e in generale nei luoghi aperti al pubblico ci sono le porte scorrevoli, ma sopratutto le porte girevoli. Di nuovo, come nei film. Le porte tradizionali, tipiche dei locali più piccoli, funzionano tutte allo stesso modo: tirare per entrare [pull], spingere per uscire [push]. Non ho mai fatto una singola volta l’azione corretta.

Se le ear pods della Apple da noi vanno per la maggiore, qui sembra siano una dotazione necessaria e indispensabile alla deambulazione di ogni essere umano tra i venti e i quaranta anni di età. Non so chi le indossa cosa senta di quello che succede nel mondo reale. Non so se sia interessato al mondo reale.

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La zona di Chelsea che inizia sul fiume Hudson è piena di vecchi magazzini riconvertiti ad attività commerciali. Le strade sono lastricate con grosse pietre, come nel film di Sergio Leone, i magazzini sono diventati negozi o grandi centri commerciali. Chelsea Market è probabilmente il più famoso, quello che chiunque ti consiglia di visitare. In effetti c’è molta offerta, anche di qualità. Ci ho mangiato un paio di ottimi hot dog, uno classico e l’altro con salsiccia di maiale, da Dickson’s.

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In molte città i mercati metropolitani sono diventati una moda. A Madrid ce ne sono diversi, a Lisbona ce ne è uno molto bello. A Torino, fallito il progetto del mercato di Porta Susa, abbiamo da poco il Mercato Centrale di Porta Palazzo. Bella idea, che recupera uno sfortunato edificio made in Fuksas [e quando mai] che era rimasto abbandonato, ma i risultati sono per quanto mi riguarda molto scarsi.

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Grand Central Station è la stazione dove coppie di passanti ballano il valzer nel Fisher King di Terry Gilliam. Con l’orologio nel mezzo.
[Let’s dance].

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Soho è il quartiere a sud di Houston Street.

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Case bellissime, prezzi alti anche in affitto. Si passa di qui sopratutto se si è interessati a moda e design. Ci sono molti negozi e si incontrano fotografi che si aggirano per le strade fotografando le loro modelle.

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Sarebbe utile andare a New York con la valigia vuota per rifarsi il guardaroba. Specialmente quando il dollaro è debole. Ci sono negozi di nicchia ma anche tanti monomarca con prezzi molto convenienti. In alcuni negozi, come Levi’s o Champions, puoi farti personalizzare un giubbotto di jeans o una felpa viola facendovi aggiungere una scritta o un ricamo. Venti minuti, un piccolo extra ed è tutto pronto.

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Nel progetto di riqualificazione delle zone industriali della città, una parte importante la gioca la High Line, una passeggiata pedonale sopraelevata che occupa lo spazio di una vecchia ferrovia. Intorno, le fabbriche sono diventate resort o uffici. Si sta ancora costruendo parecchio, come si intuisce dal braccio meccanico verde che appare nella foto qui sotto [scattata dalla High Line]. Vale la pena farci una passeggiata rilassante.

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Ovunque ci sono tulipani nelle aiuole. New York prima di essere venduta agli inglesi dagli olandesi e diventare così New York era New Amsterdam.

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Curb your dog. Sta scritto sulle targhette apposte sui recinti che circondano gli alberi sui viali. Non sono recintati con una grata flessibile, ma con cancellate in miniatura di ferro smaltato di nero. Immaginate un cane non curbato che ci sbatta il grugno contro.

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Washington Square è la sede di una grande parco dove le persone si incontrano, prendono il sole, suonano. C’è una grande fontana al centro ed un grande arco, piuttosto famoso. In tutta la città ci sono molti parchi e giardini tenuti molto bene che costituiscono punti di ritrovo e di incontro.

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Altra piazza che gode di giusta fama è Union Square, sede anche di un mercato di prodotti naturali, organic o roba similare. Farine, radici, torte salate, focacce alla cipolla untissime, biscotti. E poi ci sono dei ragazzini in bici che sfrecciando ti rubano il cappello e scappano ridendo come il vento [il vento è un gran mattacchione, si sa]. Ci sono anche gli scacchisti, uomini di colore che ti sfidano a partite a scacchi, ovviamente a pagamento. Uomini duri, uomi rudi, uomini veri. Dice una guida: statevi accorti agli scacchisti di Union Square.

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New York è una NO city. Sospetto che sia una caratteristica generalizzata degli USA. Di sicuro si resta colpiti dal numero dei divieti. Qui prima di tutto devi sapere cosa non puoi fare. La cosa strana è che, a parte il traffico che come detto è abbastanza indisciplinato, tutti si attengono alle regole. Se non si può non si può, inutile discutere e infatti nessuno lo fa: c’è una regola e tanto basta. Così intere zone della città sono marchiate con divieti di fumare affissi sui palazzi. Così i semafori non si limitano a chiederti di fermarti con un banale colore rosso, ma utilizzano una grossa mano aperta stilizzata. Così i nuovayorkesi non ti rubano il posto nella fila che stai facendo [gli spagnoli sì. I napoletani si limitano a spingerti]. D’altra parte senza regole sarebbe impossibile permettere a otto milioni e mezzo di persone di occupare contemporaneamente la stessa città.

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L’ora di punta arriva di colpo, quando chiudono gli uffici. Tutti corrono. I lavoratori si riversano in strada e nessuno cammina, sono tutti di fretta. Invadono gli accessi alla metropolitana, corrono dentro le stazioni per tornare a casa. New York è una città che corre e non c’è corsa più veloce di quella di chi ha finito di lavorare.

Una delle contraddizioni più strane: un sedicenne è ritenuto idoneo a guidare un’auto, ovvero un blocco di metallo su ruote pesante anche qualche quintale che colpendo in velocità un altro essere umano potrebbe facilmente portarlo alla morte, mentre non può assaggiare nemmeno un sorso di birra finché non compirà 21 anni. Di più: per sedersi al bancone di un bar dove si servono alcolici, anche per bere una semplice diet coke, è necessario avere almeno 21 anni. Per sedersi. Il che pone dei problemi quando ad esempio vuoi andare a farti un cocktail su un roof top dotato di bar e hai un figlio sotto i ventuno.

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Il rumore delle chiacchiere nei dehors. Camminando per le strade, intorno alle 18, può capitare di sentire un brusìo. Mano a mano che avanzi l’intensità del rumore cresce. Finché non arrivi alla fonte: un bar aperto sulla strada. Tutti i tavoli sono occupati, tutti parlano ad alta voce. Tutti ridono, tutti bevono.

Sì, perché gli americani non parlano normalmente: urlano.

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Altro luogo di socializzazione post ufficio sono i pub. Io sono stato al Connolly’s. Avevano molte birre alla spina, una quindicina, ognuna con il suo braccetto personalizzato per spillare. Nel bagno, le cui porte avevano per maniglie quegli stessi braccetti, ho potuto ascoltare una classica versione di Take 5 mentre espletavo una certa pratica.
A New York ho bevuto solo birra, ne fanno di ottime, evitando del tutto il vino. Un po’ perché non conosco che pochi vini statunitensi, un po’ perché quei pochi che sapevo decenti costavano dai cento dollari in su a bottiglia, un po’ perché smetto quando voglio.
Connolly’s è pub di stile irlandese [a volte ritornano], frequentato da una clientela wasp, con il legno per terra e alle pareti e l’hockey incessantemente trasmesso su grandi schermi.

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Questo qui sotto è il Flatiron, il ferro da stiro. Per me è l’edificio più bello di Manhattan insieme al grattacielo Chrysler. Io lo chiamo Flàtiron, all’italiana. In un ufficio all’ultimo piano c’è l’ufficio di James Jonah Jameson.

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Il Chrysler Building, terminato nell’annus horribilis 1929, per un breve periodo fu l’edificio più alto al mondo [superato poi dall’Empire State Buiding]. In Italia, nel Medioevo, l’altezza delle torri oltre ad avere una funzione di difesa serviva anche a dimostrare la potenza e la ricchezza delle famiglie che le abitavano. Le gare a chi ce l’aveva più alta alla lunga portarono a una serie di spiacevoli incidenti, con tanto di crolli e morti. La cosa, unita al fatto che abitare in verticale era piuttosto scomodo, fece sì che molti nobili decisero di trasferirsi in palazzi decisamente più bassi, compatti e abitabili. Non così a NY agli inizi del XX secolo. Il Chrysler fu eretto in contemporanea al grattacielo della Bank of America e tra gli architetti fu ingaggiata una vera e propria gara per il grattacielo più alto al mondo. Sembrava che avesse vinto la Bank of America, ma l’architetto di Mr. Chrysler, tale William Van Alen, aveva un asso nella manica: la guglia, costruita in gran segreto e issata e montata solo a grattacielo ultimato, in poche ore. Un’operazione difficilissima a quelle altezze, un capolavoro di ingegneria.

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Il presidente pro tempore è ovunque. Sulle magliette, sui cappellini, sulle spille, in forma di pupazzo nei negozi di souvenir. Tutto si gioca sulla ambivalenza tra l’odio, che fa vendere oggetti vari che riportano insulti anche pesanti contro il presidente, e la fiducia conservatrice che insegue il miraggio del Make America Great Again, slogan attorno al quale girò tutta la sua campagna elettorale. Il massimo si raggiunge con la cioccolata al latte con sopra la faccia di Trump. Immagino serva da rimedio contro la stitichezza.

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Non sono sicuro che la lingua ufficiale di New York sia l’inglese, perché molti abitanti non solo non lo parlano, ma capiscono solo lo spagnolo.

In molte strade ci sono ancora le due pesanti ante di ferro sul marciapiede, chiuse da lucchetti, che sono l’accesso alle cantine. Poco funzionale, specie se piove, molto romantico.

Come per i pub irlandesi e per Keens, a New York ci sono luoghi che sembrano fatti esclusivamente per bianchi anglosassoni. Uno è la Neue Galerie, il museo che si trova nel palazzo dove c’è anche il Café Sabarsky. A un personale multietnico [tranne biglietteria, negozio e guardaroba: solo bianchi] si accompagna un pubblico di utenti dall’età media decisamente elevata e indiscutibilmente WASP. Impressioni, ovvio. All’ingresso invece del biglietto ti danno un pin metallico da appuntare alla maglietta. Puoi restituirlo all’uscita e loro lo ricicleranno. [Io me lo sono tenuto]. In questo museo privato si possono ammirare oggetti art deco, mobili e orologi del primo novecento e quadri, principalmente di Klimt, Schiele e Kokoschka. Le pareti delle stanza sono rivestite in legno [le famose boiserie] e i quadri vi sono appesi per lo più ad minchiam: troppo in alto, con una poltrona anch’essa in esposizione [NON TOCCARE!] messa di traverso ad impedire una buona visione frontale, illuminati alla boia d’un giuda e così via. Il pezzo forte è il famosissimo ritratto di Adele Bloch-Bauer di Klimt [se non sapete qual è lo trovate su Google. Dopo potete anche dire: ah, ecco], che ha uno spazio dedicato. C’è anche una stanza con molti disegni esposti degli autori citati. In uno di questi, sempre di Klimt [titolo che non ricordo alla lettera, del tipo: “donna rivolta verso sinistra sdraiata su sedia”], c’è una donna che potrebbe benissimo essere la signora Bloch-Bauer, seduta su una sedia a gambe spalanche e intenta a solitario trastullo.

