le mie giornate sono belle anche quando sono brutte. [comporre coreografie per sentimenti irrazionali].

oggi non si capisce se fa freddo o se fa caldo. per cui stamattina, oltre alla giacca, ho preso su un giacchino semi-impermeabile che mi permettesse di ripararmi da un’improbabile pioggia e di sudare. sono arrivato all’appuntamento al corecom trafelato, spettinato e con mezza camicia depantalonata.
[esito, per chi fosse interessato: ho accettato una riduzione di euri 33,43 di una fattura telefonica, che non avrei dovuto pagare, che cubava 73,43 totali. già l’umore vacillava visto che, recandomi all’appuntamento, avevo provveduto ad invitare a sodomitiche nonché passive pratiche quel geniale automobilista che aveva accelerato con rosso pieno, sfrecciando in mezzo ai pedoni, tra i quali il sottoscritto, che ambolatescamente impegnavano le strisce pedonali].
finito con il corecom, ritorno in ufficio. giacchino, di corsa, in spalla. e passo accanto alla galleria tirrena.
qui c’era la libreria della signora pina e di suo fratello.

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se bene ricordo, quando andavo al liceo la libreria occupava altre due vetrine. poi morì il fratello [ne ho mai saputo il nome?] e la libreria si ridusse a quello che vedete.
è qui che comperai il mio primo john irving, che era hotel new hampshire. sempre qui comperai il mondo secondo garp e poi pure le regole della casa del sidro. ma c’era anche altro, mica solo irving. vicino a quel ventilconvettore in fondo a sinistra, dove si intravede un’auto, la signora pina teneva un carrello carico di fumetti, tra i quali una prima edizione di pentothal [ovviamente costava troppo per me].
e poi ci fu la ballata del caffè triste, di carson mc cullers. che non si trovava, era fuori catalogo. la signora pina me lo aveva messo in ordine e io ogni sabato chiedevo notizie. ecco. immaginate una madamina piccolina, magrina, con gli occhialini, piemontesissima, che dice mc cullers con voce alta e fortissimo accento: mecchiullers. scrivo e mi pare di sentirglielo ripetere. la signora pina mi dava del lei e mi rispondeva immancabilmente: non si preoccupi, lo troviamo. e lo trovò.
l’ultima volta che entrai da quella porta presi una copia del giovane holden, per un regalo, e una raccolta di articoli di marquèz, per me. avevo ventisei anni e fu il mio modo di salutare la signora pina, me ne accorgo solo adesso. dietro quelle vetrine ci sono tante ore del mio tempo di ragazzo, anche se le vedo solo io.
i pensieri mettono voglia di caffè e così mi dirigo da sodo. già, ho mai assaggiato il loro caffè? non mi pare. da sodo c’è chiara e questa volta la trafelata è lei. ma oggi aprono a mezzogiorno per cui la saluto e passo oltre.
mi viene in mente che sulla strada, con minima deviazione, c’è orso.
per chi non è indigeno, da orso fanno il miglior caffè di torino. anzi: i migliori caffè di torino, ché la scelta è ampia. è un posto piccolo, due vetrine, in una stradina di san salvario che se la conosci la eviti. ma non è pericolosa, è solo defilata e attaccata al mercato.
da orso puoi anche comperarti la tazza e ogni volta che vai bevi solo in quella. le altre tazzine, quelle per tutti gli avventori, riportano un numero sul fondo. leggendo il corrispondente su un pannello incorniciato, si ritrovano massime augurali per la giornata. insomma, dalla lettura dei fondi del caffè alla lettura della tazzina.

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da orso ci sono due turisti viennesi. due miei semicoetanei, credo [e direi più coetanea lei che lui, se fosse consentito attribuire un’età alle fanciulle]. assaggiavano e parlavano con orso, che in realtà si chiama giulio, il quale gli spiegava in inglese cosa sentire della miscela che avevano nella tazzina. il salato, la tostatura, la freschezza. cose così.
l’inglese è una lingua difficilissima, quasi impossibile.
ma l’inglese consente di fare una cosa anche ai torinesi, gente che dà pochissima confidenza agli estranei: fare amicizia.
e allora mi metto a chiacchierare anche io, nell’attesa di pagare il caffè.
i viennesi dicono che non ci sono molti posti così a torino e in italia. gli sembra strano, visto che questa è la patria del caffè, mentre all’estero, persino in giappone, ci sono locali specializzati con prodotti di alta qualità. questo, poi, è così piccolo che è difficile da trovare.
il mio inglese è tradizionalmente agghiacciante, ma per fortuna capisco e riesco a rispondere.
– little place, big quality. because here you find passion for the coffee.
– we arrived here without planning. we see this coffee-shop and came in by chance.
– but it’s easy. look around: everybody here is smiling. that’s all. when you come along on the marciapiede, how you say marciapiede in vienna?, everywhere you are, you have to look through the glass. if the people inside is smiling, this is your place.
si mettono a ridere e io rido con loro. senza pensare più agli indebiti 40 euri che pagherò a pasquale vodafone, senza pensare più ai ventitre anni che sono passati.
ma devo andare e chiedo a giulio quanto pago, con le monete in mano.
mi risponde:
– niente, il caffè te lo offro io. e grazie.
resto basito. come quando mauro fermariello mi chiede che ci azzecca intravino con il gioco. sto quasi per protestare, resto un timido, anche un poco orso [ahem]. ma subito mi sembra da maleducati e allora dico grazie, mi presento, ci stringiamo la mano e ciao.
ovviamente dopo ho dato dello stronzo a quell’altro automobilista, un suvista, che ha accelerato mentre passavo sulle strisce di corso marconi.
però l’ho fatto sorridendo.

