Scrivo.

Scrivo perché quando scrivo sono lucido. Quando parlo sono meno lucido rispetto a quando scrivo. Credo sia una questione di età, di anni che passano, di naturale morìa neuronale. Quanto capita al corpo capita anche alla mente. Esprimere un pensiero a voce richiede una velocità di trasmissione cerebro-lingua che oramai funziona solo se devo sparare una cazzata. I ragionamenti risentono di questo rallentamento e le spiegazioni restano spesso confuse. Allora scrivo. Scrivendo ho più tempo per mettere ordine tra i miei pensieri affastellati. Non voglio immaginare cosa sarà di me fra dieci anni.

Scrivo anche in viaggio, anche in vacanza. Mi porto dietro un piccolo notes per segnarmi, alla sera, le cose viste o accadute, le parole dette e quelle ascoltate. Poi rielaboro tutto con l’aiuto della memoria: il ricordo, senza questo piccolo aiuto di inchiostro e carta e senza il sostegno delle fotografie scattate, rischierebbe di perdersi in un paio di giorni. Mi segno le cose insignificanti, che insignificanti non sono, quelle che è più facile che svaporino nella fretta dei giorni futuri. Quando ricopio gli appunti presi, li rimodello, come fossero pongo, per dargli la forma che meglio rappresenta la mia visione del mondo.

Scrivo quando sono nervoso. Scrivo quando sono malinconico. Scrivo quando sono triste. Scrivo quando sono felice. Scrivo quando sono medio. Scrivere è una medicina che non ha effetti collaterali. Scrivo per me stesso ma non posso negare che se qualcuno mi legge, fossero anche due sole persone, sono contento.

Scrivo, che ve lo dico a fare, quando bevo. Un tempo mi segnavo più che altro le impressioni ritratte dal vino, seguendo la formula della degustazione classica occhi-naso-bocca. Oggi lo faccio di rado. Più spesso mi limito a qualche tratto che mi faccia ricordare, fra un mese o un anno, quella certa sensazione provata.

Scrivo quando vado alle degustazioni. Prendere appunti è un buon modo per stare attenti, per rimanere concentrati. Rileggerli e ricomporli serve a capire e, perché no, riflettere.

Scrivo quando ho tempo e di tempo ne ho sempre meno. Scrivo come adesso, in pausa pranzo e non ho fame. Se mi avanzano dieci minuti magari mi metto a scrivere. Righe che di solito restano incompiute. Oppure scrivo perché all’improvviso sono stato colpito da un pensiero e lo devo fissare su carta [su schermo] prima di perderlo.

Scrivo sempre, scrivo ogni giorno. Per lavoro, certo, ché non mi occupo solo di numeri. Ma scrivo anche per comunicare via telefono o email o social. Se mi viene in mente una minchiata non mi posso trattenere, la devo scrivere. E se qualcuno si sente offeso è perché non ha capito che di minchiata trattasi.

Scrivo per discutere, sono un dialettico di formazione dialettica. Scrivere comporta il rischio di esporsi, di dire cose scomode o antipatiche o non condivisibili dalle temute maggioranze. Dire quello che si pensa può essere controproducente per il lavoro o la carriera. Me ne sono sempre infischiato, sopratutto in politica. Mi sono accorto abbastanza in fretta che la politica non è il mio posto: a fingere non sono capace. Sono un uomo libero: non sarò mai ricco e dirò sempre quello che penso.

Scrivo. Per ricordarmi chi sono e per saperlo. Per ridurre il rischio di cedere all’impulsività, per non essere aggressivo. Vedere le parole davanti a me e riconoscerle mi aiuta a chiarire i concetti prima di comunicarli. Mi aiuta a correggerli quando serve. Aggiungere o levare [il più delle volte è levare]. Mi aiuta a litigare il meno possibile. Scrivere mi aiuta a restare umano.

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Il governo del limite e Barbapapà – Vignai da Duline

[Il libro si intitola “E’ un vino paesaggio” e lo ha scritto Simonetta Lorigliola, editore Derive e Approdi. E’ il racconto di mesi di interviste con Federica e Lorenzo, i Vignai da Duline. Me lo sono procurato al Molo di Lilith, in una serata di marzo nella quale Lorenzo ha parlato a lungo. Qualcuno mi ha detto che certe cose più che leggerle è meglio farsele raccontare].

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IL FRIULI
L’agricoltura è un atto etico e in quanto tale politico. Il vignaiolo moderno deve farsi carico di occupare lo spazio della campagna in modo etico.
Io e Federica abbiamo iniziato a farlo tra il 1993 e il 1994, lavorando i vecchi vigneti che erano di mio nonno. Stiamo nei Colli Orientali del Friuli [per gli amici: COF], una delle tre DOC più note della viticoltura friulana. Insieme alle altre due formano una striscia quasi continua che dal mare si addentra nell’entroterra: il Carso, il Collio e i COF. Sono zone molto diverse sotto tanti punti di vista: il Friuli non è ben spiegato perché è difficile da raccontare. COF è forse quella meno conosciuta tra le tre. Tutte insieme formano una sorta di Cote d’Or friulana. Il nostro è un territorio geologicamente complesso dove la grande differenza la fanno il clima, con particolare riferimento alla vicinanza al mare, e le vicende storiche. Carso e Collio sono storicamente legate all’Impero Austroungarico, mentre COF dipendeva da Venezia, o meglio, dalla Serenissima. Per questo motivo i vitigni che troviamo nelle prima due DOC sono quelli di derivazione austriaca come Pinot Nero e Riesling, mentre nella terza si sono tradizionalmente coltivati vitigni originari del sud dell’Europa. In Carso dominano Vitovska e Terrano, nel Collio la Ribolla Gialla, mentre i rossi sono pochissimo coltivati. Nei COF abbiamo la Malvasia Istriana e, finito il territorio dell Ribolla Gialla, compare quella nera, che è lo Schioppettino. Ogni vignaiolo friulano ha potuto scegliere la varietà migliore e più adatta al suo territorio. Una ricerca di precisione che potenzialmente potrebbe portare a risultati qualitativamente eccellenti. [Qualche volta lo fa].
I COF godono di buone escursioni termiche e buone alternanze di caldo e freddo, clima che è favorevole alla maturazione delle uve rosse. Se ci spostiamo a nord incontriamo zone più fredde. Qui nei vigneti è frequente lo sviluppo della botrite e anche per questo ci si dedica alla produzione di passiti, con il Verduzzo [lo chiamano Ramandolo] e con il Picolit. Geologicamente in superficie troviamo uno strato molto esteso di flysch di origine marina che copre terreni che in profondità sono ricchi di calcare. Nel Carso c’è meno flysch a causa dell’erosione e i terreni sono anche qui a prevalenza calcarea. Il Carso ha anche una caratteristica particolare: i produttori sono più famosi della zona stessa. Penso a una tela di ragno dove il produttore attira il consumatore senza dovere dare conto del territorio.

LA TECNICA
La macerazione dei bianchi in Italia è iniziata con Gravner, che è stato il motore o, se vogliamo, l’artefice di una rivoluzione. All’inizio macerava tutto. Con il tempo si è reso conto dei limiti della macerazione e adesso vinifica in questo modo solo la Ribolla, che è un’uva che si presta bene. La macerazione nei bianchi comporta un abbassamento dell’acidità e per questo non tutti i bianchi la sopportano bene, specie con i nostri climi. Possono esserci dei casi in cui l’acidità cala a tal punto da dare problemi di ossidazione. La Vitovska regge bene e, anzi, in certe situazioni un abbassamento del livello di acidità la migliora.
Quando l’uva è perfettamente matura una piccola macerazione può aiutare la partenza della fermentazione. Ma basta una notte.