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La Neue Galerie nacque dall’amicizia e dalla passione per l’arte del primo novecento che legava il mercante d’arte Serge Sabarsky al collezionista Ronald Lauder [sì, è quello della Estée Lauder]. Il pezzo forte è il ritratto di Adele Bloch-Bauer, moglie del ricco industriale dello zucchero Bloch e, pare, amante di Klimt. Il quadro, requisito dai nazisti durante la guerra [i Bloch-Bauer erano ebrei] affrontò un lungo e complicato percorso giudiziario per finire, prima, nella disponibilità dell’erede designata, e poi in quella del museo, grazie alla spropositata quantità di soldi di Mr. Lauder. A New York c’è tanta arte perché ci sono tanti, tanti, tantissimi soldi. Non si riesce a immaginare quanti.

Sarebbe interessante registrare il suono delle diverse sirene di polizia, pompieri e ambulanze. A parole non so descrivere i diversi PO e i diversi UAH. Fidatevi: sono assordanti e ammalianti allo stesso tempo.

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Socializzare è facilissimo. Con chiunque. Ti fermi a guardare un cane portato al guinzaglio e ti ritrovi a chiacchierare con il proprietario con estrema naturalezza. Stai appoggiato a un’impalcatura e una ragazza in difficoltà ti chiede se la aiuti a sfilare il giubbotto ché ha le mani impegnate e le si è incastrato su una spalla. Chiedi un’informazione e nessuno si scoccia di dartela. Ti fermi a scattare una foto e un tizio che sta lavando l’auto si ferma per dirti ciao e chiederti da dove vieni e ti racconta di quando suo padre costruì la casa che ora è sua. Tutto ciò è molto bello.

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Al ritorno passiamo sul Queensboro Bridge, in un taxi privato, direzione lo sfigatissimo terminal del JFK destinato agli aerei che volano verso l’Italia. La prospettiva dall’auto, sotto una lieve pioggia, è sintetizzata da questa capa d’aquila disegnata sulla fiancata di un camion di pompieri che si era affiancato a un semaforo.

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New York è bella ed è troppo grande. Non è del tutto adatta agli esseri umani perché non è una città umana. Direi che è sovraumana o, se si vuole, oltre l’umano. Potrei viverci se avessi ventanni di meno, adesso non credo che ce la farei a farcela. Caotica, enorme, veloce, curiosa, varia, variabile, piena di contraddizioni. A New York tutto sembra a portata di mano. Come su un grande schermo, tutto è in superficie. E la New York più bella è proprio quella del cinema, il cinema con il quale sono cresciuto. È Io ed Annie, dimostrazione pratica data a tutti noi sfigati del fatto che potevamo avere le ragazze che volevamo, belle e intelligenti e sorridenti [ma non le modelle!]. È All That Jazz, capolavoro di vita, morte e arte con la non dimenticabile scena iniziale sulle note di On Broadway. È King Kong che prende a schiaffi gli aerei in cima all’Empire State Building nel 1933. È Bob De Niro che, sdraiato sul lettino di una fumeria d’oppio, sorride alla vita che avrebbe voluto avere. È Al Pacino che tratta con la polizia, asserragliato in banca dopo una rapina andata male. È John Travolta che aspetta il sabato come una liberazione, che resta vivo perché balla, vestito di bianco e di nero. È Marlon Brando che impartisce ai suoi figli ordini di morte. È Harry che scopre che l’amicizia tra uomo e donna non esiste. È un gruppo di ragazzi sbandati, una banda giovanile, che scappano di notte verso casa, a Coney Island, che è più lontana della Cina. È Nick Nolte che viene piantato da Rosanna Arquette mentre sta dipingendo un quadro grande come un palazzo. È Dustin Hoffmann con gli incisivi trapanati senza anestesia. È Gene Hackman con il cappellino sempre in testa. Ma sopratutto New York è Montgomery Brogan che si manda a fanculo da solo.

L’unico modo per conoscere un posto, un luogo, una nazione, una città, una montagna è andarci.
A volte non basta nemmeno quello.

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[Grazie a Marinella, Annalisa, Martina, Enrico, Giorgio, Pietro e Carlo, compagni non solo di viaggio]

Esistere – Vivian Maier

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Tanto è brutta, sciatta, non ragionata e male immaginata la mostra di Vivian Maier alla Palazzina di Caccia di Stupinigi [fino al 12 gennaio prossimo], tanto sono belle le fotografie esposte. Un allestimento che sa di improvvisato, nelle vecchie cucine della Palazzina, più da ripostiglio che da esposizione. È un peccato l’illuminazione delle fotografie ed è un peccato la loro disposizione, troppo vicine tra loro oppure appoggiate a un muretto in penombra e con i fari disposti alle spalle dei visitatori. Nessuna logica, nessuna cronologia. Ed è un peccato che il video documentario su Vivian Maier venga proiettato in un angolo inadatto, lì nei sotterranei, con i sottotitoli in italiano coperti dalle teste di chi ti siede davanti e la guida che dietro di te istruisce a voce altissima il suo gruppetto di visitatori. Quella stessa guida che chiede gentilmente a chi non ha pagato di non seguirla [non la sto seguendo, ma dove vado, di grazia fiorita, che qui non c’è posto?].
È tutto un peccato, perché le foto sono bellissime. Se poi fossero disposte in ordine cronologico di scatto testimonierebbero un percorso artistico e un’evoluzione stilistica che così sono solo intuibili con fatica. Il bello del lavoro della signora Maier sta nella sua spontaneità, nella mancanza di sovrastrutture. Guardo il mondo, lo immagino in un rettangolo, scatto. Clic.
Sono ritratti, scene di vita quotidiana, persone. Ma anche oggetti, mani, bambole gettate via in un cestino, cataste di giornali della domenica pronti per essere venduti, muri, insegne, ponti, automobili, Kirk Douglas.
La storia di questa donna di cui non si sa quasi nulla, nata nel 1926 e abbandonata dal padre a quattro anni, vissuta prima con la madre tra Stati Uniti e Francia e Canada e dopo da sola lavorando come bambinaia per vivere e fotografare fino alla morte nel 2009, è una storia di misteriosa normalità, sotterranea e romanzesca, da letteratura statunitense di inizio millennio. Una storia di silenzio, una storia sordomuta. Una storia raccontata dal  rigattiere che un giorno per caso comperò il contenuto del deposito dove la signora Maier custodiva le sue cose e per il quale non aveva più pagato l’affitto negli ultimi anni della sua vita. Da lì la scoperta dei bauli pieni di foto e di rullini ancora da sviluppare [?!]: il tesoro.
Le fotografie rivelano grande talento compositivo e uno sguardo profondo sulla realtà, ma anche abilità tecnica, con l’ossessione degli specchi, i giochi di riflessi [la molteplicità del reale], le ombre. Molti gli autoritratti, nei quali Vivian Maier non sorride mai. Il più delle volte la sua è un’immagine riflessa da una vetrina o da uno specchio, anche scomposta e presentata da più angolazioni con diversi dettagli. Altre volte è un simulacro di sé fatto di cappotto e cappello. Spesso si tratta della sua ombra, che ruba lo spazio chiuso dell’immagine entrandovi, che si adagia su un prato fiorito o che copre un manifesto pubblicitario [Il Paradiso Può Attendere]. L’ombra, che rivendica la presenza della persona, che afferma la sua esistenza in vita al di fuori dell’immagine stampata. L’ombra. Quella che ci fa dubitare, quella che fa sì che ci chiediamo: ma Vivian Maier è vissuta davvero?

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Torino è femmina – TorinoBeveBene 2019

Non riconosco le facce. Un po’ dipende dalla vista, che non è più quella di una volta [ah, quando ero giovane], un po’ dipende dalla memoria [bh, quando ero giovane] e un terzo po’ dipende da una condizione comune a molti e che per fortuna nel mio caso è abbastanza lieve: la prosopagnosia.
È un deficit cognitivo a causa del quale il cervello fatica a riconoscere le persone fuori dal loro ambiente di riferimento abituale. Ne soffriamo un po’ tutti, come quando incontriamo al mare il dentista o la cassiera del supermercato sotto casa e impieghiamo un certo tempo a focalizzare: dove l’ho già visto/a?
Un mio amico una volta incontrò per caso sua madre in autogrill, di ritorno dalle ferie, e non la riconobbe. Non sono a questi livelli ma mi capita di non riconoscere subito le persone. Fuori dall’internet sopratutto. Per cui se qualcuno non riconosce me non mi offendo.
Sabato a Torino Beve Bene ad un certo punto ho incrociato con lo sguardo Silvio Moriondo, produttore del Monferrato. Eravamo a diversi metri di distanza e ho visto che mi stava guardando. Ci siamo scambiati un cenno di saluto e sempre a gesti abbiamo concordato di vederci in un imprecisato dopo. Il dopo è diventato l’ora di chiusura e così, mentre ero all’uscita a scambiare due parole con il buon Vittorio, è sopraggiunto Silvio. Lo avevo conosciuto circa un anno fa al Molo di Lilith, in una serata di presentazione dei suoi vini. Mi si è piazzato davanti e mi ha detto, con la sua voce stentorea: “Ciao! Ma non ho mica capito tu chi cazzo sei! Però ti ho già visto!”