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una milano artigianale – livewine2017

“Era una delle tante giornate grigie di Milano, però senza la pioggia, con quel cielo incomprensibile che non si capiva se fossero nubi o soltanto nebbia al di là della quale il sole, forse.”

l’anacronistica prosa borghese di buzzati mi accompagna fin dentro milano, città dove vado troppo poco [o troppo?]. l’incomprensibile cielo, tuttavia, di sabato mattina non c’è e il sole è una certezza.
sono con luigi, faccia piemontese della distribuzione glu-glu wine [quella lombarda è mauro]. abbiamo fatto il viaggio tra un colpo di tosse e una soffiata di naso, ché il ragazzo non si prende cura di sé. per tutto il tempo abbiamo parlato di vino, come si conviene a gentiluomini agée e ormai [quasi] dimentichi dei piaceri della carne.
tra le manifestazioni che fioriscono in giro per l’italia, tendo a frequentare quelle che si svolgono più vicino a casa mia. non è pigrizia, è proprio quieto vivere familiare. il livewine è una delle migliori: i produttori presenti sono validi, il luogo è spettacolare, gli spazi per muoversi sono ampi, la luce [specie quando fuori c’è il sole] è ideale, la temperatura interna è buona e gli addetti allo svuotamento delle sputacchiere sono rapidi, solerti, efficienti. [quest’ultima cosa sembra una cazzata. e invece no].
siamo alla terza edizione di questo salone della viticoltura artigianale. la sede, immutata, è il palazzo del ghiaccio di via piranesi, introvabile senza un navigatore, trovato grazie al navigatore. [bisognerebbe scrivere un post sull’assurda ragnatela urbanistica milanese, sui sensi unici, sulle rotonde con semaforo, sulle strade circolari, sulle strade a gomito spezzato. ma lascio onore ed onere a qualcun altro, meglio se milanese]. ero stato alla prima edizione, e ne avevo scritto qui, mi ero perso la seconda, lo scorso anno, per un malanno inopportuno. e così niente degustazione, debitamente prenotata, della birra tra le birre: la cantillon.
tanta gente sia sabato che domenica [i numeri finali parleranno di circa 4.500 visitatori complessivi, tra privati e operatori] e anche alcuni appuntamenti di degustazione parecchio interessanti, guidati da samuel cogliati.
cosa ho fatto in due giorni scarsi.
che dire dei soliti noti, che assaggio sempre e con i quali c’è un rapporto amichevole quando non amicale? li assaggio sempre perchè sono buoni. ma sono credibile? rocco di carpeneto, podere orto, daniele ricci, ezio cerruti, francesco guccione e così via.
alle fiere si va per farsi un’idea e per divertirsi. le degustazioni “serie” vanno condotte con calma, in controllo della temperatura dei liquidi. da seduti. difficile vedere [comprendere] le sfaccettature di un vino tracannandolo in piedi, senza aspettare le sue auspicabili evoluzioni nel bicchiere, spostandosi da un banco all’altro, magari distratti da una coscia, da un sorriso. [persino da un culo]. mi risulta difficile parlare nel dettaglio dei vini assaggiati. [faccio un’eccezione per dire a sara che l’abbinamento dei salumi di valli unite con quella croatina 2011 che non ne voleva sapere di terminare la fermentazione e infatti conteneva il suo bel residuo zuccherino era perfetto. passo dopo a mettere le virgole].
dirò che a milano ho intercettato il professor venturelli, che si aggirava tra i banchi e che ho rispettosamente salutato. è lui l’artefice del vino più buono [più emozionante] da me bevuto nel 2016. non conoscete il professor vincenzo venturelli? è uno che fa il vino e non lo vende. essì, succede anche questo. per saperne di più potrete presto leggere “tutti lo chiamano lambrusco”, il libro di camillo favaro di prossima pubblicazione.

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a milano c’era anche casa caterina. quando da lontano si vede aurelio del bono, grande e grosso, si deve per forza passare da lui. la sua sterminata produzione gli consente di portare in fiera sempre qualcosa di nuovo, di non ancora provato. bolle, ma anche bianchi, rossi e rosati. lui è instancabile, nonostante la ressa. parla con tutti, ti fa assaggiare tutto. io ogni volta ne esco travolto. ogni volta mi allontano dal suo banco frastornato, senza avere capito un cazzo. [ma che buoni. tutti].
poi, per fare una cosa ragionata, ho girato per gli stand laziali [ma zeppi di romanisti]. ancora oggi quando al ristorante propongo di prendere un vino laziale c’è qualche amico che sfotte. eppure non sono più i tempi di gotto d’oro. il lazio è una zona da tenere presente. citare andrea occhipinti, che in pochi anni ha raggiunto una maturità di stile che ne fa punto di riferimento, è diventato ovvio. e lo stesso si dica di damiano ciolli, che ha fatto conoscere le potenzialità del cesanese fuori dai confini regionali. anche altri si muovono bene. ribelà, ad esempio, è un’azienda molto giovane, della quale avevo scordato il nome, che si avvale della collaborazione di danilo marcucci. di marcucci avevo parlato su queste pagine tempo fa, un vero talebano della vinificazione naturale. eppure i risultati sono notevoli: come deve essere un vino naturale? pulito, bevibile, buono. ecco.
infine giuliano e simona, mano e cuore di podere orto [chi è la mano dei due? chi è il cuore? io lo so, ma non lo dico], una realtà anch’essa giovane che già produce vini del cuore, come li chiamerebbe vittorio.
[a ripensarci ora, non credo che sia una caso che almeno tre delle quattro cantine citate sono condotte da vignaioli che arrivano alla terra da altre strade professionali].

mi piace, nel nome dato alla manifestazione, la scelta di mettere in risalto l’artigianalità: il salone del vino artigianale. in una città industriale è quasi una dichiarazione di intenti. artigianale è un aggettivo sottovalutato in relazione al vino, quali che siano le posizioni di ognuno. naturale è invece termine che abbandonerei volentieri e che utilizzo solo per semplicità di comunicazione. un po’ perché se ne abusa ed è diventato fonte di polemiche da tifosi di calcio e di litigi furibondi, un po’ perché, se ci si pensa, ha poco senso. il vino naturale non esiste. esiste l’uva naturale, certo. ma non c’è vino senza l’intervento dell’uomo, per quanto minimo. anche i grappoli di viti selvatiche hanno bisogno di un uomo che li raccolga e li sprema [in un contenitore pulito, grazie]. se non ci fosse l’uomo quel liquido diventerebbe aceto, non vino.
non se ne esce, la natura è fatta così: è una stronza.