[I primi vini:
Chioma integrale 2017, Malvasia Istriana
Morus Alba 2016, Malvasia Istriana 60% Sauvignon blanc 40%]

LA BELLEZZA
Quello che ci ha portato a fare agricoltura è la bellezza. I nostri vigneti erano stati piantati dal mio bisnonno negli anni ’20. Un vigna di cento anni è legata ad un paesaggio che ha anche lui cento anni. Era una terra che mio nonno, 82enne, stava per abbandonare. Io e Federica abbiamo deciso di diventare i custodi di questa bellezza. Poi ci siamo messi a studiare le vecchie viti, a capire come facevano ad essere ancora in buona salute, ad essere ancora produttive. Sono un patrimonio incredibile di informazioni. Le viti ci insegnano. Gli anni in cui abiamo iniziato erano anni in cui si sapeva poco di biodinamica e anche trovare informazioni era difficile. In Friuli tra gli anni ’70 e gli anni ’80 furono espiantate le vigne vecchie e i terreni vennero sbancati per seguire una nuova idea, maggiormente redditizia, di imprenditorialità nel vino. Le uve tradizioneli a grappolo spargolo e i vitigni meno produttivi furono abbandonati. A noi invece è rimasto in dote un territorio che si è salvato. Quello che dobbiamo fare è recuperare l’economia di un tempo, senza diserbanti, senza prodotti chimici. Un patrimonio straordinario di dati e informazioni. E tutto è partito dalla bellezza.
Mio padre  voleva tagliare le vecchie vigne, ma io lo pregai di non farlo. Gli dissi: lasciale, sono belle da vedere.

CHIOMA INTEGRALE
La Malvasia Istriana è un vitigno autoctono. Nella famiglia delle malvasie è quella meno aromatica e infatti è classificata come vitigno neutro. Tuttavia se raccolta molto matura, quando la buccia diventa arancione, è quasi un semiaromatico. E’ un vitigno di mare, nel senso che si sposa molto bene a terreni salini. Ha un apparato radicale molto forte che tende ad andare in profondità e dà vini che sono sapidi e freschi.
Chioma Integrale è il nome che abbiamo deciso di dare al vino perché abbiamo scoperto come gestire le viti senza cimatura. Avremmo potuto chiamarlo Non Cimato, sarebbe stato più comprensibile, ma le negazioni sono sempre orribili. La vite è una pianta che si autoregola. Se c’è poca luce produrrà più foglie e crescerà ben prima dell’invaiatura. Perché il suo scopo è far maturare il vinacciolo, il seme. Se c’è molta luce, invece, la pianta cresce meno, ma meglio. In pratica la vite legge l’annata.
Quello che capita a livello foliare si ripete a livello radicale. Una pianta non cimata, perciò, esplorerà il terreno più profondamente, resistendo meglio allo stress idrico.
Oggi passeggiavo su Corso Cairoli, qui a Torino, e ho visto i pioppi lungo il Po. Il giardiniere che li ha curati è un genio consapevole perché ne ha fatto degli alberelli. Potando, ha gestito una piccola ricrescita ai lati delle piante senza capitozzare. La capitozzatura si rifletterebbe sulle radici, che smetterebbero di svilupparsi, mentre i piccoli interventi sono meno invasivi anche a livello radicale. Quello che tagliamo in alto fa sì che la pianta abbandoni le radici. Ma se un albero perde progressivamente le sue radici, con esse perde l’ancoraggio al terreno e a un certo punto andrà giù. Capite che questo è un problema in caso di maltempo, frane, alluvioni. Ci sono cambiamenti culturali che sono ben più gravi dei cambiamenti climatici, che pure sono preoccupanti.
La vite sa regolarsi. Fa maturare il seme senza produrre zuccheri in eccesso, senza che crolli l’acidità dell’acino. La chioma integrale consente di raggiungere una maturità fenolica che, sopratutto per i vini rossi, sarebbe impossibile da raggiungere cimando, almeno nei nostri climi. Non facciamo più analisi, ma assaggiamo gli acini. Quando il vinacciolo è croccante e masticabile senza essere amaro, non ha senso andare oltre con la maturazione.

POTATURA RELAZIONALE
Potatura Relazionale è un termine che si trova nel libro. Più che una definizione è una sintesi del metodo ed è stata Simonetta a darla. Ogni pianta è per me un individuo. Da terreni in continuo mutamento e da piante lasciate libere di leggere il suolo avremo risposte diverse. La potatura non può, perciò, essere codificata oltre certi limiti di base. E’ necessario valutare ogni pianta, singolarmente, per capire se e quando va potata, quante gemme è opportuno lasciarle, come va curata.
Bisogna considerare che ogni pianta rappresenta il nostro investimento. Ci sono i costi iniziali di impianto, che vengono ammortizzati nel tempo, controbilanciati dall’aumento della qualità e della quantità dell’uva prodotta. Ogni vigna ha un costo da ammortizzare che si riduce di anno in anno e le nostre vigne, piantate da mio bisnonno, questo ammortamento lo hanno già esaurito da tempo. Perciò, non dovendomi preoccupare di questo costo, dispongo di più tempo e lo investo  nella relazione che instauro con la singola pianta. E’ una relazione necessariamente individuale. Una volta sentii dire da Carlin Petrini una frase che mi colpì molto e che suonava più o meno così: gli agricoltori devono imparare a governare il limite. Ecco, il mio limite sono le mie vigne. Non ne pianto di nuove perché tutto il tempo è dedicato alle viti che già ho, non ne ho d’avanzo.

[Nicoletta, che insieme ad altri produttori è qui presente, chiede: io non sono in grado di governare il limite. Ho delle squadre di potatura che mi aiutano  e hanno bisogno di seguire una codifica. Cosa pensi del metodo Simonit & Sirch?]

Loro sono partiti dalla fisiologia della pianta, riscoprendo i metodi di un famoso agronomo francese di fine ‘800 [Poussard? Ploussard? mica ho capito]. Costui migliorò il guyot potando in modo da lasciare i canali linfatici della pianta in diretto e continuo collegamento con le radici. Sicuramente Simonit e Sirch hanno meriti straordinari in questo senso. Tuttavia, dovendo necessariamente codificare un metodo, con alcuni vitigni hanno operato delle forzature. Il loro metodo va benissimo per Pinot e Merlot, per i vitigni internazionali. ma da noi con il Refosco non dà buoni risultati e lo stesso si dica del Tokaj friulano. Io ho imparato a potare guardando le viti, interpretando quanto vedevo, riconoscendo su di esse le potature e i gesti che faceva mio nonno. Cerco di mantenere la tecnica di allora, che è quella che ha preservato e reso vitali i nostri vitigni autoctoni.