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TBB, quinta edizione, in una nuova e spaziosa sede. Dovrei fare il punto e sono in difficoltà. Perché il punto si mette alla fine e qui siamo solo all’inizio. Perché fare il punto sull’assaggio dei vini ha un senso solo se i campioni sono pochi e se si assaggia da seduti, perché sabato e domenica ho incontrato tanti amici, perché sono di parte e TBB è una manifestazione che mi sta a quore fin dall’inizio.
La sede di quest’anno è il parcheggio coperto adiacente al Giardino Roccioso, zona Parco del Valentino, Torino, 300 metri da dove lavoro, un chilometro e mezzo da casa mia. Comodissimo. Quello che serve alle manifestazioni sul vino è lo spazio e qui ce ne è in abbondanza. I vignaioli sono tanti, i banchi idem, eppure ci si muove agevolmente tra una corsia e l’altra, ci si può fermare a mangiare una trippa da passeggio dalle Cucchi o a fare capannello con gli amici senza intralciare il traffico umano. Sopratutto, con lo spazio spariscono le code ai banchi e la disposizione d’animo diventa buona anche per chi quel giorno ha i cazzi suoi.
[Nota per l’anno prossimo: prevedere dei posti a sedere. Niente di clamoroso, giusto un paio di panchine per noi anziani. Bocce e boccino li porto io].
Alle fiere del vino naturale o artigianale vado per le persone. Nonostante il vino, e posso assicurare che ne bevo e ne ho bevuto anche questa volta, il bello più bello sta nelle parole scambiate, nelle cazzate dette, nelle risate, nei sorrisi, negli abbracci. Non ho niente contro gli astemi, ognuno sceglie la sua strada. Tuttavia imho l’astemio si perde qualcosa. E non sto parlando di gusto. Sabato e pure domenica tutto si è svolto in un clima molto tranquillo, amichevole, come si conviene a un fine settimana baciato dal sole.
[Nota per l’anno prossimo numero due: avrei voluto vedere più ristoratori/enotecari. C’erano Laura e Alessandro di Settesì, c’era Mirko di Condividere e Mirko di Eragoffi, c’era Diego di Luogodivino, c’era Andrea di Rossorubino, Barbara e Davide di Beva, Marco di SmokingWineBar, Stefano di Gaudenzio, etc. Ma mancavano in tanti ché la domenica è giorno in cui si lavora].
Ho saltato quasi del tutto i banchetti delle distribuzioni, che pure erano parecchi e non li cito per tema di dimenticare qualcuno, privilegiando le visite ai produttori che non conoscevo o che vedo troppo di rado. Illuminante per me, come sempre, è stato parlare con Giulio Armani, presente con la sua azienda [Denavolo] e con un gruppetto di vignaioli/amici piacentini. Giulio rappresenta il vignaiolo naturale [su questo argomento conto di ritornare in un post futuro. Se mi ricordo] come deve essere, ovvero uno che prima studia enologia, impara le tecniche, e poi decide cosa fare delle conoscenze apprese, quali seguire e quali abbandonare. Non è obbligatorio essere d’accordo con lui come non è obbligatorio esserlo con nessuno. È invece utile confrontarsi e Giulio è una delle rare persone che non teme il confronto. Come se non bastasse, con lui si fanno anche un sacco di risate.

I vini che mi hanno colpito non sono necessariamente i migliori assaggi, intendendo l’aggettivo in un senso tecnico che qui funzionerebbe peggio che altrove. Sono alcuni [non tutti] di quelli che mi hanno fatto scattare una scintilla in testa. Per motivi imperscrutabili mi accorgo ora che sono per la maggior parte rossi.
Parto quindi dai rossi, da Trinchero [che ha portato anche il Vigna del Noce 2012. Vino esemplificativo di quando dicevo prima: è da tre bicchieri, cinque grappoli, otto sottobicchieri, ventordici tappi. Ma qui delle classifiche ce ne freghiamo]. Ho lasciato il quore alla barbera Barslina 2013. Non so se avete presente una ragazza sfrontata che  sale sugli alberi, si arrampica sui tetti, corre nei campi, salta giù dai fienili, vi spernacchia, scappa via e ha, quello va senza dire, i capelli rossi. Il quore, si sa, è uno zingaro.
Altro rosso: il merlot, vitigno che mi è sempre piaciuto. Mentre in Francia dà vita a vini di giusta fama [e spesso di alto prezzo], in Italia vive più che altro di interpretazioni facili quando non facilone, qui leggere e là marmellatesche. Ogni tanto per fortuna ci si imbatte in qualche vinificazione ben riuscita anche da noi. Ne ricordo una bellissima, da un clone particolare e quasi dimenticato di merlot dai grappoli spargoli, di Vignai da Duline. Altre due eccezioni erano a Torino, una piemontese e l’altra friulana [rectius: dei Colli Orientali, amichevolmente detti COF]. Tenuta Grillo ha portato il 2005 del suo Tornasole, mentre Le Due Terre aveva il suo Merlot 2016. Sono vini diversi frutto di interpretazioni e di territori diversi. Il primo più tannico e materico, il secondo più austero. Hanno in comune una solidità diretta, senza scorciatoie di morbidezza, e la capacità di esprimere la profondità del merlot. Avercene.
Da Ca’ del Prete, cantina in Pino d’Asti condotta da Luca Ferrero, ho bevuto una buona malvasia spumantizzata [con saldo di freisa], ma sopratutto una freisa come si deve, aderente alle caratteristiche migliori del vitigno. Si chiama Casot, l’annata è la 2016. La freisa, parente povera del nebbiolo, non se la calcola mai nessuno fuori dai confini dell’antico Regno di Sardegna. Peccato.
Sempre in Piemonte, a Vignale Monferrato, c’è Monfrà, una piccola azienda nata tre anni fa dedita a grignolino e barbera. Paolo e Sara sono ragazzi sorridenti che lavorano bene e, non guasta, i loro vini hanno etichette molto belle [credo siano disegnate da loro: in una vita precedente erano artisti]. Paolo, poi, essendo giovane e nigrocrinito può ancora permettersi di portare quei favoriti che io dovetti, ahimé, dismettere anni fa sostituendoli con una banale barba. A TBB avevano due annate del loro grignolino, il Panikos. La 2018, caratterizzata da maggiori estratto ed equilibrio, e la 2017, decisamente più anarchica. Siccome qui non facciamo né didattica né guide, è inutile che vi dica quale delle due ho preferito.
Altro rosso il Poggio Tura 2013. Questa volta siamo in Romagna, dal maestro Paolo Babini, clone di David Gilmour. Di Vigne dei Boschi, la cantina in questione, bevo sempre con piacere i bianchi, specialmente le due versioni di albana, il Monteré e in alcune annate il Persefone. Il sangiovese invece non mi aveva mai innamorato. Difetti a mia memoria non ne ha mai avuti, eppure lo trovavo troppo carico, troppo caldo, troppo troppo per il mio gusto. La 2013 invece regala un rosso mirabile, agile e speziato, sia lungo che largo, sia teso che seducente. La bevibilità mi sorprende, specie in un vino complesso come questo, aiutata senza dubbio anche da un alcol in controllo. Qualcuno potrebbe perfino azzardare paragoni con altri sangiovese fuori regione. Si sa che i romagnoli sono gente di quore ma non gli devi rompere i coglioni, quindi mi limito a dire bravo a Paolo, ché lo è.
Restando in Romagna c’era anche Rita a illuminare con il suo sorriso mezzo padiglione. La cantina per chi non lo sapesse si chiama Ancarani e il vino lo fa il marito di Rita, Claudio. Li seguo da un paio d’anni, con una curiosità che trova appagamento  sopratutto grazie al loro lavoro con i vitigni autoctoni [il centesimino, il famoso e l’albana]. Cito l’Indigeno, che pure già conoscevo. È il trebbiano di famiglia, come cita la controetichetta, un rifermentato [posso dire ancestrale?] che è un vino della condivisione. I rifermentati il più delle volte mi dicono poco. Alcuni, come questo, hanno invece la grazia della semplicità. Qualcuno ha definito l’indigeno come vino da nonsipuòdire, io lo chiamo vino da felicità.
Il termine ancestrale mi porta in Lombardia, zona dell’Oltrepo Pavese. Qui la famiglia Baruffaldi [Castello di Stefanago] persegue una via alla spumantizzazione del tutto personale. Oltre a un rifermentato tradizionale, a TBB presentavano quattro metodo classico che in etichetta riportavano anche l’aggettivo ancestrale. Giacomo con infinita pazienza mi ha spiegato che non utilizza alcuna liqueur, né in prima né in seconda fermentazione. L’uva, coltivata ad un’altitudine che arriva ai 500 metri slm, viene raccolta quando è ritenuta matura, ricca di zuccheri e non solo di acidità, ritardando sensibilmente la vendemmia rispetto alle altre aziende spumantistiche della zona. La prima fermentazione non prevede che il mosto vada a secco. Raffreddandolo si ottiene l’effetto di inibire temporanemante i lieviti e si procede quindi all’imbottigliamento. Chiusi nella loro prigione di vetro i lieviti ricominciano lentamente il loro lavoro suicida consumando tutto lo zucchero residuo. È chiaro per quanto detto che ogni vino prodotto sarà vino dell’annata, non esistono basi spumante. Alla fine si procede con la sboccatura e la tappatura tradizionale con sughero e gabbia di metallo. Senza aggiungere nulla a parte altro vino ove necessario a colmare le bottiglie. Una procedura del genere [per capirla ho dovuto attivare entrambi i miei neuroni], senza scorciatoie, richiede tanto lavoro e tanta precisione. Ammetto che temevo che i vini avessero una deficit di freschezza a causa delle modalità produttive adottate. L’assaggio mi ha smentito. Spumanti fatti bene, con bella verticalità, in special modo i rosé [detesto i rosé] che ho trovato dotati di maggiore complessità rispetto a quelli in bianco: segnalo un pinot nero con 60 mesi sui lieviti denominato Cruasé, annata 2013.
Restando sul metodo classico, se a Natale volessi abbinare un panettone buono ad un vino altrettanto buono, una mia possibile scelta sarebbe il Pensiero 2009 di Tenuta dei Fiori di Valter Bosticardo, l’ennesimo piemontese di questa piccola rassegna. Da uva moscato fermentata aggiungendo del passito [di moscato, di corsa]. Conservo nitido ricordo del Pensiero 1996, bevuto un anno fa, alla faccia di chi crede che il moscato non possa invecchiare. Quello aveva sviluppato note evolutive che lo rendevano vino meritevole di essere bevuto ma forse più da appassionati. Il 2009 è certo più immediato, eppure consente di scegliere se stapparlo subito o dimenticarlo dieci anni in cantina.

Sì, so cosa state pensando: hai recensito vini che sono quasi tutti piemontesi, quasi tutti di una stessa distribuzione.
Embè? Non lo ho fatto apposta, ma lo avevo detto che sono di parte.

[Due note a margine.
La prima per il cibo e per i formaggi selezionati da Filrouge. Il loro Beaufort d’alpeggio mi voleva talmente bene che ho dovuto portarne a casa oltre sei etti. Giovanni: i ragazzi sono persino più bravi di te.
La seconda per l’organizzazione. TBB è un evento che è nato al femminile e al femminile cresce. Noi maschi siamo felici comprimari per una volta e ce la scialiamo. Giulia, coadiuvata da Ilaria e da Giada e da un gruppo di lavoro affiatato e consolidato, ha fatto l’ennesimo miracolo. Lo ripeto. Torino non è Milano e non è Roma, qui è tutto più difficile. Servono eventi come questo, donne come queste, persone che lavorano insieme. Sempre prima le persone]

L’arneis è l’uva che io odio – Valdisole: viaggiatori vinificatori.