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[c’era molto altro, a milano.
in attesa della prossima edizione, chi vuole può dare un’occhiata alle FOTO che avevo scattato allora].

 

libri e vino – una serata con ezio cerruti e beppe rinaldi. [special guests: beppe fenoglio e cesare pavese].

“muore giovane chi è caro agli dei”.

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dieci o forse undici milioni di anni fa, il sistema più utilizzato dagli umani per vincere la timidezza consisteva nel fare il giro dei bar che dalla collina di lindos, sull’isola di rodi, scendevano verso la grande piazza, quella con l’albero nel mezzo. credo fosse un platano.
in ogni bar ci si fermava davanti al bancone giusto per il tempo di una tequila bum bum. in piedi si buttava giù, si pagava, si ripartiva. destinazione finale era la discoteca.
era un sistema sbrigativo e non privo di insidie.
l’abilità stava nel raggiungere, grazie al tasso alcolico nel sangue, uno stato di lucidità quasi luminosa, tale da consentire di abbordare con un sorriso ogni ragazza presente nel locale.
la difficoltà, invece, stava nel mantenersi in equilibrio, evitando di oltrepassare la sottilissima linea che separava la sicurezza in sé stessi dalla precipitosa fuga verso i cessi.
un labilissimo stato mentale che aveva il potere, ulteriore e miracoloso, di evocare il ricordo di cose dimenticate o accantonate. a me permetteva di parlare senza sforzo un inglese sciolto e comprensibile.
citavo shakespeare. con esiti trascurabili.

la bellezza ci salva.
il primo impatto che ha su di noi è il piacere che ci dona. tuttavia, dopo, c’è altro. perché le cose belle catalizzano i ricordi. e il vino è una cosa bella.
catalizza.
pesca nella memoria, il ricordo abbocca e il vino provvede ad issarlo sulla barca, lo slama, te lo mostra.
bevi e ti ricordi [“io bevo per ricordare”]. bevi e comprendi. bevi e anche il tuo corpo si muove. nei casi più fortunati, vai avanti.
è un percorso che si può affrontare in compagnia [è meglio se è affrontato in compagnia]. eppure le elucubrazioni che si generano e che si rincorrono sono per lo più personali e private.
la letteratura segue strade analoghe.
così, in una serata nella quale si è parlato di vino e di letteratura, di langa e di terra, di nebbiolo e di moscato [e pure di dolcetto e di dolcetti], si impara.
che la tradizione è sia il mezzo per perpetuare la memoria che il punto di partenza per sperimentare il nuovo. [“o frati, fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”].
che il dolcetto può nebbioleggiare, il moscato no.
che regalare una pistola può essere un gesto di grande affetto. ma se non funziona è meglio.
che si scrive per ricordare e per ragionare e per capire in cosa consiste il mestiere di vivere. e pazienza se qualche amico ci dà del fossile.
che essere credenti può essere di ostacolo al movimento, mentre essere dubitanti può aiutare ad andare spediti nel percorrere tutta la strada fino in fondo. a volte cadendo, sempre rialzandosi.
che le ideologie vanno bene per le masse, meno bene per i singoli. a meno che non si abbia uno spirito da guerriero.
che la resistenza è argomento difficile di cui parlare, spinoso, fonte di possibili fraintendimenti, persino tabù. bisogna perciò ricordare che la resistenza è stata fatta da uomini, da donne. da ragazzi.
che la letteratura è la leva insostituibile che ci fa alzare alla mattina, che ci fa coricare alla sera.
che i nostri libri [i nostri scrittori] sono quelli che parlano la nostra lingua, il nostro gergo, il nostro dialetto. sono “breviari” da tenere sul comodino.
che con il metodo greco la timidezza può essere vinta solo per qualche breve momento. impiegheremo il resto del tempo a cercare consolazione della nostra sfortuna con le ragazze, magari in un libro.
che la sfortuna, però, non è eterna.
che i nostri genitori, anche le nostre mamme, sono stati giovani come noi.
che le donne sono estasi e dannazione.
e che un uomo timido, schivo, balbettante, forse altero nella camminata, con il viso diviso a metà, una metà bella e l’altra butterata, è irresistibile.

[p.s.
resoconto diverso non saprei fare. questo si è svolto ieri sera, 13 dicembre, a torino, al molo di lilith.
i vini:
ezio cerruti:
– fol 2015 da magnum
– sol 2011 da magnum
beppe rinaldi:
– dolcetto d’alba 2015
– barolo brunate-le coste 2005 da magnum
sorpresa finale e brindisi: un moscato passito di ezio cerruti, lasciato in botte a riposare per lunghi anni. un sol un poco fol, vendemmia 2006.
le sorprese sono necessarie. grazie.
anche a marco arturi e a chi c’era].

la biodinamica e il capitano picard: nicolas joly a torino.

– un incontro interessantissimo, mi è davvero piaciuto molto.
– sì, interessantissimo. fantascienza a parte.