ARMONIA, SAPIDITA’, ACIDITA’
Il titolo, E’ un Vino Paesaggio, lo ha scelto Federica. E’ una sua intuizione, di fatto è la traduzione del termine francese terroir. Volevamo comunicare un territorio, le sue vigne e tutto quanto sta intorno. Come se il vino fosse il paesaggio che finisce nel bicchiere. Non amiamo quel genere di degustazione che attua una vivisezione del vino. Anche i termini classici della degustazione tradizionale non sempre ci trovano allineati. Ad esempio “equilibrio”: è un termine che non funziona secondo me, perché l’equilibrio del vino può essere qualcosa di creato artificialmente in cantina. Preferisco parlare di “armonia”: è quella della pianta, che deve rispecchiarsi in quella che trovo nel bicchiere. I profumi sono dettagli, sono meno interessanti. Quello che conta è l’armonia. Un enologo può fare un vino in equilibrio, ma non può conferirgli armonia.
Uno degli elementi principali sui quali si fonda l’armonia di un vino è la sua sapidità. La sapidità può scaturire solo da un suolo che sia vivo. L’altro elemento è l’acidità, che invece può variare con le stagioni. In un’annata calda il vino può esprimere minore freschezza eppure questa può essere vivificata dalla sapidità. Ripensate al secondo vino assaggiato prima, il Morus Alba. Non ha una sapidità minore rispetto al Chioma Integrale, ma ha una struttura maggiore, che in parte deriva dal fatto di provenire da vigne più vecchie, e una minore acidità. E allora la sapidità del Chioma Integrale sembra maggiore. I vini acidi permettono di avvertire più nettamente la sapidità, il che fa sì che a volte si faccia confusione tra acidità e sapidità. I francesi sono ancora più sottili nei termini. Parlano sia di sapidità che di salinità. Altro discorso è quello relativo alla mineralità. E’ un termine che ci siamo inventati noi. Attraverso il riconoscimento della componenete sapida riconosciamo il terreno da cui viene il vino. Mi è capitato di trovare, durante un viaggio ad Ischia, dei vini eccessivamente sapidi. Questo per via delle rese troppo alte e della conseguente carenza di struttura. I vini friulani hanno entrambe le caratteristiche, struttura e sapidità. Se ne erano accorti sia Veronelli che Soldati, ma poi con gli espianti delle vecchie vigne, con lo sbancamento delle colline e con l’arrivo delle grandi imprese, l’armonia che c’era si è persa.

CRITICA ENOLOGICA
La critica enologica oggi è molto cambiata. Ammetto di sentirmi orfano di gente come Veronelli, gente che sapeva raccontare un territorio con uno sguardo a 360 gradi, dal vignaiolo alla vigna alla cantina alla bottiglia. Una volta Veronelli ci invitò a mangiare a casa sua. Stappammo una quantità incredibile di bottiglie e alla fine ci salutammo abbracciandoci. Fu una giornata indimenticabile. Eppure per tutto il tempo non parlammo mai di vino. Mai. In Italia una persona come lui manca tantissimo.

VINO NATURALE
Facciamo un vino che possiamo chiamare naturale, anche se si tratta di una definizione imprecisa. Di fatto significa poco. Il problema che avverto oggi nel mondo del vino naturale è che molti vignaioli naturali fanno un vino che è la caricatura di un vino naturale. Macerazioni insensate che non tengono conto dell’uva di partenza, brett, volatili alle stelle. E’ come se volessero rivendicare la naturalità del vino attraverso i difetti che ha e non si rendono conto che invece producono una caricatura di vino. Il vino naturale si fa in vigna, mentre tutti i difetti che questi vini hanno nascono in cantina. Sono elementi che fanno parte di un processo riproducibile ovunque, in tutto il mondo, mentre quello che mi emoziona del fare vino è arrivare nel bicchiere partendo da quella singola vigna per parlare di territorio. Le peculiarità di un territorio non sono riproducibili, i processi sì.

REFOSCO
Il terzo vino è il Morus Nigra 2015. Un Refosco dal Peduncolo Rosso. Il Refosco è un grande lettore del suolo, come pure la Malvasia. Gode della chioma integrale perché per lui la maturazione del vinacciolo è importantissima. E’ dal contatto con il vinacciolo più che con la buccia che il Refosco mostra la raggiunta maturità polifenolica dell’uva. Maceriamo per un mese, un mese e mezzo. E’ varietà antica, coltivata per la resistenza alle malattie grazie anche a un grappolo molto spargolo. Il bello del refosco è che matura sempre, anche nelle annate più fredde. Ci mette più tempo ma alla fine matura mentre nelle annate calde, come fu la 2015, matura senza perdere freschezza.

ANNATE DIVERSE, VINI DIVERSI
Il Friuli è storicamente terra di passaggio. Qui le annate non sono sempre uguali. Si alternano annate mediterranee e continentali, a volte persino oceaniche. Questi salti climatici venivano affrontati anche dai contadini di un tempo. Per questo ha poco senso, come fanno molti che perseguono un’agricoltuira di tipo tradizionale, incolpare le annate per la cattiva riuscita del vino. Il vino sarà solo diverso, non può essere anche cattivo.
Vendemmio quando vedo il colore della vigna. Assaggio gli acini per controllare il grado di maturazione ed è la vigna che, cambiando colore, mi avvisa. Non decido di vendemmiare sulla base del contenuto atteso di alcol. Faccio così da quando mi sono accorto che il vino sarà in armonia se i vinaccioli dell’uva sono maturi.

BARBAPAPA’
La biodiversità è una grande ricchezza. La maggior pare delle aziende oggi lavora con i cloni. E’ una follia. Clonare significa riprodurre ogni pianta uguale identica, è quanto di meno flessibile si possa pensare. Un tempo si facevano, invece, le selezioni massali [la riproduzione delle viti partendo dalla selezione di diverse piante], portando avanti una popolazione di piante, non di individui tutti uguali. Dove c’è monocoltura è più difficile lavorare in biologico, ma non è un buon motivo per rinunciare. C’è chi pianta i filari fino alla capezzagna del vicino, quando invece sarebbe meglio, ad esempio, rinunciare a un filare e piantare una siepe. Rinunci al reddito immediato, ma la siepe porta insetti, porta uccelli, porta microbiologia, e con essi porta anche reddito futuro. Il primo anno il risultato non è visibile, ma con il tempo le vigne stanno meglio, richiedono meno lavoro, producono di più. Io credo nella possibilità di contagiare la visione del mio vicino con la mia e questo è un momento propizio per farlo. Sono conscio del fatto che una viticoltura biologica comporti rischi maggiori, che porti a una produzione quantitativamente anche inferiore, ma costa anche meno. In termini di trattamenti, ad esempio. Su questo aspetto in Friuli stiamo lavorando molto.
Teniamo conto della biodiversità che c’è nel vigneto ma anche di quella del bosco circostante, di tutto quanto abbiamo attorno a noi. Bisogna studiare le piante, capire il loro linguaggio, interpretare la loro forma: le piante ti danno informazioni preziose sulla natura del terreno.  Ed è importante avere il bosco intorno alla vigna. Nei boschi la natura si autoregola. Avere un bosco vicino alla vigna significa avere un terreno che migra e corregge gli errori. Tutte le componenti microbiologiche del terreno boschivo migrano, in inverno, quando le piante riposano, riparando se così posso dire il terreno della vigna. Il bosco è un patrimonio straordinario e spesso non ce ne rendiamo conto. Dal bosco arrivano insetti utili, arrivano gli uccelli. Da Barbapapà in poi abbiamo imparato che dal bosco arriva il bene.
La mia visione ecologica deriva da lì, da Barbapapà.

[Vignai da Duline: Lorenzo Mocchiutti e Federica Magrini.
Molo di Lilith, Torino, 18 marzo 2019]

Sostiene Giovanna: di miti, maghi, rigore, libertà e sogni.