Tuttavia. In Roero si coltiva arneis da sempre e me lo sono trovato nelle vigne che avevo acquistato. Ha una valenza storica e un tempo dall’arneis si produceva il vino da messa, che era dolce. Non posso non tenerne conto. Nel 2016, poi, la fermentazione non andava a secco. Non c’era verso, le provavo tutte ma niente. Avevo iniziato anche a produrre un passito da arneis da una piccola partita di uva. Allora mi venne l’idea di lasciare il mosto sulle bucce del passito, la tecnica del ripasso trasferita da est a ovest. Funzionò e la fermentazione riprese. Anche se il vino rimase con un residuo zuccherino decisamente percepibile, acquistò un senso. E’ per questo che si chiama Anarchia. Lo feci assaggiare a Giulio Armani. Lui a sua volta chiamò Elena Pantaleoni e la invitò a provarlo. Lei disse che non sembrava un vino piemontese. E Giulio: “E secondo te un piemontese poteva fare un vino così?”.
Odio l’arneis perché non ha niente. Non ha acidità, non ha aromi, niente di niente. Vinificarlo in modo naturale è difficile, l’unica via è la macerazione sulle bucce ed estrarre quello che può dare. Se non fai così rischi di ottenere un vino senza personalità, a meno che tu non ne aspetti, per anni, l’evoluzione in bottiglia.
Quest’anno l’uva non è molta ma è bella, con bucce spesse e sane e non tanta polpa. Con un’uva così chi macera può fare grandi cose. Poi c’è modo e modo di gestire una macerazione, l’annata va interpretata cercando di rispettare anche il vitigno. In alcuni casi sono arrivato a otto mesi di macerazione, ma ricordo che ad una fiera anni fa incontrai uno sloveno che macerava anche per quattro anni. Dipende sempre da come la fai. Se maceri per seguire una moda non avrai buoni risultati. Dall’anno scorso ho deciso di allungare i tempi con estrazioni più lente, lasciando il mosto sulle bucce dopo la fine della fermentazione. I risultati sono incoraggianti.
Andare alle fiere mi consente di confrontarmi non solo con i produttori ma anche con chi beve. Scopro i gusti delle persone. Ad esempio c’è chi non beve vini tannici e non riesce a considerarli buoni. Così nel tempo ogni zona spinge chi vi abita a sviluppare gusti diversi.
Il vino è un prodotto antico che ha a che fare con la cultura e con la storia. Ho recuperato la malvasia moscata, un’uva che qua e là in Piemonte si può ancora incontrare, anche se per lo più in qualche sparuto filare. Non è aromatica, come il nome potrebbe fare pensare. Ne faccio due versioni, in legno di acacia e in anfora, perché noi in Italia usiamo il legno mentre noi in Grecia per tradizione fermentiamo l’uva in anfora. La malvasia moscata in Piemonte fu abbandonata in favore del moscato sia per la migliore resa che per la maggiore resistenza alle malattie di quest’ultimo. La malvasia è una delle uve del vino Madeira, il vino portoghese con il quale Thomas Jefferson brindò alla firma della dichiarazione di indipendenza americana. Vedete? E’ un’uva che ha viaggiato nel tempo e nello spazio. Per me è importante continuare a vinificarla.
Viaggio molto, mi piace viaggiare per conoscere e dovunque vada visito cantine e vigne. Ho bisogno del confronto con i vignaioli anche per trovare ispirazione. La tecnica di non colmare le botti per alcuni vini, con sviluppo di flor, viene dai viaggi in Jura. Mi piace giocare con il vino, sperimentare e ho sempre da imparare. E ho una passione per i vitigni diversi. Ho piantato anche riesling e traminer. L’ultima volta che sono stato in Jura ho caricato la macchina con barbatelle di savagnin, recuperate da un vivaista al quale ho rotto le scatole di domenica. La prima cosa che chiedo a ogni vignaiolo è: dove prendi le piante?
Sul Roero si può scommettere. Perché non è tutto coltivabile, ci sono le Rocche, i boschi, le pendenze ardite. Perché i terreni sono molti e diversi, dalle marne grigie, alle sabbie, alle argille. Perché c’è varietà di coltivazioni, perché ci sono alberi da frutto di tipologie scomparse ovunque e che si trovano solo qui. Perché c’è un microclima incredibile. La grandine non arriva mai e in certi giorni d’estate fa così caldo che se chiudi gli occhi puoi pensare di essere nel deserto. Anche in annate difficili, come nel 2017 quando ci furono le gelate, avemmo pochi danni. Sì, è una terra sulla quale vale la pena scommettere ed è poco conosciuta. Come mi disse un amico di Langa una volta: “Però, che bello qui, non ci ero mai stato. Un posto incredibile in the middle of nowhere”.

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[pensieri e parole, con qualche licenza, di Kyriaki e Giuseppe, che chiamo amici. prima le persone]

Scrivo.

Scrivo perché quando scrivo sono lucido. Quando parlo sono meno lucido rispetto a quando scrivo. Credo sia una questione di età, di anni che passano, di naturale morìa neuronale. Quanto capita al corpo capita anche alla mente. Esprimere un pensiero a voce richiede una velocità di trasmissione cerebro-lingua che oramai funziona solo se devo sparare una cazzata. I ragionamenti risentono di questo rallentamento e le spiegazioni restano spesso confuse. Allora scrivo. Scrivendo ho più tempo per mettere ordine tra i miei pensieri affastellati. Non voglio immaginare cosa sarà di me fra dieci anni.

Scrivo anche in viaggio, anche in vacanza. Mi porto dietro un piccolo notes per segnarmi, alla sera, le cose viste o accadute, le parole dette e quelle ascoltate. Poi rielaboro tutto con l’aiuto della memoria: il ricordo, senza questo piccolo aiuto di inchiostro e carta e senza il sostegno delle fotografie scattate, rischierebbe di perdersi in un paio di giorni. Mi segno le cose insignificanti, che insignificanti non sono, quelle che è più facile che svaporino nella fretta dei giorni futuri. Quando ricopio gli appunti presi, li rimodello, come fossero pongo, per dargli la forma che meglio rappresenta la mia visione del mondo.

Scrivo quando sono nervoso. Scrivo quando sono malinconico. Scrivo quando sono triste. Scrivo quando sono felice. Scrivo quando sono medio. Scrivere è una medicina che non ha effetti collaterali. Scrivo per me stesso ma non posso negare che se qualcuno mi legge, fossero anche due sole persone, sono contento.

Scrivo, che ve lo dico a fare, quando bevo. Un tempo mi segnavo più che altro le impressioni ritratte dal vino, seguendo la formula della degustazione classica occhi-naso-bocca. Oggi lo faccio di rado. Più spesso mi limito a qualche tratto che mi faccia ricordare, fra un mese o un anno, quella certa sensazione provata.

Scrivo quando vado alle degustazioni. Prendere appunti è un buon modo per stare attenti, per rimanere concentrati. Rileggerli e ricomporli serve a capire e, perché no, riflettere.

Scrivo quando ho tempo e di tempo ne ho sempre meno. Scrivo come adesso, in pausa pranzo e non ho fame. Se mi avanzano dieci minuti magari mi metto a scrivere. Righe che di solito restano incompiute. Oppure scrivo perché all’improvviso sono stato colpito da un pensiero e lo devo fissare su carta [su schermo] prima di perderlo.

Scrivo sempre, scrivo ogni giorno. Per lavoro, certo, ché non mi occupo solo di numeri. Ma scrivo anche per comunicare via telefono o email o social. Se mi viene in mente una minchiata non mi posso trattenere, la devo scrivere. E se qualcuno si sente offeso è perché non ha capito che di minchiata trattasi.

Scrivo per discutere, sono un dialettico di formazione dialettica. Scrivere comporta il rischio di esporsi, di dire cose scomode o antipatiche o non condivisibili dalle temute maggioranze. Dire quello che si pensa può essere controproducente per il lavoro o la carriera. Me ne sono sempre infischiato, sopratutto in politica. Mi sono accorto abbastanza in fretta che la politica non è il mio posto: a fingere non sono capace. Sono un uomo libero: non sarò mai ricco e dirò sempre quello che penso.

Scrivo. Per ricordarmi chi sono e per saperlo. Per ridurre il rischio di cedere all’impulsività, per non essere aggressivo. Vedere le parole davanti a me e riconoscerle mi aiuta a chiarire i concetti prima di comunicarli. Mi aiuta a correggerli quando serve. Aggiungere o levare [il più delle volte è levare]. Mi aiuta a litigare il meno possibile. Scrivere mi aiuta a restare umano.

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Il governo del limite e Barbapapà – Vignai da Duline

[Il libro si intitola “E’ un vino paesaggio” e lo ha scritto Simonetta Lorigliola, editore Derive e Approdi. E’ il racconto di mesi di interviste con Federica e Lorenzo, i Vignai da Duline. Me lo sono procurato al Molo di Lilith, in una serata di marzo nella quale Lorenzo ha parlato a lungo. Qualcuno mi ha detto che certe cose più che leggerle è meglio farsele raccontare].

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IL FRIULI
L’agricoltura è un atto etico e in quanto tale politico. Il vignaiolo moderno deve farsi carico di occupare lo spazio della campagna in modo etico.
Io e Federica abbiamo iniziato a farlo tra il 1993 e il 1994, lavorando i vecchi vigneti che erano di mio nonno. Stiamo nei Colli Orientali del Friuli [per gli amici: COF], una delle tre DOC più note della viticoltura friulana. Insieme alle altre due formano una striscia quasi continua che dal mare si addentra nell’entroterra: il Carso, il Collio e i COF. Sono zone molto diverse sotto tanti punti di vista: il Friuli non è ben spiegato perché è difficile da raccontare. COF è forse quella meno conosciuta tra le tre. Tutte insieme formano una sorta di Cote d’Or friulana. Il nostro è un territorio geologicamente complesso dove la grande differenza la fanno il clima, con particolare riferimento alla vicinanza al mare, e le vicende storiche. Carso e Collio sono storicamente legate all’Impero Austroungarico, mentre COF dipendeva da Venezia, o meglio, dalla Serenissima. Per questo motivo i vitigni che troviamo nelle prima due DOC sono quelli di derivazione austriaca come Pinot Nero e Riesling, mentre nella terza si sono tradizionalmente coltivati vitigni originari del sud dell’Europa. In Carso dominano Vitovska e Terrano, nel Collio la Ribolla Gialla, mentre i rossi sono pochissimo coltivati. Nei COF abbiamo la Malvasia Istriana e, finito il territorio dell Ribolla Gialla, compare quella nera, che è lo Schioppettino. Ogni vignaiolo friulano ha potuto scegliere la varietà migliore e più adatta al suo territorio. Una ricerca di precisione che potenzialmente potrebbe portare a risultati qualitativamente eccellenti. [Qualche volta lo fa].
I COF godono di buone escursioni termiche e buone alternanze di caldo e freddo, clima che è favorevole alla maturazione delle uve rosse. Se ci spostiamo a nord incontriamo zone più fredde. Qui nei vigneti è frequente lo sviluppo della botrite e anche per questo ci si dedica alla produzione di passiti, con il Verduzzo [lo chiamano Ramandolo] e con il Picolit. Geologicamente in superficie troviamo uno strato molto esteso di flysch di origine marina che copre terreni che in profondità sono ricchi di calcare. Nel Carso c’è meno flysch a causa dell’erosione e i terreni sono anche qui a prevalenza calcarea. Il Carso ha anche una caratteristica particolare: i produttori sono più famosi della zona stessa. Penso a una tela di ragno dove il produttore attira il consumatore senza dovere dare conto del territorio.