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anche se se ne sente parlare da un gran bel po’, l’agricoltura biodinamica viene tuttora spesso confusa con quella biologica. tra le due ci sono molti punti di contatto e procedimenti comuni che, è probabile, favoriscono l’identificazione. eppure si tratta di due cose distinte. l’approccio biodinamico, che trae origine dalle teorie del filosofo/tuttologo austriaco rudolf steiner, è più ampio [olistico, direbbero quelli studiati] di quello biologico. dare una definizione comprensibile ed esaustiva di biodinamica non è facile e io, prendendo a pretesto una fittizia etica zen, non intendo provarci. esemplificando si potrebbe dire che l’opera dell’homo biodinamicus è volta a favorire lo sviluppo e il mantenimento di condizioni di equilibrio tra la terra e le piante, con un coinvolgimento che può diventare anche spirituale. ma la faccenda, di corsa, è ben più complessa di così.
per capire meglio cosa sia la biodinamica poteva essere utile recarsi, il 22 settembre scorso, ad ascoltare il mio omonimo nicolas, che di cognome fa joly e di mestiere coltiva vigne in loira. joly è riconosciuto come guru mondiale della biodinamica [un gran guru, come diceva mia nonna], produttore del mitico e mitizzato clos de la coulée de serrant. l’incontro si teneva a torino, nell’ambito delle manifestazioni a corredo del salone del gusto, per presentare la nuova edizione del famoso libro “la vigna, il vino e la biodinamica”. lo comperai anni fa e su quelle pagine confesso di essere rimasto a lungo spiaggiato a boccheggiare.
dal momento che organizzava velier, insieme all’ospite è arrivato anche luca gargano, con pantaloni turchesi, maglietta grigia di triple a, converse basse di tela bianca e abbronzatura estiva. tutto il contrario della mise dimessa di joly, in camicia a maniche lunghe e pantaloni con le pince. gargano sembrava un uomo di mare, uno skipper solido e sfrontato, appena giunto in porto. joly, con gli occhiali trattenuti da una cordicella, era più sul genere professore di liceo. ha parlato stando in piedi anzichè seduto alla cattedra, gesticolando, chiaramente contento di trovarsi al centro dell’attenzione, con un’ineffabile espressione satiresca stampata sul volto. molto convinto delle sue idee, non mi ha mai dato l’impressione di essere lì per convincere l’uditorio di qualcosa. ha detto come la pensa con naturalezza, non si è mai atteggiato a depositario della verità.

prima di cominciare a tradurre dal francese all’italiano, gargano ha ricordato che nel 2001, quando lui a genova scriveva il protocollo triple A [agricoltori, artigiani, artisti], joly stava facendo altrettanto in francia con la reinassance des AOC. ognuno non sapeva dell’altro. il contatto lo provocò samuel cogliati, che ai tempi credo fosse in orbita porthos. chiamò gargano e gli disse che c’era questo joly con il quale valeva la pena di parlare. i due si incontrarono e divennero, secondo la migliore tradizione letteraria, amiconi.

quanto segue è un resoconto di quanto joly ha detto durante circa un’ora di intervento. ho cercato di non tagliare nulla, riportando nel modo più fedele possibile quanto ho ascoltato. può essere visto come un’introduzione, anche se piuttosto intuitiva, alla biodinamica.
tuttavia.
con me c’era un mio scettico amico, una persona non più giovane, sovrappeso, affaticata dalla vita, fastidiosamente razionale e pure di brutto carattere. per tutto il tempo ha continuato a farmi domande, esternando dubbi sulla qualunque e disturbando non poco. avevo pensato di inserire i suoi sarcastici commenti tra parentesi. sarebbe stato inelegante. ho preferito evitare e, invece, limitarmi a grassettare quei concetti enunciati da joly che mi sono sembrati degni di riflessione.
leggendo, qualcuno potrà aspettarsi di vedere comparire, all’improvviso, un membro dell’enterprise teletrasportato al fianco di joly. qualcun altro potrà più prosaicamente cadere dalla sedia. [al mio amico è capitato].