[Dice Giorgio: “Giovanna ama sognare e rischiare. Io sono la parte più razionale della coppia. Vivere con lei comporta la necessità di riportarla con i piedi per terra. Ma senza i suoi sogni, va detto, certi risultati non si sarebbero raggiunti”]

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“Gli inizi del movimento del vino naturale furono un periodo di grande fermento, molto particolare. Si unirono persone di territori diversissimi. Gli agricoltori hanno di norma una prospettiva individualistica molto forte, ma improvvisamente in tanti avvertirono una vera e propria necessità di rompere con il passato. Ricordo la prima volta che io e Baldo Cappellano andammo da Stefano Bellotti e lui ci fece vedere la dinamizzazione biodinamica. Ricordo la faccia di Baldo: un piemontese che si trovava di fronte a una cosa del genere. Poi arrivarono i friulani, che vivevano una situazione di maggiore povertà. Molti, come Stanko Radikon, che aveva un’officina meccanica, facevano altri lavori. Figli di contadini, coltivavano anche la vigna. Loro malgrado, nostro malgrado, si sono creati dei miti. Probabilmente è capitato per via dell’influenza dei giornalisti che si sono interessati a noi. Ma io dai miti rifuggo e non mi sento per niente un mito.
Il movimento naturale ha una storia molto recente, non si può parlare di vera tradizione, la tradizione è ben altro. E in più adesso c’è anche la natura che negli ultimi tempi ci prende in giro.

Il settore del vino è uno dei pochi in agricoltura nei quali si può campare bene. Però non mi piace l’improvvisazione che vedo spesso. Ho studiato enologia e ho anche la mia esperienza. Posso mettere tutte queste cose a disposizione dei giovani. Non c’è una vera contrapposizione tra tecnologia e lavoro naturale. Bisogna portare più informazioni possibili all’interno della scienza classica, che è importantissima, aumentando le conoscenze.
Negli anni ’70 il Chianti era molto diverso da oggi. C’erano i muretti a secco, che servivano a contenere e trattenere il terreno, c’era il grano, le viti erano maritate agli alberi più grandi. Poi sono arrivati i giornalisti, che hanno avuto grande influenza nell’indirizzare l’evoluzione del territorio, e con loro sono arrivati gli imprenditori, che hanno comperato i terreni e impiantato aziende sempre più grandi. Per un imprenditore è più facile cambiare vitigni, estirpare il sangiovese e piantare merlot, andare dietro al mercato. Il contadino opporrà maggiore resistenza. Continuerà a fare il suo sangiovese rustico, mentre l’imprenditore lo ingentilirà con un saldo di merlot assecondando il gusto internazionale. Io non sono di quelli che si lamentano per la conversione al biologico delle grandi aziende. Anzi, sono contenta quando smettono di diserbare, di usare insetticidi. Non importa se lo fanno solo per motivi economici, conta che lo facciano.

Il nostro podere conta cinque ettari vitati, quasi tutti a sangiovese e un po’ di mammolo, colorino e altre uve autoctone. Il monovitigno non c’è mai stato in Chianti. In natura non esiste l’unicità. La variabilità consente di sopravvivere e di attenuare i difetti. Pensate alla nostra zona, che dà vini acidi, tesi: le altre uve contribuiscono ad ammorbidire la ruvidità del sangiovese.
Le mie piante sono allevate ad alberello. Un po’ per una visione romantica mia, che voglio ridare dignità di albero a una pianta di norma considerata solo per i suoi frutti, e un po’ perché le viti ad alberello vivono di più e producono più a lungo. Pensate alle vigne centenarie che ci sono in Sicilia o in Grecia, in Spagna. Alla vite piace espandersi alla ricerca della luce e con l’alberello può farlo. Il rovescio della medaglia è che la lavorazione è più faticosa. Va fatto quasi tutto manualmente.
Vengo da famiglia contadina e ho studiato con un enologo bravissimo. Ma volevo fare un vino che fosse mio. Ho seguito la mia strada e così nacque Le Trame. All’inizio era l’unico vino che producevo. Le uve che non ritenevo adatte a finire nel Le Trame le usavo per il vino da vendere sfuso. Poi, a forza di persone e amici che venivano ad assaggiarlo e che mi dicevano che era un peccato non imbottigliare anche quelle partite, mi decisi. Nacque il 5, dal voto che davo alle uve per me non abbastanza buone per fare il Le Trame.
Il 5 del 2015 è frutto di una unica vigna. E’ una vigna pietrosa che mi piaceva tanto. Quando la piantai ero convinta che mi avrebbe dato molto. Invece non ha mantenuto le promesse, i vini che vengono da lì per me mancano sempre di qualcosa.

Il 2011 fu la prima annata veramente anomala dal punto di vista climatico. Caldo ad agosto, con molto vento. Alcuni grappoli appassirono ed ebbi la tentazione di non fare il vino. Per fortuna invece lo feci. Il bello di essere artigiani è che serve la creatività. Ci sarà sempre differenza tra un artigiano, tra il contadino che sta ogni giorno nella sua vigna, che la conosce, che affronta i problemi e le difficoltà mano a mano che si presentano, e una azienda, che pensa e lavora in grande. Quella volta ci inventammo una selezione delle uve fatta in vigna. Fu una vendemmia molto divertente.
Fino al 2010 Le Trame stava nella DOCG Chianti Classico. Quasi ogni anno in commissione DOCG lo respingevano, dichiarandolo rivedibile sopratutto per via dei sentori di brett. Quando capitava, risolvevo inviando dei nuovi campioni ai quali avevo aggiunto della solforosa. In quel 2011 il brett era particolarmente intenso ed ero quasi certa che me lo avrebbero respinto al primo tentativo. E infatti lo dichiararono rivedibile. Questa volta però decisi di non usare il trucco della solforosa e inviai i nuovi campioni identici a quelli della prima volta. La mia intenzione era di mantenere identità al mio vino, anche se il rischio era grosso. Ovviamente il vino fu bocciato con la motivazione di anomalia olfattiva e da allora è IGT.
Il brett è diventato il nemico numero uno degli enologi. Oggi i vini vengono definiti sulla base di soglie di percezione, non si considera più il vino nella sua complessità e nella sua interezza. Secondo me il brett, se non è eccessivo, può essere anche piacevole. Ci sono molti grandi vini, specie in Francia, che hanno sentori brettati. Così decisi di andare avanti, rinunciando a una denominazione cui tenevo molto. Per me la DOCG ha valore non solo storico ma proprio sentimentale. Quando una denominazione non è aperta alle differenze, che pure ci sono al suo interno, quando non ti tutela più, rimanervi dentro non ha più senso. Avvisai i clienti e i distributori che il 2011 era stato declassato a IGT e tutti mi dissero: finalmente! Il che per me fu un dolore doppio.
I brettanomyces sono lieviti presenti in molte cantine. Fanno parte, insieme ad altre famiglie di lieviti, del “patrimonio” di una cantina. Non faccio la guerra al brett come invece fa l’enologia classica. Ma non posso nemmeno accettare che ci sia abitui al brett. Non è solo sciatteria, è prendere una scorciatoia e le scorciatoie in questo mestiere non portano da nessuna parte.
La 2013 fu un’annata con poca produzione. Me lo aspettavo, perché l’annata precedente, la 2012, era stata molto siccitosa e le piante, quando subiscono uno stress, decidono di proteggersi anche producendo meno nell’annata successiva.
Per me i Le Trame precedenti al 2011, ad esempio le annate 2004 e 2005 ma sopratutto la 2009, erano più complessi, più serrati, più contenuti, più materici. Amo Le Trame quando è nervoso e da un po’ non lo sento più nervoso come era allora. Questo è probabilmente dovuto al clima ma pure al fatto che abbiamo cambiato in parte il modo di lavorare in vigna, ad esempio utilizzando maggiormente il compost.