LA TECNICA
La macerazione dei bianchi in Italia è iniziata con Gravner, che è stato il motore o, se vogliamo, l’artefice di una rivoluzione. All’inizio macerava tutto. Con il tempo si è reso conto dei limiti della macerazione e adesso vinifica in questo modo solo la Ribolla, che è un’uva che si presta bene. La macerazione nei bianchi comporta un abbassamento dell’acidità e per questo non tutti i bianchi la sopportano bene, specie con i nostri climi. Possono esserci dei casi in cui l’acidità cala a tal punto da dare problemi di ossidazione. La Vitovska regge bene e, anzi, in certe situazioni un abbassamento del livello di acidità la migliora.
Quando l’uva è perfettamente matura una piccola macerazione può aiutare la partenza della fermentazione. Ma basta una notte.

[I primi vini:
Chioma integrale 2017, Malvasia Istriana
Morus Alba 2016, Malvasia Istriana 60% Sauvignon blanc 40%]

LA BELLEZZA
Quello che ci ha portato a fare agricoltura è la bellezza. I nostri vigneti erano stati piantati dal mio bisnonno negli anni ’20. Un vigna di cento anni è legata ad un paesaggio che ha anche lui cento anni. Era una terra che mio nonno, 82enne, stava per abbandonare. Io e Federica abbiamo deciso di diventare i custodi di questa bellezza. Poi ci siamo messi a studiare le vecchie viti, a capire come facevano ad essere ancora in buona salute, ad essere ancora produttive. Sono un patrimonio incredibile di informazioni. Le viti ci insegnano. Gli anni in cui abiamo iniziato erano anni in cui si sapeva poco di biodinamica e anche trovare informazioni era difficile. In Friuli tra gli anni ’70 e gli anni ’80 furono espiantate le vigne vecchie e i terreni vennero sbancati per seguire una nuova idea, maggiormente redditizia, di imprenditorialità nel vino. Le uve tradizioneli a grappolo spargolo e i vitigni meno produttivi furono abbandonati. A noi invece è rimasto in dote un territorio che si è salvato. Quello che dobbiamo fare è recuperare l’economia di un tempo, senza diserbanti, senza prodotti chimici. Un patrimonio straordinario di dati e informazioni. E tutto è partito dalla bellezza.
Mio padre  voleva tagliare le vecchie vigne, ma io lo pregai di non farlo. Gli dissi: lasciale, sono belle da vedere.

CHIOMA INTEGRALE
La Malvasia Istriana è un vitigno autoctono. Nella famiglia delle malvasie è quella meno aromatica e infatti è classificata come vitigno neutro. Tuttavia se raccolta molto matura, quando la buccia diventa arancione, è quasi un semiaromatico. E’ un vitigno di mare, nel senso che si sposa molto bene a terreni salini. Ha un apparato radicale molto forte che tende ad andare in profondità e dà vini che sono sapidi e freschi.
Chioma Integrale è il nome che abbiamo deciso di dare al vino perché abbiamo scoperto come gestire le viti senza cimatura. Avremmo potuto chiamarlo Non Cimato, sarebbe stato più comprensibile, ma le negazioni sono sempre orribili. La vite è una pianta che si autoregola. Se c’è poca luce produrrà più foglie e crescerà ben prima dell’invaiatura. Perché il suo scopo è far maturare il vinacciolo, il seme. Se c’è molta luce, invece, la pianta cresce meno, ma meglio. In pratica la vite legge l’annata.
Quello che capita a livello foliare si ripete a livello radicale. Una pianta non cimata, perciò, esplorerà il terreno più profondamente, resistendo meglio allo stress idrico.
Oggi passeggiavo su Corso Cairoli, qui a Torino, e ho visto i pioppi lungo il Po. Il giardiniere che li ha curati è un genio consapevole perché ne ha fatto degli alberelli. Potando, ha gestito una piccola ricrescita ai lati delle piante senza capitozzare. La capitozzatura si rifletterebbe sulle radici, che smetterebbero di svilupparsi, mentre i piccoli interventi sono meno invasivi anche a livello radicale. Quello che tagliamo in alto fa sì che la pianta abbandoni le radici. Ma se un albero perde progressivamente le sue radici, con esse perde l’ancoraggio al terreno e a un certo punto andrà giù. Capite che questo è un problema in caso di maltempo, frane, alluvioni. Ci sono cambiamenti culturali che sono ben più gravi dei cambiamenti climatici, che pure sono preoccupanti.
La vite sa regolarsi. Fa maturare il seme senza produrre zuccheri in eccesso, senza che crolli l’acidità dell’acino. La chioma integrale consente di raggiungere una maturità fenolica che, sopratutto per i vini rossi, sarebbe impossibile da raggiungere cimando, almeno nei nostri climi. Non facciamo più analisi, ma assaggiamo gli acini. Quando il vinacciolo è croccante e masticabile senza essere amaro, non ha senso andare oltre con la maturazione.

POTATURA RELAZIONALE
Potatura Relazionale è un termine che si trova nel libro. Più che una definizione è una sintesi del metodo ed è stata Simonetta a darla. Ogni pianta è per me un individuo. Da terreni in continuo mutamento e da piante lasciate libere di leggere il suolo avremo risposte diverse. La potatura non può, perciò, essere codificata oltre certi limiti di base. E’ necessario valutare ogni pianta, singolarmente, per capire se e quando va potata, quante gemme è opportuno lasciarle, come va curata.
Bisogna considerare che ogni pianta rappresenta il nostro investimento. Ci sono i costi iniziali di impianto, che vengono ammortizzati nel tempo, controbilanciati dall’aumento della qualità e della quantità dell’uva prodotta. Ogni vigna ha un costo da ammortizzare che si riduce di anno in anno e le nostre vigne, piantate da mio bisnonno, questo ammortamento lo hanno già esaurito da tempo. Perciò, non dovendomi preoccupare di questo costo, dispongo di più tempo e lo investo  nella relazione che instauro con la singola pianta. E’ una relazione necessariamente individuale. Una volta sentii dire da Carlin Petrini una frase che mi colpì molto e che suonava più o meno così: gli agricoltori devono imparare a governare il limite. Ecco, il mio limite sono le mie vigne. Non ne pianto di nuove perché tutto il tempo è dedicato alle viti che già ho, non ne ho d’avanzo.

[Nicoletta, che insieme ad altri produttori è qui presente, chiede: io non sono in grado di governare il limite. Ho delle squadre di potatura che mi aiutano  e hanno bisogno di seguire una codifica. Cosa pensi del metodo Simonit & Sirch?]

Loro sono partiti dalla fisiologia della pianta, riscoprendo i metodi di un famoso agronomo francese di fine ‘800 [Poussard? Ploussard? mica ho capito]. Costui migliorò il guyot potando in modo da lasciare i canali linfatici della pianta in diretto e continuo collegamento con le radici. Sicuramente Simonit e Sirch hanno meriti straordinari in questo senso. Tuttavia, dovendo necessariamente codificare un metodo, con alcuni vitigni hanno operato delle forzature. Il loro metodo va benissimo per Pinot e Merlot, per i vitigni internazionali. ma da noi con il Refosco non dà buoni risultati e lo stesso si dica del Tokaj friulano. Io ho imparato a potare guardando le viti, interpretando quanto vedevo, riconoscendo su di esse le potature e i gesti che faceva mio nonno. Cerco di mantenere la tecnica di allora, che è quella che ha preservato e reso vitali i nostri vitigni autoctoni.

ARMONIA, SAPIDITA’, ACIDITA’
Il titolo, E’ un Vino Paesaggio, lo ha scelto Federica. E’ una sua intuizione, di fatto è la traduzione del termine francese terroir. Volevamo comunicare un territorio, le sue vigne e tutto quanto sta intorno. Come se il vino fosse il paesaggio che finisce nel bicchiere. Non amiamo quel genere di degustazione che attua una vivisezione del vino. Anche i termini classici della degustazione tradizionale non sempre ci trovano allineati. Ad esempio “equilibrio”: è un termine che non funziona secondo me, perché l’equilibrio del vino può essere qualcosa di creato artificialmente in cantina. Preferisco parlare di “armonia”: è quella della pianta, che deve rispecchiarsi in quella che trovo nel bicchiere. I profumi sono dettagli, sono meno interessanti. Quello che conta è l’armonia. Un enologo può fare un vino in equilibrio, ma non può conferirgli armonia.
Uno degli elementi principali sui quali si fonda l’armonia di un vino è la sua sapidità. La sapidità può scaturire solo da un suolo che sia vivo. L’altro elemento è l’acidità, che invece può variare con le stagioni. In un’annata calda il vino può esprimere minore freschezza eppure questa può essere vivificata dalla sapidità. Ripensate al secondo vino assaggiato prima, il Morus Alba. Non ha una sapidità minore rispetto al Chioma Integrale, ma ha una struttura maggiore, che in parte deriva dal fatto di provenire da vigne più vecchie, e una minore acidità. E allora la sapidità del Chioma Integrale sembra maggiore. I vini acidi permettono di avvertire più nettamente la sapidità, il che fa sì che a volte si faccia confusione tra acidità e sapidità. I francesi sono ancora più sottili nei termini. Parlano sia di sapidità che di salinità. Altro discorso è quello relativo alla mineralità. E’ un termine che ci siamo inventati noi. Attraverso il riconoscimento della componenete sapida riconosciamo il terreno da cui viene il vino. Mi è capitato di trovare, durante un viaggio ad Ischia, dei vini eccessivamente sapidi. Questo per via delle rese troppo alte e della conseguente carenza di struttura. I vini friulani hanno entrambe le caratteristiche, struttura e sapidità. Se ne erano accorti sia Veronelli che Soldati, ma poi con gli espianti delle vecchie vigne, con lo sbancamento delle colline e con l’arrivo delle grandi imprese, l’armonia che c’era si è persa.