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quaranta anni fa, dopo avere studiato enologia a bordeaux, sono giunto a conclusioni opposte rispetto a tutto quello che avevo imparato. e ho capito che il punto di partenza di tutto doveva essere la vita.
la vita sulla terra non arriva mai in modo autonomo. perché non appartiene alla terra, ma è la terra che riceve la vita. la vita, in realtà, appartiene al sistema solare. eppure senza la terra non può esserci vita.
la prima domanda che ci dobbiamo porre è: come fa la terra a ricevere la vita?
questa domanda è la biodinamica.
la biodinamica non è accettata dalla scienza ufficiale, che non ritiene possibile che si possano ottenere dei risultati con così pochi elementi quali sono quelli che noi utilizziamo. ci dicono poeti, sognatori, non veniamo presi sul serio. ma oggi la biodinamica viene utilizzata in tutto il mondo nelle tecniche agricole, in tutti i continenti, e non tanto per la filosofia che le sta dietro, ma perché dà risultati tangibili in termini di qualità e di gusto.
il punto di partenza, dicevo, è la vita. e la risposta alla domanda di prima è: la terra riceve la vita grazie alle onde cosmiche.
possiamo fare un paragone con le chiamate telefoniche. grazie al telefono io posso parlare con persone che vivono a pechino, a parigi, a migliaia di chilometri da dove mi trovo. in una frazione di secondo, componendo un numero telefonico. questo è possibile grazie alle onde che consentono di propagare la voce.
ecco, in modo molto semplicistico possiamo dire che i preparati biodinamici sono i numeri di telefono del sole e dei pianeti. il sistema biodinamico consiste nell’inserire nei vigneti dei preparati, dei recettori che fanno in modo di attrarre le informazioni in quello specifico terreno. una volta, in passato, di questo poteva esserci meno bisogno, ma negli ultimi cinquant’anni le onde (elettromagnetiche, telefoniche, etc.) che hanno iniziato a sovrapporsi sulla terra impediscono o rallentano la ricezione delle informazioni che arrivano dal sistema solare. informazioni che sono necessarie perché possa nascere la vita.
il recettore più famoso che si utilizza in biodinamica è il corno di vacca.
provate a stare seduti per un’ora di fianco a una vacca che rumina. all’inizio sembra che lei vi guardi, ma poi vi accorgete che sta guardando attraverso di voi. la vacca sta facendo un lavoro tremendo, che è mangiare e digerire tutta quell’erba. dove trova l’energia per farlo? tramite le corna è collegata ad altri mondi e da lì riceve l’energia che le permette di fare tutto questo.
se provaste a tagliare le corna ad una mucca, perderebbe energia. una mucca senza corna abbassa il capo verso il terreno. senza le corna le vacche sono vinte dalla gravità.
che è la prima tra le forze che ci circondano. è una forza che affatica, ma per fortuna l’effetto è reversibile. se provate a camminare a lungo, alla fine sarete stanchissimi. ma se vi fate una bella dormita vi sveglierete riposati, liberi dall’effetto della gravità.
la forza opposta è l’attrazione solare. queste sono le due forze fondamentali che combattono perennemente tra loro per prevalere fino a raggiungere dei momenti in cui sono in equilibrio. che sono gli equinozi. l’equinozio di autunno è il momento in cui la lotta tra forza di gravità e attrazione solare è in equilibrio. ma da quel momento in poi la terra trionfa: la notte è più lunga, le foglie cadono. fino al 21 dicembre, che è il momento nel quale la forza della terra raggiunge il suo massimo. viceversa a partire dall’equinozio di primavera, a marzo, l’attrazione solare diventa vincente: rinascono le foglie sugli alberi, le giornate si allungano. il momento di massima forza del sole si raggiunge, ovviamente, al solstizio d’estate. ci sono, quindi, quattro momenti che sono completamente diversi tra loro.
consideriamo ora una bella mucca, una mucca sana, che ha vissuto tutta la sua vita, circa venti anni, mangiando erba sana, all’aperto. nelle sue corna c’è una forza solare molto intensa. quando la mucca muore le si tagliano le corna. queste vengono svuotate e riempite di buon letame.
quarant’anni fa feci la mia prima prova, sotterrando un corno di mucca il 21 settembre e dissotterrandolo il 21 marzo. ma ero molto scettico e allora sotterrai nello stesso terreno anche un contenitore di argilla ripieno di quello stesso letame. dopo sei mesi inviai i due contenitori in un laboratorio per una valutazione. risultò che il letame contenuto nel corno aveva sviluppato una vita microbiologica settanta volte superiore a quella che si ritrovava nell’argilla. questo perché nel corno le forze della vita si accentuano.

nel mondo ci sono molti regni. minerale, vegetale, animale. poi c’è l’uomo e dopo ci sono altri nove livelli superiori. bisogna entrare in questa conoscenza e chiedersi come si possano utilizzare queste forze. come il mondo vegetale può entrare in sinergia con quello animale e fare da catalizzatore. prendiamo un fiore: regno vegetale. una camomilla può servire a risolvere un problema di digestione. devo perciò inserirla nell’organo interessato, ovvero nell’intestino. e qual è l’animale che ha la maggiore forza digestiva? sempre la mucca. se metto della camomilla nell’intestino di una vacca ottengo una grande forza. è lo stesso processo del panificatore che usa i lieviti per preparare le sue pagnotte. i lieviti sono degli acceleratori di vita, scientificamente parlando. ma da un punto di vista spirituale sono recettori di forze esterne. questa seconda parte, quella spirituale, sta a voi scoprirla.
un’altra preparazione famosa è quella che si fa con il cervo. sono stato cacciatore per un periodo della mia vita. mi è servito per sviluppare la biodinamica. non c’è niente di più emozionante di vedere un grande cervo uscire dalla foresta, con quei grandi palchi. sant’umberto ha come simbolo una croce in mezzo a due corna di cervo. pensate come sarebbe bello riuscire a mettere in una bottiglia l’emozione di vedere quel cervo uscire dalla foresta all’improvviso. e pensate a chi usa la tecnologia per fare il vino. con la tecnologia non si riesce a mettere emozioni in un vino.
le emozioni nel corpo vengono gestite dai reni. tutto quello che i reni hanno selezionato e filtrato finisce nella vescica. quindi per l’emozione di cui parlavo serve la vescica di un cervo.
ora pensate a una pianta astrale. sapete cos’è? è una pianta ch ha poca materia perché scolpita dalle forze astrali. ad esempio l’achillea millefoglie. una pianta così è il contrario della vita.  mettiamo dell’achillea nella vescica del cervo per sei mesi, appesa ad un albero, avendo cura di proteggerla dagli altri animali. quindi la seppelliamo per altri sei mesi.
adoro questa preparazione perché dona al vigneto un’altissima sensibilità e grande capacità di attrazione. tutte le altre preparazioni biodinamiche che metterò nel vigneto avranno efficacia accresciuta dalla presenza di questa.