Giulio Gambelli era un uomo gentile. E’ la persona che ha fatto di più per il Chianti Classico, prima, e per il Brunello, dopo. E’ l’artefice di tutti i vini di Soldera. Non aveva studiato, tanto che una volta l’Assoenologi lo denunciò perché qualcuno lo chiamava enologo senza che avesse il titolo. Era sordo dalla nascita e forse per questo aveva sviluppato un naso incredibile. Era anche un grande cacciatore, il che gli consentiva di conoscere benissimo tutta la campagna. Se assaggiava un vino, anche alla cieca, sapeva raccontartelo inserito nel territorio, dicendo che vicino a quella vigna c’era una ginestra o un roveto, cose così. Non aveva strumenti tecnici, la sua conoscenza enologica era basica, ma disponeva di una memoria incredibile che utilizzava nel suo lavoro. Parlava di sé in terza persona, cosa che mi divertiva tanto. Per me lui era il Mago. Arrivava da noi con la sua R4 e il suo cane, uno spinone. Non a caso io poi ebbi una R4 e il mio primo cane fu uno spinone. Aveva un modo affascinante e gentile di descrivere il vino. Io ero bambina e lui mi faceva sentire il vino dal calice e mi chiedeva cosa ne pensassi. E’ il mio iniziatore al vino, colui che da bambina mi iniziò al vino.

Beppe Rinaldi è un amico. Una persona con la quale ho condiviso un pezzo di strada. Un uomo inquieto, che sapeva che il vino è uno strumento di comunicazione. Per lui come per me il vino è strumento relazionale, con la differenza che Beppe viveva il suo territorio pure in senso sociale, molto più di quanto non faccia io. Era più curioso e più attratto di me dalla storia del territorio.

Vini Veri rappresenta l’incontro con persone, anche molto diverse da me, che sono subito state famiglia. L’agricoltore è sempre un individualista, mentre Vini Veri era un progetto di insieme. Ora io e Giorgio ne siamo usciti perché non ci vedevamo più un senso. Ci sembra che attraversi un momento di staticità e di autorefernzialità. Ha perso la forza propulsiva che aveva all’inizio, ma può riacquistarla. Io lo spero tanto.

Il rischio del vino naturale è nascondere l’improvvisazione. L’improvvisazione è bella, è divertente, ma non può sostituire la conoscenza. Le scorciatoie non portano a niente di buono. Anzi, si rischia un’omologazione verso il basso. In Francia è già successo.
D’altra parte il mio può essere percepito come eccesso di rigore. Il rigore è un limite a quella libertà che i giovani invece chiedono. Come se ne esce? Non so proprio.
Ma quando sento i vecchi che consigliano ai giovani di non studiare io rimango molto male”.
Giovanna Morganti

La storia del vino italiano passa anche da qui. Passa inevitabilmente dalle persone, da quegli incontri fortunati di più di una ventina di anni fa, che si concretizzarono in movimenti come Renaissance, Vinnatur, Vini Veri e altri. Tanti piccoli o meno piccoli produttori che anche grazie al confronto acquisirono consapevolezza e visione proprie, che diedero un senso al loro lavoro lontano dalle strade battute. E’ una visione romantica, non lo posso negare. Ma lo è a posteriori. Oggi il mondo del vino è cambiato. Le persone di allora [i miti non servono a nessuno. le persone invece sì] non vanno dimenticate.
Sempre vengono prima le persone.
Penso al nome del vino: Le Trame.
Non immagino un nome più bello per descrivere la vita.

Torino, Molo di Lilith, 11 marzo 2019

I vini:
– 5 annata 2015
– Le Trame annata 2013
– Le Trame annata 2015

Podere Le Boncie
Str. delle Boncie – Loc. San Felice
Castelnuovo Berardenga (SI)

Agricoltura verticale – I Mandorli

“chi coltiva la terra oggi ha una responsabilità più forte rispetto a quella che si poteva percepire trenta anni fa. è una responsabilità legata alle nuove generazioni, a chi verrà, ma anche alla tutela del paesaggio. non avrei mai potuto intraprendere un progetto come il mio senza pensare a questo. i mandorli è un’azienda giovane: mio papà acquistò i terreni nel 2002, in località belvedere a suvereto. il posto si chiama così perché sta in alto e da un lato vedi il mare, la costa degli etruschi, dall’altro le colline metallifere. è un terreno sassoso, difficile da lavorare, direi persino ostile. nel 2004 cominciammo a piantare le prime vigne, quasi a sfidarlo. di sangiovese, naturalmente. il sangiovese è scontroso. è come i toscani, ma quando hai superato la facciata è un vino che può darti tanto.

oggi fare vino naturale, biologico, biodinamico è una moda, può esserlo. chi invece lo fa con consapevolezza e intenzione, prima che per un intento commerciale, sta un passo avanti. siamo biodinamici però senza certificazioni. diffido delle certificazioni. se sono sempre stata naturale perché devo pagare qualcuno che attesti che lo sono? farei la stessa cosa di chi è sempre stato convenzionale e vuole passare al biologico, con la differenza che chi era convenzionale con la certificazione si pulisce, per così dire. dichiara di essere biologico, senza raccontare tutto quello che ha fatto, anche e sopratutto alla terra, fino a ieri. e allora non c’è differenza.

l’atto agricolo è un atto di forza sulla natura. è un atto violento. non c’è vigna senza intervento agricolo. la terra mi dà e io sento di dover dare qualcosa alla terra. per farlo uso il preparato 500, ovvero il cornoletame. potrei usare qualcosa di diverso, di non biodinamico, per rafforzare la carica batterica del terreno, per aiutarlo a ritrovare l’equilibrio che ho inevitabilmente spezzato coltivandolo? certo. tuttavia io credo che siamo tutti parte di uno stesso universo e credo nell’antroposofia. il mio è perciò anche un atto simbolico, quasi religioso se si vuole. la biodinamica la fai perché ci credi, non per motivi economici. all’atto agricolo aggiungo un atto simbolico. per qualcuno è solo un credo, però funziona.

suvereto sta tra livorno e grosseto. qualcuno qui aveva cominciato a coltivare in biologico già negli anni ’90. siamo ancora pochi eppure qualcosa è cambiato e sta cambiando, grazie sopratutto ai giovani. negli stili produttivi a suvereto forse scontiamo ancora l’esempio di bolgheri e la critica americana modello parker. da noi si fanno vini spesso ampi, concentrati, orizzontali. io invece cerco la verticalità, sotto tutti i punti di vista, a partire dalle vigne, che stanno più in alto rispetto a quelle delle altre aziende.
la verticalità è anche la capacità delle radici di andare in profondità, quella dei lombrichi di scavare cunicoli dal basso e consentire all’acqua di salire o di scendere. con la biodinamica riesco a perseguire questo obiettivo.
è la verticalità che ritrovi nel vino, in bocca.
ed è come la terra.

sì, faccio anche qualche bottiglia di vermentino. un clone particolare, il vermentino corso.
ma è finito: lo ha bevuto tutto arturi”.

torino, 15 gennaio 2019, molo di lilith
maddalena pasquetti

I Mandorli
Piazza San Tommaso, 14
Località Belvedere
Suvereto (LI)

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daniele ricci e nonno elso [o era ulisse?]