CRITICA ENOLOGICA
La critica enologica oggi è molto cambiata. Ammetto di sentirmi orfano di gente come Veronelli, gente che sapeva raccontare un territorio con uno sguardo a 360 gradi, dal vignaiolo alla vigna alla cantina alla bottiglia. Una volta Veronelli ci invitò a mangiare a casa sua. Stappammo una quantità incredibile di bottiglie e alla fine ci salutammo abbracciandoci. Fu una giornata indimenticabile. Eppure per tutto il tempo non parlammo mai di vino. Mai. In Italia una persona come lui manca tantissimo.

VINO NATURALE
Facciamo un vino che possiamo chiamare naturale, anche se si tratta di una definizione imprecisa. Di fatto significa poco. Il problema che avverto oggi nel mondo del vino naturale è che molti vignaioli naturali fanno un vino che è la caricatura di un vino naturale. Macerazioni insensate che non tengono conto dell’uva di partenza, brett, volatili alle stelle. E’ come se volessero rivendicare la naturalità del vino attraverso i difetti che ha e non si rendono conto che invece producono una caricatura di vino. Il vino naturale si fa in vigna, mentre tutti i difetti che questi vini hanno nascono in cantina. Sono elementi che fanno parte di un processo riproducibile ovunque, in tutto il mondo, mentre quello che mi emoziona del fare vino è arrivare nel bicchiere partendo da quella singola vigna per parlare di territorio. Le peculiarità di un territorio non sono riproducibili, i processi sì.

REFOSCO
Il terzo vino è il Morus Nigra 2015. Un Refosco dal Peduncolo Rosso. Il Refosco è un grande lettore del suolo, come pure la Malvasia. Gode della chioma integrale perché per lui la maturazione del vinacciolo è importantissima. E’ dal contatto con il vinacciolo più che con la buccia che il Refosco mostra la raggiunta maturità polifenolica dell’uva. Maceriamo per un mese, un mese e mezzo. E’ varietà antica, coltivata per la resistenza alle malattie grazie anche a un grappolo molto spargolo. Il bello del refosco è che matura sempre, anche nelle annate più fredde. Ci mette più tempo ma alla fine matura mentre nelle annate calde, come fu la 2015, matura senza perdere freschezza.

ANNATE DIVERSE, VINI DIVERSI
Il Friuli è storicamente terra di passaggio. Qui le annate non sono sempre uguali. Si alternano annate mediterranee e continentali, a volte persino oceaniche. Questi salti climatici venivano affrontati anche dai contadini di un tempo. Per questo ha poco senso, come fanno molti che perseguono un’agricoltuira di tipo tradizionale, incolpare le annate per la cattiva riuscita del vino. Il vino sarà solo diverso, non può essere anche cattivo.
Vendemmio quando vedo il colore della vigna. Assaggio gli acini per controllare il grado di maturazione ed è la vigna che, cambiando colore, mi avvisa. Non decido di vendemmiare sulla base del contenuto atteso di alcol. Faccio così da quando mi sono accorto che il vino sarà in armonia se i vinaccioli dell’uva sono maturi.

BARBAPAPA’
La biodiversità è una grande ricchezza. La maggior pare delle aziende oggi lavora con i cloni. E’ una follia. Clonare significa riprodurre ogni pianta uguale identica, è quanto di meno flessibile si possa pensare. Un tempo si facevano, invece, le selezioni massali [la riproduzione delle viti partendo dalla selezione di diverse piante], portando avanti una popolazione di piante, non di individui tutti uguali. Dove c’è monocoltura è più difficile lavorare in biologico, ma non è un buon motivo per rinunciare. C’è chi pianta i filari fino alla capezzagna del vicino, quando invece sarebbe meglio, ad esempio, rinunciare a un filare e piantare una siepe. Rinunci al reddito immediato, ma la siepe porta insetti, porta uccelli, porta microbiologia, e con essi porta anche reddito futuro. Il primo anno il risultato non è visibile, ma con il tempo le vigne stanno meglio, richiedono meno lavoro, producono di più. Io credo nella possibilità di contagiare la visione del mio vicino con la mia e questo è un momento propizio per farlo. Sono conscio del fatto che una viticoltura biologica comporti rischi maggiori, che porti a una produzione quantitativamente anche inferiore, ma costa anche meno. In termini di trattamenti, ad esempio. Su questo aspetto in Friuli stiamo lavorando molto.
Teniamo conto della biodiversità che c’è nel vigneto ma anche di quella del bosco circostante, di tutto quanto abbiamo attorno a noi. Bisogna studiare le piante, capire il loro linguaggio, interpretare la loro forma: le piante ti danno informazioni preziose sulla natura del terreno.  Ed è importante avere il bosco intorno alla vigna. Nei boschi la natura si autoregola. Avere un bosco vicino alla vigna significa avere un terreno che migra e corregge gli errori. Tutte le componenti microbiologiche del terreno boschivo migrano, in inverno, quando le piante riposano, riparando se così posso dire il terreno della vigna. Il bosco è un patrimonio straordinario e spesso non ce ne rendiamo conto. Dal bosco arrivano insetti utili, arrivano gli uccelli. Da Barbapapà in poi abbiamo imparato che dal bosco arriva il bene.
La mia visione ecologica deriva da lì, da Barbapapà.

[Vignai da Duline: Lorenzo Mocchiutti e Federica Magrini.
Molo di Lilith, Torino, 18 marzo 2019]

Sostiene Giovanna: di miti, maghi, rigore, libertà e sogni.

[Dice Giorgio: “Giovanna ama sognare e rischiare. Io sono la parte più razionale della coppia. Vivere con lei comporta la necessità di riportarla con i piedi per terra. Ma senza i suoi sogni, va detto, certi risultati non si sarebbero raggiunti”]

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“Gli inizi del movimento del vino naturale furono un periodo di grande fermento, molto particolare. Si unirono persone di territori diversissimi. Gli agricoltori hanno di norma una prospettiva individualistica molto forte, ma improvvisamente in tanti avvertirono una vera e propria necessità di rompere con il passato. Ricordo la prima volta che io e Baldo Cappellano andammo da Stefano Bellotti e lui ci fece vedere la dinamizzazione biodinamica. Ricordo la faccia di Baldo: un piemontese che si trovava di fronte a una cosa del genere. Poi arrivarono i friulani, che vivevano una situazione di maggiore povertà. Molti, come Stanko Radikon, che aveva un’officina meccanica, facevano altri lavori. Figli di contadini, coltivavano anche la vigna. Loro malgrado, nostro malgrado, si sono creati dei miti. Probabilmente è capitato per via dell’influenza dei giornalisti che si sono interessati a noi. Ma io dai miti rifuggo e non mi sento per niente un mito.
Il movimento naturale ha una storia molto recente, non si può parlare di vera tradizione, la tradizione è ben altro. E in più adesso c’è anche la natura che negli ultimi tempi ci prende in giro.

Il settore del vino è uno dei pochi in agricoltura nei quali si può campare bene. Però non mi piace l’improvvisazione che vedo spesso. Ho studiato enologia e ho anche la mia esperienza. Posso mettere tutte queste cose a disposizione dei giovani. Non c’è una vera contrapposizione tra tecnologia e lavoro naturale. Bisogna portare più informazioni possibili all’interno della scienza classica, che è importantissima, aumentando le conoscenze.
Negli anni ’70 il Chianti era molto diverso da oggi. C’erano i muretti a secco, che servivano a contenere e trattenere il terreno, c’era il grano, le viti erano maritate agli alberi più grandi. Poi sono arrivati i giornalisti, che hanno avuto grande influenza nell’indirizzare l’evoluzione del territorio, e con loro sono arrivati gli imprenditori, che hanno comperato i terreni e impiantato aziende sempre più grandi. Per un imprenditore è più facile cambiare vitigni, estirpare il sangiovese e piantare merlot, andare dietro al mercato. Il contadino opporrà maggiore resistenza. Continuerà a fare il suo sangiovese rustico, mentre l’imprenditore lo ingentilirà con un saldo di merlot assecondando il gusto internazionale. Io non sono di quelli che si lamentano per la conversione al biologico delle grandi aziende. Anzi, sono contenta quando smettono di diserbare, di usare insetticidi. Non importa se lo fanno solo per motivi economici, conta che lo facciano.

Il nostro podere conta cinque ettari vitati, quasi tutti a sangiovese e un po’ di mammolo, colorino e altre uve autoctone. Il monovitigno non c’è mai stato in Chianti. In natura non esiste l’unicità. La variabilità consente di sopravvivere e di attenuare i difetti. Pensate alla nostra zona, che dà vini acidi, tesi: le altre uve contribuiscono ad ammorbidire la ruvidità del sangiovese.
Le mie piante sono allevate ad alberello. Un po’ per una visione romantica mia, che voglio ridare dignità di albero a una pianta di norma considerata solo per i suoi frutti, e un po’ perché le viti ad alberello vivono di più e producono più a lungo. Pensate alle vigne centenarie che ci sono in Sicilia o in Grecia, in Spagna. Alla vite piace espandersi alla ricerca della luce e con l’alberello può farlo. Il rovescio della medaglia è che la lavorazione è più faticosa. Va fatto quasi tutto manualmente.
Vengo da famiglia contadina e ho studiato con un enologo bravissimo. Ma volevo fare un vino che fosse mio. Ho seguito la mia strada e così nacque Le Trame. All’inizio era l’unico vino che producevo. Le uve che non ritenevo adatte a finire nel Le Trame le usavo per il vino da vendere sfuso. Poi, a forza di persone e amici che venivano ad assaggiarlo e che mi dicevano che era un peccato non imbottigliare anche quelle partite, mi decisi. Nacque il 5, dal voto che davo alle uve per me non abbastanza buone per fare il Le Trame.
Il 5 del 2015 è frutto di una unica vigna. E’ una vigna pietrosa che mi piaceva tanto. Quando la piantai ero convinta che mi avrebbe dato molto. Invece non ha mantenuto le promesse, i vini che vengono da lì per me mancano sempre di qualcosa.