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la vigna è un luogo atipico. per la cristianità ci sono due simboli fondamentali. il primo è il grano: cresce, va verso l’alto, verso le forze astrali. è completamente legato al sole. se chiedete a un bambino il perché, vi risponderà che il grano è annoiato dalla terra, che vuole vedere il sole.
l’altro simbolo è la vite. che è l’opposto del grano: la vite scende, tocca il terreno, cade letteralmente. pensate a dioniso, che era figlio di persefone, legato agli dei del sottosuolo. la vite ha radici fortissime, molto profonde. va piantata in terreni poco fertili perché esprime il suo carattere lottando. se avete una vigna però potete aiutarla. ad esempio sostenendone i tralci, cosa che una volta si faceva maritando la vite agli alberi e ora si fa utilizzando dei pali. ma potete anche decidere di lasciarla crescere molto vicina al terreno. nei due casi otterrete due vini molto diversi. più capite l’originalità di ogni pianta, più potete indagare la via che gli consente di esprimersi al meglio.

per il vino ci sono tre strade:
1. il vino biologico: alla vigna si lascia fare quello che può fare;
2. il vino biodinamico: si cerca di comprendere profondamente gli obiettivi e l’origine della vite. per aiutarla ad andare dove vuole. la differenza la fa la filosofia del produttore;
3. il vino tradizionale. la vinificazione tradizionale ti insegna ad usare tutto quello che serve pur di produrre. purtroppo, però, i diserbanti uccidono la vita nel vigneto, non solo l’erba ma anche tutti i microorganismi che stanno nel suolo.
nessuna pianta può nutrirsi da sola se non c’è vita sulla terra, nella terra. i microorganismi presenti nel terreno lo preparano, aiutando la vite ad andare in profondità con le sue radici.
chi segue la terza strada e ha un terreno dove la vite non trova nutrimento, aggiungerà dei fertilizzanti chimici. ovvero dei sali. prendete, dunque, un cucchiaino di sale e mangiatelo. dopo un’ora avrete sete. il fertilizzante chimico funziona nello stesso modo: serve a fare assorbire acqua alla vite. in natura sarebbe inutile, perché ci sono i funghi, le cosiddette malattie crittogamiche, che hanno la funzione di assorbire l’eccesso di acqua nel terreno. invece i produttori di vino tradizionale utilizzano i prodotti cosiddetti sistemici. oggi questi prodotti presentano anche un altro grande problema: penetrano nella pianta, nella linfa e quindi nei frutti. se avveleni la linfa, avveleni il frutto, non serve lavarlo. io dico che una AOC deve rappresentare la terra e il clima: deve essere un fatto geologico e un fatto climatologico. si deve creare questo equilibrio, ma la terza strada alla produzione del vino non lo consente. rotto l’equilibrio in vigna, diventa necessario intervenire in cantina.
non dico che i vini prodotti in questo modo siano tutti da buttare. ce ne possono essere di buoni, ma non esprimono il terreno dove sono nati. se si lavora bene in biologico o in biodinamico, in cantina si farà il minimo indispensabile per arrivare al vino. ma se si sceglie la terza strada l’intervento in cantina sarà necessariamente massiccio, ad esempio perché mancano o sono troppo pochi o deboli i lieviti indigeni sulle bucce. proprio una settimana fa un produttore di bordeaux mi ha detto che senza lieviti selezionati il suo vino non fermenta. le prime due strade esprimono l’originalità del territorio, la terza no. utilizzando lieviti diversi da quelli indigeni si perde quell’originalità, si perde la magia del vino.

oggi nella tecnica di degustazione si commette un errore concettuale. il vino viene sezionato, come una salsiccia che viene affettata. a chi verrebbe in mente, incontrando una persona e cercando di conoscerla, di misurarne l’altezza, di calcolare l’angolo formato dal suo naso? è grottesco. i vini tradizionali contemplano una degustazione che dal particolare vuole arrivare al generale. invece il metodo mediterraneo si è sempre basato sull’intuizione, compiendo il percorso opposto: dall’intuizione si giunge al dettaglio. se si parte dal particolare è facile perdere la visione d’insieme. questa prospettiva ha fatto sì che il vino tecnologico diventasse il vino tipico. se fate una degustazione alla cieca di dieci vini e uno di questi si discosta dagli altri nove, solo lui verrà scartato come non tipico. personalmente non sono contro i vini convenzionali, ma credo che le pratiche di cantina dovrebbero essere descritte in controetichetta.
il senso del mio libro è di dire alle nuove generazioni che si può fare anche in un altro modo. non c’è bisogno di sapere tutto, se si lavora in biodinamica fare vino è comunque sempre possibile. a van gogh non si può chiedere perché ha usato il giallo per quel particolare, perché ha dipinto una linea di quella specifica lunghezza. capire la vigna, capire l’uomo, quali sono gli esseri viventi che servono a dare armonia a un luogo: questo è importante. alcuni animaletti presenti in vigna possono contribuire a dare un vino di gusto diverso rispetto a quello prodotto quando non ci sono. io dico: pressate le uve e andate in vacanza, il vino sa cosa deve fare. ho aggiunto un solo elemento al vino, ed è la forza del suolo. in cantina lascio fare. qui utilizzo un diapason a 432hz di frequenza. lo utilizzo durante la fermentazione perché quella è la frequenza della natura. lavorando così mi sembra che i difetti del vino siano ridotti, che l’acidità volatile sia ridotta.
chissà, forse fra 10 o 15 anni sarà normale fare dei vini con la vita e non con i diserbanti. il libro vuole essere un riassunto degli ultimi 35 anni di esperienza in vigna. la materia è energia condensata. un fisico vi dirà così. e la biodinamica è aiutare le piante con le forze di cui hanno bisogno.