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ieri sera, bevendo l’elso 2008 di daniele ricci per la terza o quarta volta negli ultimi due anni, mi sono risuonate dentro la capa le parole di nicoletta bocca: “credo che per il vino naturale non si debba avere fretta. non basta coltivare in modo naturale e vinificare in modo naturale: bisogna lasciare tempo al vino”.
il tempo, già. di daniele bevo sempre i bianchi, raramente i rossi. un po’ perché in questo periodo della mia vita prediligo il vino bianco al rosso e un po’ perché il ragazzo negli anni ha tirato fuori dalla cantina qualche bianco sullo straordinario andante.
il mio primo elso fu quello dell’annata 2004, poi la 2007, per tornare indietro fino alla 2001. ieri qualcuno a tavola [eravamo all’enoteca ber, barbera e rubatà, di torino] favoleggiava di un elso 1996, bevuto qualche anno fa, una bottiglia con l’etichetta ormai divorata dall’umidità. il 2008 è l’annata attualmente in commercio. ha dieci anni.
l’elso ha bisogno di tempo come e forse più di altri vini. perché l’uva da cui nasce è la croatina. un vitigno poco considerato, che può dare vini molto terrosi, a volte anche molto rustici. in passato nelle croatine di alcune zone, tipicamente nel nord del piemonte, trovavo quasi sempre un deciso sentore di brett, genere cavallo sudato, che poco aveva a che fare con la terra e molto, credo, con l’igiene di cantina. te lo aspetti così e invece no. la croatina è un’uva incompresa che nelle mani giuste e su terreni adatti [uno a caso: la marna tortonese. ma pure i porfidi del novarese] può dare vita ad un vino sorprendentemente elegante, seppure timido, che si concede un po’ alla volta, che diventa adulto anno dopo anno. arriva il momento in cui la senti sorriderti dal fondo del calice, con gli occhi spalanchi, anche se quello che sorride, bevendo, sei tu.
quando si scrive di un vino prodotto da un amico si rischia di essere agiografici, esagerati. può essere che io lo sia. cerco sempre di dire cosa penso dei vini che assaggio o bevo, più nel bene che nel male. se sto zitto è per poca confidenza con l’interlocutore o per timore di offendere. non mi piace parlare male del lavoro altrui. le critiche devono essere costruttive e presupporre desiderio di confronto da entrambe le parti. se il produttore è un amico la faccenda è diversa e mi permetto di dirgli schiettamente tutto, anche quello che non mi piace. ma ci sono dei vini che, al di là di amicizia e confidenza, tirano fuori il lato sentimentale di ognuno di noi. e allora chi se ne frega.
l’annata 2008 si sviluppa attorno ad un nucleo di frutto rosso, dipanandosi in bocca con estrema freschezza. il vino è vitale, balsamico e caldo, con tannini maturi così felicemente integrati nella massa da sembrare quasi disciolti in essa. è un vino che danza. naso di mora e menta e cioccolato e terra bagnata e sottobosco e radice.
trovo che il pensiero di nicoletta di cui sopra sia particolamente adatto al suo san fereolo 2006, che poche settimane fa si è mostrato in tutta la sua bellezza. l’elso 2008 di daniele è della stessa stoffa.
è uno dei rossi più buoni del mondo.

[foto di vittorio rusinà: grazie, vitt]

daniele ricci – cascina san leto
via montale celli, 9
15050 – costa vescovato (al)
cascinasanleto@libero.it

questa langa è la mia langa – nicoletta bocca e dogliani

ma se dico che mi ha colpito la sua poetica e tenerezza dietro a tanta fermezza, Nicoletta s’incazza?”
[ilaria liparesi]

“mi piacerebbe poter dare una visione di produttore che sa quello che fa, invece non so mai un cazzo di quello che faccio”
[nicoletta bocca]

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nicoletta sorride molto. anche quando dice cose importanti, sopratutto quando dice cose importanti, pesanti. ti guarda negli occhi, sorride e dice. con calma, senza urlare.
ha una visione chiara. è lucida, di una lucidità che si incontra di rado [chi parla bene pensa bene], ed è libera. ha tante cose da dire che le affollano i pensieri e riesce a tirarle fuori tutte, una dopo l’altra. te le mostra stendendole come si fa con la tovaglia sulla tavola, mettendoci sopra in ordine i piatti, sotto quello piano, sopra quello fondo, poi le posate, mi raccomando il coltello va a destra, i bicchieri. pure il tovagliolo. ci sediamo e si può cominciare.
a mangiare, bere, ascoltare, discutere.
i vini [quarantacinque persone sedute a quella tavola: provate a immaginare quanto vino ha portato. in litri]:
– dogliani superiore, vigne dolci 2016 (da uve dolcetto)
– coste di riavolo 2013 (da uve riesling e gewurztraminer, in magnum)
– san fereolo 2006 (da uve dolcetto, in magnum)
– il provinciale 2007 (da uve nebbiolo, in magnum)
– austri 2007 (da uve barbera, in magnum)

“san fereolo era il luogo della mia identità, dove capire chi ero. quando ci sono arrivata volevo esprimere la mia identità. oggi so chi sono. con il san fereolo ho mostrato quello che volevo a proposito del dolcetto, ma non frega a nessuno. l’ho fatto per servire il territorio, ma il territorio non risponde, non mostra interesse. forse per paura, forse per pigrizia, tutti continuano a produrre il dolcetto tradizionale. oggi vorrei che venisse qualcuno da fuori a dare una mano. se il territorio non risponde che senso ha impuntarsi? meglio fare un passo indietro. forse i tempi non sono maturi.
quando fu avanzata la richiesta della docg per dogliani, i barolisti si preoccuparono e si lamentarono. siamo vicini, ma loro temevano che l’attribuzione della docg al nostro dolcetto togliesse loro qualcosa. non è così e la docg era necessaria. a barolo non capivano che per noi era una questione di sopravvivenza, non di vino migliore e peggiore. era una questione politica e sociale. da noi le campagne vengono abbandonate. i contadini espiantano le vigne aprendo la strada ai barolisti che comprano a buon prezzo e piantano nebbiolo per il langhe. così dogliani rischia di diventare il serbatoio dei vini che non possono diventare barolo. se questa è l’unica possibilità che il nostro territorio ha per continuare ad esistere come territorio di viticoltura, ha senso opporsi? io credo che il fatto che il tuo terreno a dogliani valga troppo non sia un bene per il doglianese. oggi lo vendi ma domani non sarai più in grado di ricomperarlo o solo affittarlo. e intanto i giovani a dogliani sono spariti dalle campagne. anche i figli dei produttori spesso non mostrano l’etica del lavoro che avevano i loro padri. pochissimi hanno fatto la scuola enologica e l’istruzione è importantissima, fondamentale per le persone e per la comunità.
il nome del vino, dogliani, è indispensabile. non dolcetto, ma dogliani. è un nome giusto. si parla forse di nebbiolo di barolo? in questa cosa credo fortemente e quando credi in qualcosa devi perseguirla con tutte le forze. non mi frega niente della convenienza, ma è importante che il territorio sia identificato con questo nome.
il conflitto con i barolisti c’era e c’è. ma fermo restando il fatto che chi ha un privilegio vuole mantenerlo, il problema sei tu, doglianese, che non credi nel tuo territorio. il barolo vuole tutta la scena per sé, ma sbaglia. le alternanze sono parte del senso di una società. lo vediamo anche a tavola, dove il barolo non è che vada bene sempre, con ogni piatto. se mangi pane e salame in un pic nic il barolo non va bene.
da noi sta succedendo qualcosa di simile alla borgogna, dove c’è quasi solo pinot nero. ma noi resistiamo. ci sono quelli che dicono che è un bene che ci sia tanto nebbiolo mediocre a dogliani, perché chi rimarrà a fare il dolcetto lo farà buonissimo”.