Il 2011 fu la prima annata veramente anomala dal punto di vista climatico. Caldo ad agosto, con molto vento. Alcuni grappoli appassirono ed ebbi la tentazione di non fare il vino. Per fortuna invece lo feci. Il bello di essere artigiani è che serve la creatività. Ci sarà sempre differenza tra un artigiano, tra il contadino che sta ogni giorno nella sua vigna, che la conosce, che affronta i problemi e le difficoltà mano a mano che si presentano, e una azienda, che pensa e lavora in grande. Quella volta ci inventammo una selezione delle uve fatta in vigna. Fu una vendemmia molto divertente.
Fino al 2010 Le Trame stava nella DOCG Chianti Classico. Quasi ogni anno in commissione DOCG lo respingevano, dichiarandolo rivedibile sopratutto per via dei sentori di brett. Quando capitava, risolvevo inviando dei nuovi campioni ai quali avevo aggiunto della solforosa. In quel 2011 il brett era particolarmente intenso ed ero quasi certa che me lo avrebbero respinto al primo tentativo. E infatti lo dichiararono rivedibile. Questa volta però decisi di non usare il trucco della solforosa e inviai i nuovi campioni identici a quelli della prima volta. La mia intenzione era di mantenere identità al mio vino, anche se il rischio era grosso. Ovviamente il vino fu bocciato con la motivazione di anomalia olfattiva e da allora è IGT.
Il brett è diventato il nemico numero uno degli enologi. Oggi i vini vengono definiti sulla base di soglie di percezione, non si considera più il vino nella sua complessità e nella sua interezza. Secondo me il brett, se non è eccessivo, può essere anche piacevole. Ci sono molti grandi vini, specie in Francia, che hanno sentori brettati. Così decisi di andare avanti, rinunciando a una denominazione cui tenevo molto. Per me la DOCG ha valore non solo storico ma proprio sentimentale. Quando una denominazione non è aperta alle differenze, che pure ci sono al suo interno, quando non ti tutela più, rimanervi dentro non ha più senso. Avvisai i clienti e i distributori che il 2011 era stato declassato a IGT e tutti mi dissero: finalmente! Il che per me fu un dolore doppio.
I brettanomyces sono lieviti presenti in molte cantine. Fanno parte, insieme ad altre famiglie di lieviti, del “patrimonio” di una cantina. Non faccio la guerra al brett come invece fa l’enologia classica. Ma non posso nemmeno accettare che ci sia abitui al brett. Non è solo sciatteria, è prendere una scorciatoia e le scorciatoie in questo mestiere non portano da nessuna parte.
La 2013 fu un’annata con poca produzione. Me lo aspettavo, perché l’annata precedente, la 2012, era stata molto siccitosa e le piante, quando subiscono uno stress, decidono di proteggersi anche producendo meno nell’annata successiva.
Per me i Le Trame precedenti al 2011, ad esempio le annate 2004 e 2005 ma sopratutto la 2009, erano più complessi, più serrati, più contenuti, più materici. Amo Le Trame quando è nervoso e da un po’ non lo sento più nervoso come era allora. Questo è probabilmente dovuto al clima ma pure al fatto che abbiamo cambiato in parte il modo di lavorare in vigna, ad esempio utilizzando maggiormente il compost.

Giulio Gambelli era un uomo gentile. E’ la persona che ha fatto di più per il Chianti Classico, prima, e per il Brunello, dopo. E’ l’artefice di tutti i vini di Soldera. Non aveva studiato, tanto che una volta l’Assoenologi lo denunciò perché qualcuno lo chiamava enologo senza che avesse il titolo. Era sordo dalla nascita e forse per questo aveva sviluppato un naso incredibile. Era anche un grande cacciatore, il che gli consentiva di conoscere benissimo tutta la campagna. Se assaggiava un vino, anche alla cieca, sapeva raccontartelo inserito nel territorio, dicendo che vicino a quella vigna c’era una ginestra o un roveto, cose così. Non aveva strumenti tecnici, la sua conoscenza enologica era basica, ma disponeva di una memoria incredibile che utilizzava nel suo lavoro. Parlava di sé in terza persona, cosa che mi divertiva tanto. Per me lui era il Mago. Arrivava da noi con la sua R4 e il suo cane, uno spinone. Non a caso io poi ebbi una R4 e il mio primo cane fu uno spinone. Aveva un modo affascinante e gentile di descrivere il vino. Io ero bambina e lui mi faceva sentire il vino dal calice e mi chiedeva cosa ne pensassi. E’ il mio iniziatore al vino, colui che da bambina mi iniziò al vino.

Beppe Rinaldi è un amico. Una persona con la quale ho condiviso un pezzo di strada. Un uomo inquieto, che sapeva che il vino è uno strumento di comunicazione. Per lui come per me il vino è strumento relazionale, con la differenza che Beppe viveva il suo territorio pure in senso sociale, molto più di quanto non faccia io. Era più curioso e più attratto di me dalla storia del territorio.

Vini Veri rappresenta l’incontro con persone, anche molto diverse da me, che sono subito state famiglia. L’agricoltore è sempre un individualista, mentre Vini Veri era un progetto di insieme. Ora io e Giorgio ne siamo usciti perché non ci vedevamo più un senso. Ci sembra che attraversi un momento di staticità e di autorefernzialità. Ha perso la forza propulsiva che aveva all’inizio, ma può riacquistarla. Io lo spero tanto.

Il rischio del vino naturale è nascondere l’improvvisazione. L’improvvisazione è bella, è divertente, ma non può sostituire la conoscenza. Le scorciatoie non portano a niente di buono. Anzi, si rischia un’omologazione verso il basso. In Francia è già successo.
D’altra parte il mio può essere percepito come eccesso di rigore. Il rigore è un limite a quella libertà che i giovani invece chiedono. Come se ne esce? Non so proprio.
Ma quando sento i vecchi che consigliano ai giovani di non studiare io rimango molto male”.
Giovanna Morganti

La storia del vino italiano passa anche da qui. Passa inevitabilmente dalle persone, da quegli incontri fortunati di più di una ventina di anni fa, che si concretizzarono in movimenti come Renaissance, Vinnatur, Vini Veri e altri. Tanti piccoli o meno piccoli produttori che anche grazie al confronto acquisirono consapevolezza e visione proprie, che diedero un senso al loro lavoro lontano dalle strade battute. E’ una visione romantica, non lo posso negare. Ma lo è a posteriori. Oggi il mondo del vino è cambiato. Le persone di allora [i miti non servono a nessuno. le persone invece sì] non vanno dimenticate.
Sempre vengono prima le persone.
Penso al nome del vino: Le Trame.
Non immagino un nome più bello per descrivere la vita.

Torino, Molo di Lilith, 11 marzo 2019

I vini:
– 5 annata 2015
– Le Trame annata 2013
– Le Trame annata 2015

Podere Le Boncie
Str. delle Boncie – Loc. San Felice
Castelnuovo Berardenga (SI)

Agricoltura verticale – I Mandorli

“chi coltiva la terra oggi ha una responsabilità più forte rispetto a quella che si poteva percepire trenta anni fa. è una responsabilità legata alle nuove generazioni, a chi verrà, ma anche alla tutela del paesaggio. non avrei mai potuto intraprendere un progetto come il mio senza pensare a questo. i mandorli è un’azienda giovane: mio papà acquistò i terreni nel 2002, in località belvedere a suvereto. il posto si chiama così perché sta in alto e da un lato vedi il mare, la costa degli etruschi, dall’altro le colline metallifere. è un terreno sassoso, difficile da lavorare, direi persino ostile. nel 2004 cominciammo a piantare le prime vigne, quasi a sfidarlo. di sangiovese, naturalmente. il sangiovese è scontroso. è come i toscani, ma quando hai superato la facciata è un vino che può darti tanto.

oggi fare vino naturale, biologico, biodinamico è una moda, può esserlo. chi invece lo fa con consapevolezza e intenzione, prima che per un intento commerciale, sta un passo avanti. siamo biodinamici però senza certificazioni. diffido delle certificazioni. se sono sempre stata naturale perché devo pagare qualcuno che attesti che lo sono? farei la stessa cosa di chi è sempre stato convenzionale e vuole passare al biologico, con la differenza che chi era convenzionale con la certificazione si pulisce, per così dire. dichiara di essere biologico, senza raccontare tutto quello che ha fatto, anche e sopratutto alla terra, fino a ieri. e allora non c’è differenza.

l’atto agricolo è un atto di forza sulla natura. è un atto violento. non c’è vigna senza intervento agricolo. la terra mi dà e io sento di dover dare qualcosa alla terra. per farlo uso il preparato 500, ovvero il cornoletame. potrei usare qualcosa di diverso, di non biodinamico, per rafforzare la carica batterica del terreno, per aiutarlo a ritrovare l’equilibrio che ho inevitabilmente spezzato coltivandolo? certo. tuttavia io credo che siamo tutti parte di uno stesso universo e credo nell’antroposofia. il mio è perciò anche un atto simbolico, quasi religioso se si vuole. la biodinamica la fai perché ci credi, non per motivi economici. all’atto agricolo aggiungo un atto simbolico. per qualcuno è solo un credo, però funziona.

suvereto sta tra livorno e grosseto. qualcuno qui aveva cominciato a coltivare in biologico già negli anni ’90. siamo ancora pochi eppure qualcosa è cambiato e sta cambiando, grazie sopratutto ai giovani. negli stili produttivi a suvereto forse scontiamo ancora l’esempio di bolgheri e la critica americana modello parker. da noi si fanno vini spesso ampi, concentrati, orizzontali. io invece cerco la verticalità, sotto tutti i punti di vista, a partire dalle vigne, che stanno più in alto rispetto a quelle delle altre aziende.
la verticalità è anche la capacità delle radici di andare in profondità, quella dei lombrichi di scavare cunicoli dal basso e consentire all’acqua di salire o di scendere. con la biodinamica riesco a perseguire questo obiettivo.
è la verticalità che ritrovi nel vino, in bocca.
ed è come la terra.

sì, faccio anche qualche bottiglia di vermentino. un clone particolare, il vermentino corso.
ma è finito: lo ha bevuto tutto arturi”.

torino, 15 gennaio 2019, molo di lilith
maddalena pasquetti

I Mandorli
Piazza San Tommaso, 14
Località Belvedere
Suvereto (LI)

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daniele ricci e nonno elso [o era ulisse?]