[sui 432hz come frequenza propria della natura, il discorso mi è parso poco fluido. ho scelto di non riportarlo, accennandovi soltanto. joly ha parlato di goebbels e della sua decisione dimodificare la frequenza ufficiale, innalzandola a 440hz. ma la frequenza di cosa? non ha spiegato bene, oppure sono io che non ho capito. allora sono andato a cercare qualche notizia. i 432hz costituiscono la c.d. accordatura aurea, ovvero la frequenza alla quale viene tradizionalmente accordato il la. esiste una scuola di pensiero che ritiene che gli strumenti accordati in base all’accordatura aurea producano suoni forieri di effetti benefici sugli esseri viventi. il signor goebbels, ministro della propaganda hitleriana, impose la standardizzazione della frequenza a 440hz nei teatri e per le trasmissioni radiofoniche. joly ha detto che questo innalzamento di frequenza è innaturale, che a quella frequenza non c’è vita, non c’è nulla. tuttavia si può tranquillamente verificare, leggendo qua e là, che la frequenza aurea non è l’unica riconosciuta valida da musicisti e fisici, anche prima dell’intervento di quel fetente di goebbels. se, poi, i 432hz facciano così bene alla pelle, io questo proprio non lo so].

alla fine il mio amico è stato zitto. non so se per sfinimento o perché dall’incontro ha cavato qualcosa di buono. di sicuro le parole di joly forniscono molti spunti che meritano approfondimento. purtroppo non c’è stato contraddittorio per problemi di tempo, mi sarebbe piaciuto porre qualche domanda. ma si è almeno potuto bere un bicchiere o due [o tre] della citata coulée, annata 2011, nel giardino dell’orto botanico. luogo  oltremodo fico per un brunch sull’erba. il vino era magnifico, come un giovane uomo curioso della vita, forte, dinamico, già in equilibrio sopra, sotto ed al di là di ogni parola spesa nella giornata. qualunque descrizione cercassi di darne sarebbe ingenerosa. eppoi chissenefrega. dopo tutto quello che ho ascoltato, che faccio: seziono?
dicono che il vino, specie se naturale, debba somigliare a chi lo fa. se questo è vero, per joly [non solo per lui] il complimento è consistente. mi vengono in mente altri produttori di vino naturale, uno in particolare, che somigliano al loro vino in maniera assai meno lusinghiera.
il mistero della biodinamica sta tutto qui: come è possibile che due vignaioli che aiutano, entrambi, la vite a produrre al meglio e che vinificano, entrambi, limitando al massimo gli interventi in cantina, come è possibile, dico, che il primo faccia un vino della madonna mentre il secondo se ne esce con una monnezza?

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“La vigna, il vino e la biodinamica”
di Nicolas Joly
Slow Food Editore
pagg. 176

che la pausa pranzo ti sia lieve. [il catalogo triple a di velier al salone del gusto].

la prima cosa che noto è che i vini sono posti in offerta tutti al medesimo prezzo. quello minimo. il che nelle degustazioni per operatori conta poco, ma qui, pagando, poteva accedere chiunque. un bel segnale, anche di comprensione di come funzionano certi meccanismi di marketing.
il catalogo di velier è ampio e notevole, cosa che mi era apparsa già molto probabile assaggiando i distillati venerdì scorso. qui c’erano 140 vini, non tutti stratosferici/di mio gusto, ma di gusti [appunto] ce n’è per tutti. e per tutte le tasche. avendo un’ora e mezza di tempo ne ho assaggiati solo trentatre, se ho segnato bene. per fortuna sono riuscito a piazzarmi in un posto [quasi] all’ombra.
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particolare apprezzamento mio per il brunello di montalcino di paradiso di manfredi (2009. ma già conoscevo), il riesling della mosella enkircher di batterieberg (2013), gli chateau musar bianco e rosso (conoscevo pure questi, che erano rispettivamente 2005 e 2004. quest’ultimo è un grande bordeaux. ah, no, scusate, non è un bordeaux. eppure. ma no, cosa vado a dire), lo chateneuf-du-pape vieilles vignes 2012 di domaine de villeneuve (un bambino bravissimo e molto, ma molto vivace). rimembrando qua e là non posso dire che molto bene del morgon 2015 di lapierre (in verità di questo ero al secondo assaggio in quattro giorni), del pulitissimo vouvray clos du bourg demi-sec del domaine huet (2014) e del bourgogne pinot noir 2014 di pierre morey, che è semplice, classico e preciso.
nota di demerito per me, che ho dimenticato di richiedere di assaggiare il taurasi poliphemo di luigi tecce 2009 [un paio di bute stanno comunque in cantina, a casa, a riposare in attesa di].
e nota di demerito per la toscanissima sommelier ais alla quale la sorte mi ha messo vicino. la quale ci ha tenuto a ribattere al sommelier fisar che ci serviva e che le aveva dichiarato, con una affabilità figlia della piacevole circostanza, una condivisione di zie (“ah, siamo cugini”), che lei non solo è cugina solo dei sommelier ais, ma che è pure relatrice. [e ‘sti enormi cazzi non lo vogliamo aggiungere?].
non mi sono potuto esimere dal dare la mano al fisarista che ci serviva entrambi, chiamandolo caro cugino.
terminata l’opera e salutati gli astanti, con inopitata drittezza di passo mi sono diretto a grassi saturi inglobare. obiettivo il banco del panino al lampredotto, nella piazzetta reale [ho distintamente sentito il fantasma di vittorio emanuele, non saprei dire quale, che esultava]. pane mah, ma panino comunque buono, saporito, piccante il giusto e con quel retrogusto finale, una volta ingollato l’ultimo boccone e ripresa la deambulatio, che sa tanto di letame appena sfornato. una soddisfazione che ‘ntender no la può chi no la prova.
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penultima sosta da feltrinelli dove, ho le prove, l’agognato libro è disponibile. [con buona pace di jeff bezos]. finisco la cagata mondiale che sto leggendo [il potere del cane] e lo attacco.
subito dopo o subito prima di una serie indefinita di libri che se ne stanno in attesa.
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alla cassa mi sono chiesto se alla sorridente cassiera io sembrassi sufficientemente lucido. la concomitante mia sottoscrizione di una tessera fedeltà che mai userò farebbe propendere per il contrario.
infine, prima del rientro in ufficio, una rapida sosta caffè da ORSO – Laboratorio Caffè. nella tazzina ho trovato il famoso numero chetelodicoaffare, cui corrispondeva questa impegnativa massima:
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lo farò domani.

vinitaly 2016 – giorno 2.

alla mia età due giorni di degustazioni serrate cominciano a pesare. specialmente se vengono inaugurati con una cena [eccezionale. apro una parentesi per dire che il mio dolce dell’anno è fatto con crema di piselli, neve di mozzarella, gelato alla mandorla, spaghetti di riso e crumble di basilico. se non avessi assaggiato non ci crederei] al ristorante il giardino delle esperidi di bardolino, in cui si è bevuto qualcosa.