altrove si parlerebbe dei vini della serata. qui pochi spunti, perché mi interessa dire altro e perché il mio riferimento quando parlo di vini è sempre il gusto, che è mio e personale. non è la bibbia, sono pure ateo.
il vigne dolci ha una finezza che, riscontrata un anno fa, si è ora fatta vera eleganza [merito forse di quella vigna nuova a rocca cigliè, in alto, incastonata tra la terra, il cielo e il mare], con una speziatura che può far pensare a un pin… non l’ho detto! non l’ho detto!
il coste di riavolo è un vino buono, che si beve con piacere e che ho però preferito in altre annate.
il provinciale è una goduria per chi ama il nebbiolo, è un nebbiolo di corpo e agilità. ed è forse questa la caratteristica di tutti i vini di nicoletta: materia in movimento [e anche imprevedibilità: preciserò più avanti]. mi ha fatto pensare [memoria dannata, dannata memoria] a un langhe nebbiolo che amo molto, di altra zona, e che non citerò.
l’austri è la [una delle] barbera che bisogna bere per capire quanto questa uva sia sottovalutata. il vino di trinchetto, papà di braccio di ferro, invecchia benissimo, anche meglio di alcuni barolo. quelli che dicevano, nel 2007, che era l’annata perfetta per la barbera, avevano ragione due volte.
e poi c’è il san fereolo.
nella mia esperienza i vini di nicoletta a volte sono stati divisivi. ho sentito/letto qualche parere negativo sul san fereolo anche da bevitori di una certa esperienza. vero è che le critiche si concentravano non tanto sulla qualità del vino quanto sulla distanza dallo stile degli altri dolcetto prodotti nella zona. forse sono io che non riesco a vedere il problema nel costituire un unicum. anzi, a me sembra una bella cosa.
è un vino che ho assaggiato la prima volta ad una degustazione di go-wine sul dolcetto di sette o otto anni fa. lo ho sempre trovato quantomeno molto buono mentre in alcune annate è proprio fuori categoria, detto alla francese. supera la tradizione, resta fedele alla terra.
marco arturi ha parlato dell’imprevedibilità del san fereolo. lui [o forse era un suo amico di pisa] lo riconosce anche alla cieca per questa caratteristica. l’imprevedibilità in un vino naturale è il contrario della serialità, che a dispetto delle chiacchiere e delle convinzioni sbandierate da tanti produttori spesso è la regola [“anche nei difetti”].
l’intuizione di nicoletta è stata quella di capire che l’uva dolcetto poteva dare molto di più dei vini semplici e di pronto consumo tradizionali, che era possibile trarne un vino da invecchiamento lungo e felice. lo dimostra il san fereolo 2006, servito in magnum. un mostro.
“il 2006 subì un arresto di fermentazione. non sapevo cosa farne. l’ho lasciato lì e dopo due anni la fermentazione è ripartita da sola. il vino ha trovato la sua strada.
credo che per il vino naturale non si debba avere fretta. non basta coltivare in modo naturale e vinificare in modo naturale: bisogna lasciare tempo al vino”.

la serata è terminata e io mi riprometto di ricominciare a bere con costanza e concentrazione il barolo di serralunga. per capire qualcosa sulle differenze con il provinciale e, forse, anche qualcosa di vino.

“non ho rimpianti, assolutamente, ma la fatica è tanta. certo, rifarei tutto. non potrebbe essere diversamente”

molo di lilith, torino, martedì 20 novembre 2018

si beve per ricordare

ho letto la notizia ieri sera, su fb, che già stavo a letto. un breve saluto scritto su una bacheca.
per noi atei in questi frangenti il sentimento più forte è sempre la gratitudine. ma lo stesso mi è venuto un groppo in gola.
si sapeva, si sperava, non se ne parlava.
 
di beppe rinaldi ho sempre ammirato e amato due cose.
il suo barolo, paradigma di tutti i barolo che mi piacciono, e il suo carattere.
per me beppe rinaldi era un uomo di carattere e un uomo letterario.
mancherà a tutti.
 
[oggi è il giorno giusto per riguardare l’intervista che mauro fermariello gli fece qualche anno fa. io adempierò stasera, prima di tornare a casa. voi cercatela qui]

io vengo in pace: fabrizio iuli

[non avevo ancora pubblicato nulla sulla serata con fabrizio iuli del mese scorso. la mancanza di tempo, il lavoro, l’avere preso pochi appunti, l’essere rimasto ad ascoltare le parole dense di fabrizio, le cavallette, l’incendio, l’inondazione, … non è stata colpa mia.
approfitto oggi della mattinata di densissima merda per rileggere gli appunti. anche se in ritardo, ci sono quattro concetti espressi da fabrizio durante la serata che vorrei ricordare. servono a capire qualcosa di più dell’uomo e pure del vino.
se lo incontrate, a una fiera o nel suo monferrato, chiamatelo lebowski].

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IL MONFERRATO.
adesso in monferrato ci sono almeno dieci o dodici aziende che lavorano bene. questo è il vero successo: quando c’è qualcuno che ti segue, quando c’è un movimento. se anche uno facesse il vino più buono del mondo, questo non farebbe della sua zona di produzione un territorio. un territorio lo fanno cinquanta aziende che lavorano nella stessa direzione. non è importante dove vendi il vino, se in italia o all’estero. il monferrato ha tanto da dire in termini di agricoltura e non di marketing. qui la terra costa pochissimo, si spende infinitamente meno a comperarla che a piantarvi la vigna. il mio non è tanto un discorso politico, quanto agricolo. di territorio.

IL NEBBIOLO.
decisi di piantare nebbiolo nella vigna di gad lerner, che ora affitto, perché avevo assaggiato un nebbiolo prodotto da una vecchia vigna lì vicino, e pensavo che sarebbe venuto bene. mi piace farlo in sottrazione, per così dire: estraggo il minimo indispensabile. te ne accorgi già dal colore. i terreni sono calcarei e danno vini salati, acidi, molto minerali. ne verrebbero fuori dei grandi vini bianchi. però io faccio i vini che mi piacciono.

IL PINOT NERO.
ho iniziato con il pinot nero perché mi piace. è una pianta difficile, delicata: se fa caldo ha un problema, se fa freddo ne ha un altro, se piove idem e così se non piove. ti insegna moltissimo. tutti i vignaioli dovrebbero avere almeno tre o quattro filari di pinot nero.
dal pinot nero possono venire fuo vini straordinari. ma se vai in borgogna resti deluso. costano troppo e non sempre sono buoni. certo, quando sono buoni sono veramente buonissimi.

IL VINO.
le cose divertenti per un vignaiolo sono due: cercare il vino e immaginarlo.
immaginare come lo si vuole e immaginare come diventerà una volta che è stato prodotto. i miei vini sono da aspettare, sono molto migliori da vecchi. e tuttavia quando sono maturi mi stancano, perché non ho più nulla da immaginare.

[serata al molo di lilith, 24 aprile 2018]

la leggiadria: i fabbri.

– come mai se si parla di vini piemontesi in toscana si avverte un rispetto nei loro confronti, mentre il viceversa non accade?
– beh, il toscano non è sempre simpatico
[voce dal pubblico] – invece col piemontese te ammazzi de risate

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lamole è una piccola frazione di territorio chiantigiano, nei pressi di greve in chianti. settanta ettari vitati sui 7.000 della denominazione, poche aziende con il colosso santa margherita [marchio: lamole di lamole] a fare la parte della panthera leo.
di quei settanta ettari ai fabbri ne toccano 10. fabbri è il nome dell’azienda condotta da susanna grassi [che per tutta la serata nella mia testa è stata, alternativamente, susanna grassi e susanna fabbri] ed è il nome della zona, anticamente sede di botteghe dove si lavorava il ferro. erano fabbri anche gli antenati della famiglia grassi: l’antica officina è oggi sede della cantina. il primo documento ufficiale che attesta la produzione di vino della famiglia è del 1620. è il contratto di acquisto della vigna la sala, tuttora di proprietà.
susanna grassi è una donna con capelli bellissimi e toscani, lunghi e lisci. fa girare tra i tavoli un piccolo album contenente fotografie di famiglia, vecchie etichette, immagini dei luoghi e delle persone. sorride. ha una voce calda e tranquilla [educata] che usa con precisione anche lessicale, senza sbavature né tentennamenti, per dire cose. racconta.