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ieri sera, bevendo l’elso 2008 di daniele ricci per la terza o quarta volta negli ultimi due anni, mi sono risuonate dentro la capa le parole di nicoletta bocca: “credo che per il vino naturale non si debba avere fretta. non basta coltivare in modo naturale e vinificare in modo naturale: bisogna lasciare tempo al vino”.
il tempo, già. di daniele bevo sempre i bianchi, raramente i rossi. un po’ perché in questo periodo della mia vita prediligo il vino bianco al rosso e un po’ perché il ragazzo negli anni ha tirato fuori dalla cantina qualche bianco sullo straordinario andante.
il mio primo elso fu quello dell’annata 2004, poi la 2007, per tornare indietro fino alla 2001. ieri qualcuno a tavola [eravamo all’enoteca ber, barbera e rubatà, di torino] favoleggiava di un elso 1996, bevuto qualche anno fa, una bottiglia con l’etichetta ormai divorata dall’umidità. il 2008 è l’annata attualmente in commercio. ha dieci anni.
l’elso ha bisogno di tempo come e forse più di altri vini. perché l’uva da cui nasce è la croatina. un vitigno poco considerato, che può dare vini molto terrosi, a volte anche molto rustici. in passato nelle croatine di alcune zone, tipicamente nel nord del piemonte, trovavo quasi sempre un deciso sentore di brett, genere cavallo sudato, che poco aveva a che fare con la terra e molto, credo, con l’igiene di cantina. te lo aspetti così e invece no. la croatina è un’uva incompresa che nelle mani giuste e su terreni adatti [uno a caso: la marna tortonese. ma pure i porfidi del novarese] può dare vita ad un vino sorprendentemente elegante, seppure timido, che si concede un po’ alla volta, che diventa adulto anno dopo anno. arriva il momento in cui la senti sorriderti dal fondo del calice, con gli occhi spalanchi, anche se quello che sorride, bevendo, sei tu.
quando si scrive di un vino prodotto da un amico si rischia di essere agiografici, esagerati. può essere che io lo sia. cerco sempre di dire cosa penso dei vini che assaggio o bevo, più nel bene che nel male. se sto zitto è per poca confidenza con l’interlocutore o per timore di offendere. non mi piace parlare male del lavoro altrui. le critiche devono essere costruttive e presupporre desiderio di confronto da entrambe le parti. se il produttore è un amico la faccenda è diversa e mi permetto di dirgli schiettamente tutto, anche quello che non mi piace. ma ci sono dei vini che, al di là di amicizia e confidenza, tirano fuori il lato sentimentale di ognuno di noi. e allora chi se ne frega.
l’annata 2008 si sviluppa attorno ad un nucleo di frutto rosso, dipanandosi in bocca con estrema freschezza. il vino è vitale, balsamico e caldo, con tannini maturi così felicemente integrati nella massa da sembrare quasi disciolti in essa. è un vino che danza. naso di mora e menta e cioccolato e terra bagnata e sottobosco e radice.
trovo che il pensiero di nicoletta di cui sopra sia particolamente adatto al suo san fereolo 2006, che poche settimane fa si è mostrato in tutta la sua bellezza. l’elso 2008 di daniele è della stessa stoffa.
è uno dei rossi più buoni del mondo.

[foto di vittorio rusinà: grazie, vitt]

daniele ricci – cascina san leto
via montale celli, 9
15050 – costa vescovato (al)
cascinasanleto@libero.it

questa langa è la mia langa – nicoletta bocca e dogliani

ma se dico che mi ha colpito la sua poetica e tenerezza dietro a tanta fermezza, Nicoletta s’incazza?”
[ilaria liparesi]

“mi piacerebbe poter dare una visione di produttore che sa quello che fa, invece non so mai un cazzo di quello che faccio”
[nicoletta bocca]

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nicoletta sorride molto. anche quando dice cose importanti, sopratutto quando dice cose importanti, pesanti. ti guarda negli occhi, sorride e dice. con calma, senza urlare.
ha una visione chiara. è lucida, di una lucidità che si incontra di rado [chi parla bene pensa bene], ed è libera. ha tante cose da dire che le affollano i pensieri e riesce a tirarle fuori tutte, una dopo l’altra. te le mostra stendendole come si fa con la tovaglia sulla tavola, mettendoci sopra in ordine i piatti, sotto quello piano, sopra quello fondo, poi le posate, mi raccomando il coltello va a destra, i bicchieri. pure il tovagliolo. ci sediamo e si può cominciare.
a mangiare, bere, ascoltare, discutere.
i vini [quarantacinque persone sedute a quella tavola: provate a immaginare quanto vino ha portato. in litri]:
– dogliani superiore, vigne dolci 2016 (da uve dolcetto)
– coste di riavolo 2013 (da uve riesling e gewurztraminer, in magnum)
– san fereolo 2006 (da uve dolcetto, in magnum)
– il provinciale 2007 (da uve nebbiolo, in magnum)
– austri 2007 (da uve barbera, in magnum)

“san fereolo era il luogo della mia identità, dove capire chi ero. quando ci sono arrivata volevo esprimere la mia identità. oggi so chi sono. con il san fereolo ho mostrato quello che volevo a proposito del dolcetto, ma non frega a nessuno. l’ho fatto per servire il territorio, ma il territorio non risponde, non mostra interesse. forse per paura, forse per pigrizia, tutti continuano a produrre il dolcetto tradizionale. oggi vorrei che venisse qualcuno da fuori a dare una mano. se il territorio non risponde che senso ha impuntarsi? meglio fare un passo indietro. forse i tempi non sono maturi.
quando fu avanzata la richiesta della docg per dogliani, i barolisti si preoccuparono e si lamentarono. siamo vicini, ma loro temevano che l’attribuzione della docg al nostro dolcetto togliesse loro qualcosa. non è così e la docg era necessaria. a barolo non capivano che per noi era una questione di sopravvivenza, non di vino migliore e peggiore. era una questione politica e sociale. da noi le campagne vengono abbandonate. i contadini espiantano le vigne aprendo la strada ai barolisti che comprano a buon prezzo e piantano nebbiolo per il langhe. così dogliani rischia di diventare il serbatoio dei vini che non possono diventare barolo. se questa è l’unica possibilità che il nostro territorio ha per continuare ad esistere come territorio di viticoltura, ha senso opporsi? io credo che il fatto che il tuo terreno a dogliani valga troppo non sia un bene per il doglianese. oggi lo vendi ma domani non sarai più in grado di ricomperarlo o solo affittarlo. e intanto i giovani a dogliani sono spariti dalle campagne. anche i figli dei produttori spesso non mostrano l’etica del lavoro che avevano i loro padri. pochissimi hanno fatto la scuola enologica e l’istruzione è importantissima, fondamentale per le persone e per la comunità.
il nome del vino, dogliani, è indispensabile. non dolcetto, ma dogliani. è un nome giusto. si parla forse di nebbiolo di barolo? in questa cosa credo fortemente e quando credi in qualcosa devi perseguirla con tutte le forze. non mi frega niente della convenienza, ma è importante che il territorio sia identificato con questo nome.
il conflitto con i barolisti c’era e c’è. ma fermo restando il fatto che chi ha un privilegio vuole mantenerlo, il problema sei tu, doglianese, che non credi nel tuo territorio. il barolo vuole tutta la scena per sé, ma sbaglia. le alternanze sono parte del senso di una società. lo vediamo anche a tavola, dove il barolo non è che vada bene sempre, con ogni piatto. se mangi pane e salame in un pic nic il barolo non va bene.
da noi sta succedendo qualcosa di simile alla borgogna, dove c’è quasi solo pinot nero. ma noi resistiamo. ci sono quelli che dicono che è un bene che ci sia tanto nebbiolo mediocre a dogliani, perché chi rimarrà a fare il dolcetto lo farà buonissimo”.

altrove si parlerebbe dei vini della serata. qui pochi spunti, perché mi interessa dire altro e perché il mio riferimento quando parlo di vini è sempre il gusto, che è mio e personale. non è la bibbia, sono pure ateo.
il vigne dolci ha una finezza che, riscontrata un anno fa, si è ora fatta vera eleganza [merito forse di quella vigna nuova a rocca cigliè, in alto, incastonata tra la terra, il cielo e il mare], con una speziatura che può far pensare a un pin… non l’ho detto! non l’ho detto!
il coste di riavolo è un vino buono, che si beve con piacere e che ho però preferito in altre annate.
il provinciale è una goduria per chi ama il nebbiolo, è un nebbiolo di corpo e agilità. ed è forse questa la caratteristica di tutti i vini di nicoletta: materia in movimento [e anche imprevedibilità: preciserò più avanti]. mi ha fatto pensare [memoria dannata, dannata memoria] a un langhe nebbiolo che amo molto, di altra zona, e che non citerò.
l’austri è la [una delle] barbera che bisogna bere per capire quanto questa uva sia sottovalutata. il vino di trinchetto, papà di braccio di ferro, invecchia benissimo, anche meglio di alcuni barolo. quelli che dicevano, nel 2007, che era l’annata perfetta per la barbera, avevano ragione due volte.
e poi c’è il san fereolo.
nella mia esperienza i vini di nicoletta a volte sono stati divisivi. ho sentito/letto qualche parere negativo sul san fereolo anche da bevitori di una certa esperienza. vero è che le critiche si concentravano non tanto sulla qualità del vino quanto sulla distanza dallo stile degli altri dolcetto prodotti nella zona. forse sono io che non riesco a vedere il problema nel costituire un unicum. anzi, a me sembra una bella cosa.
è un vino che ho assaggiato la prima volta ad una degustazione di go-wine sul dolcetto di sette o otto anni fa. lo ho sempre trovato quantomeno molto buono mentre in alcune annate è proprio fuori categoria, detto alla francese. supera la tradizione, resta fedele alla terra.
marco arturi ha parlato dell’imprevedibilità del san fereolo. lui [o forse era un suo amico di pisa] lo riconosce anche alla cieca per questa caratteristica. l’imprevedibilità in un vino naturale è il contrario della serialità, che a dispetto delle chiacchiere e delle convinzioni sbandierate da tanti produttori spesso è la regola [“anche nei difetti”].
l’intuizione di nicoletta è stata quella di capire che l’uva dolcetto poteva dare molto di più dei vini semplici e di pronto consumo tradizionali, che era possibile trarne un vino da invecchiamento lungo e felice. lo dimostra il san fereolo 2006, servito in magnum. un mostro.
“il 2006 subì un arresto di fermentazione. non sapevo cosa farne. l’ho lasciato lì e dopo due anni la fermentazione è ripartita da sola. il vino ha trovato la sua strada.
credo che per il vino naturale non si debba avere fretta. non basta coltivare in modo naturale e vinificare in modo naturale: bisogna lasciare tempo al vino”.

la serata è terminata e io mi riprometto di ricominciare a bere con costanza e concentrazione il barolo di serralunga. per capire qualcosa sulle differenze con il provinciale e, forse, anche qualcosa di vino.

“non ho rimpianti, assolutamente, ma la fatica è tanta. certo, rifarei tutto. non potrebbe essere diversamente”

molo di lilith, torino, martedì 20 novembre 2018