“faccio vino dal 2000: quella è stata la mia prima vendemmia. diventare vignaiola era il mio sogno fin da bambina. all’epoca, con mio nonno, si lavorava tutto a mano, non c’erano le macchine, e tutto era tenuto come un giardino. avevo questo ricordo di un posto così, che reclamava attenzione. e ci sono tornata.
il 2000 è stato l’anno di svolta. mi sembrava un buon anno per cambiare vita. dopo la laurea in economia avevo intrapreso un lavoro di carattere commerciale. mi ero avvicinata al vino da quel lato: un compagno di studi aveva aperto un’importazione negli stati uniti e mi chiese aiuto. fu un’esperienza molto importante, che mi è servita molto. nel 2000, poi, mi sono sposata e ho riaperto il cassetto dove avevo messo il sogno di bambina. era un rischio. se non ce l’avessi fatta pensavo che avrei avuto in qualche modo le spalle coperte, economicamente, grazie a mio marito. la paura c’era, ché l’attività agricola è un’attività a lungo termine nella quale la bottiglia è solo l’ultimo passaggio. e poi bisogna anche venderla. eppure avevo la consapevolezza di potere riprendere in mano l’antica azienda di famiglia, che al tempo era stata affittata.
bisogna fare vino, ma bisogna anche fare quadrare i conti, essere pragmatici. perché le poesie sono belle, ma le poesie poi finiscono”.

lamole è una zona ancora poco conosciuta. i vigneti stanno per la maggiorparte tra i 550 e i 700 metri slm, il che spiega in parte la finezza del sangiovese che ne deriva. i vini di lamole sono meno intensi rispetto a quanto ci si aspetta [credo] da un chianti, sia nel colore che nella concentrazione [che brutta parola] in bocca. c’è meno cinghiale nel bicchiere, sia crudo di pelo che cotto di ginepro, sostituito da petali di rosa, pepe, lamponi. dice susanna che il chianti è ricco di zone peculiari, che darebbero e a volte danno vini molto diversi tra loro. non si arriva alle diversificazioni dei climat della borgogna, ma dopo anni in cui il chianti, che è il vino italiano più famoso al mondo, aveva preso derive commerciali che hanno rischiato di svilirne l’identità, oggi si comincia a parlare di zone e sottozone. è una cosa buona.

– come pensi che debba essere fatto il chianti? ci sono tanti chianti classico diversi: quelli potenti, quelli fini, quelli rustici… secondo te qual è l’identità del chianti classico?
– posso rispondere solo per me, con quello che è il mio vissuto. credo che la caratteristica che il chianti debba avere sia la bevibilità. la vita è già complicata di suo.

i vini della serata sono tre chianti classico, tutti segnati dal marchio della freschezza. mi sono piaciuti molto. il primo è quello che forse dà maggiormente conto della particolarità della zona.
LAMOLE 2016. dai vigneti posti più in alto, dove ci sono le piante più giovani. l’etichetta replica quella originale del 1920, a rimarcare appartenenza e tradizione. vino che risponde perfettamente alla caratteristica programmatica di bevibilità di cui sopra. naso speziato e di fiori rossi, bocca cristallina, che scorre felice e chiama il prossimo sorso. con l’eco.
TERRA DI LAMOLE 2015. vigne basse, le più vecchie. fino al 2005 nel chianti classico erano ammesse, in piccole quantità, anche varietà di uve bianche. era la tradizione dei contadini della zona, che si trovavano uno o due filari di malvasia o trebbiano in mezzo a quelli di sangiovese. oggi non si può più e io dico purtroppo. il terra di lamole è una base sangiovese con un piccolo saldo di canaiolo. un anno di affinamento per metà in cemento e per l’altra metà in tonneau.
I FABBRI 2013 RISERVA. “è il primo vino che ho fatto e all’inizio lo pensai come si facevano i vini allora: concentrati, spessi, carichi. gradatamente ho cambiato prospettiva in tutti i miei vini. nel 2003 ho fatto il primo terra di lamole, spogliandolo un po’ dal legno. poi nel 2008 il primo lamole, che fermenta in inox e che di legno ne vede proprio poco”.
il primo giorno di vendemmia si selezionano i grappoli per la riserva da tre vigne: una della fine degli anni ’60, una del 1984 e una del 2002.
quest’ultima era una vigna abbandonata, terrazzata ad anfiteatro. bellissima. i muri a secco avevano [hanno] la duplice funzione di immagazzinare il calore del sole di giorno restituendolo al terreno di notte e di evitare il dilavamento, ché la terra lì è finissima, quasi sabbiosa. la riserva se ne sta un anno in tonneau di rovere francese [allier, che ha un legno più dolce: “per tradizione nel chianti si usava la botte di castagno, che è il legno che si trova comunemente in zona. ora è quasi impossibile, non ci sono più nemmeno i bottai”] per poi passare in bottiglia. le botti vengono usate più volte negli anni, facendo anche una decina di passaggi. non servono per arricchire il vino, servono per affinarlo.

“non è stato facile, ma oggi sono contenta di essermi lanciata, di avere realizzato il mio sogno di bambina. certo, se mio padre mi avesse avvisata, se mi avesse detto la verità su cosa mi aspettava, ci avrei riflettuto più a lungo. forse avrei rinunciato. invece è andata bene e posso contribuire a ridare dignità al mio territorio.
i tasselli nella vita si ricompongono”.

e la leggiadria?
la leggiadria non si spiega: si beve.

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[la serata, appuntamento mensile per me irrinunciabile, “a noi, filibustieri!” al molo di lilith, in torino è del 15 maggio scorso. voci fuori campo: marco arturi e max chenonsocomefadicognome].

io ed elizabeth.

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alla mostra di andor kertész, detto andré, in corso a genova, tra le tante c’è anche questa foto del 1921 che lo ritrae insieme ad elizabeth.
elizabeth è la donna della sua vita. a qualche fortunato capita di averne una.
nel 1925 i due si perderanno di vista, causa trasferimento a parigi di lui e intercettamento delle missive di lei da parte della prima moglie di kertész [capita anche questo]. tuttavia la storia ha un lieto fine, per quanto possano averlo le storie degli umani: andor ed elizabeth si ritroveranno nel 1929, vivendo la loro vita insieme fino al 1977, anno della morte di lei.
nella foto solo elizabeth guarda l’obiettivo. mostra, nello sguardo e nel riso, una felicità che non ha bisogno di spiegazioni. andor invece guarda lei, con una tenerezza che sembra essere trasmessa da tutto il suo corpo: dal modo in cui le sta accosto a come le tiene le mani, dalla piega del suo sorriso mentre le parla. dalla forma del naso, persino.
ci sono molte fotografie meravigliose in questa mostra incredibilmente quasi deserta di visitatori. di fronte a molti scatti il quore ha saltato un battito. [sono vivo per miracolo].
chi oggi fotografi un’insegna, un marciapiede, un’ombra, uno sconosciuto per strada, una porta, una forchetta, un albero riflesso in una pozzanghera, una nuvola sperduta nel cielo, una distorsione visiva causata dall’acqua o da un vetro, costui nel momento stesso in cui preme il pulsante di scatto sta dicendo grazie ad andor kertész, detto andré.
anche se non lo sa.

“Qualsiasi cosa facciamo, Kertész l’ha fatta prima”
H.C.B.