P_20160409_221311[tipo questi tre].

e specialmente se i due giorni vengono inframmezzati da un’altra cena al ristorante la coà, dove ho mangiato una zuppa di cipolle commovente e dove si è bevuto, tra le altre cose, questo

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[lo chenin è proprio un quaccheccousa].

e anche questo

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[podversic, rosso prelit 2006].

in quest’ultimo locale per una fortuita combinazione cenavano anche i fratelli castellani di ca’ la bionda, dei quali dico dopo. e c’era, a un altro tavolo, il più grande difensore italiano di quello sport minore che si gioca con i piedi, tale barzagli andrea. lui, quello che nei giorni scorsi ha appena stravinto l’ennesimo scudetto, stracciando tutti gli avversari. solo la mia naturale riservatezza mi ha frenato dall’andare a chiedere un autografo.
alla moglie.

lunedì mattina.
è arrivato anche michele. così giriamo, un po’ insieme e un po’ ognuno per i fatti suoi.

TENUTE SAN LEONARDO
passiamo davanti allo stand per caso. ci fermiamo? ci fermiamo.
tre vini in degustazione. per il quarto stravedo: il carmenére 2010, che è tutto venduto, che non è in degustazione.
[sono curioso del carmenére sin da quando lessi un vecchio articolo e poi scoprii la bottiglia del carmenero di ca’ del bosco, con l’indimenticabile etichetta in cui il lupo si copre con il vello di pecora: il carmenére che si finge franc. mi urge, a questo punto, lanciare un pensiero affettuoso al signor pogliani, l’inossidabile mr. D., ogni tanto le maiuscole ci vogliono, che non vedo da troppi anni, mea maxima culpa].
si parla del vitigno e di chi lo vinifica. e loro, allo stand, sono così gentili che stappano una bottiglia. e io slurp e anche slap, dentro e fuori. una goduria.

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CA’ LA BIONDA
in memoria conservo la loro corvina in purezza e un amarone vigneti di ravazzol 2004.
i fratelli castellani sono ormai certificati biologici, ma i loro vini sono buoni. cioè, volevo dire. insomma. ecco, vabbeh, ricomincio.
i fratelli castellani operano in regime biologico ed interpretano la tradizione con equilibrio. estrazioni non eccessive, appassimenti coerenti, bevibilità che si coniuga alla finezza.
il valpolicella classico superiore casal vegri 2014, da uve fresche di unico vigneto, è decisamente cosa buona e giusta.
buono anche il ripasso 2013, chiamato malavoglia perché fatto su insistente richiesta dell’ineffabile mercato. la tradizione, in questo caso, nasce da vini debolucci rinforzati grazie ad un passaggio sulle vinacce usate per l’amarone. il ripasso di ca’ la bionda, fatto come si deve, sosta solo 48 ore sulle bucce, onde scongiurare rifermentazioni olfattivamente sgradevoli. il risultato è notevole, anche se continuo a preferire il valpolicella di cui sopra.
gli amarone sono di livello molto alto, sia il il classico 2011 che il classico ravazzol, della stessa annata. hanno corpo e freschezza, profumi e lunghezza di gusto, con un alcol che non è mai fastidioso o invadente.
cito anche il recioto le tordare 2012, esempio di come si possa bere un passito rosso senza avere la bocca asciugata dai tannini.

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girulando, faccio qualche toccata e fuga, quasi per caso. come da BIBI GRAETZ (testamatta 2012) o come la puntata nella zona del verdicchio, dove posso assaggiare quello che voglio senza parlare con nessuno. al primo piano dello stand delle marche, infatti, le bottiglia sono messe a disposizione in appositi secchielli, con annessi cartoncini informativi. sempre buono il cambrugiano 2012, verdicchio di matelica riserva [BELISARIO], e in generale vini cattivi non ne trovo. forse in qualcuno si sente troppo il  legno, qualcun altro è un poco seduto, ma alla fine è anche questione di gusti.
quindi vado in zona VIVIT.

VIGNAI DA DULINE
lorenzo e federica riescono a trasferire la gentilezza dei loro modi nei vini. che sono per me tutti [ne ho assaggiati dieci] fonte di grande emozione. come quando fai una curva e di fronte ti ritrovi una piana fiorita illuminata dal sole.
viti molto vecchie e molto sagge, giustamente produttive. lorenzo, che ha preferito diventare vignaiolo consapevole piuttosto che medico, dice che la scelta di fare svolgere la malolattica a tutti i bianchi presenta molti vantaggi: maggiore durata del vino, maggiore stabilità, maggiore digeribilità. il suo sguardo è diretto, pulito e sereno anche oltre i suoi occhi azzurri. lo ritrovo riflesso nel sorriso ampio di federica. lavorano in biologico: “gli effetti del biologico si vedono dopo venti o trent’anni”. mi danno dei fogli, fotocopie di un articolo scritto da lorenzo per una rivista, in cui racconta la loro filosofia, il lavoro, l’attenzione alla salute del terreno e delle viti. mi interessa, in particolare, dove si dice dell’erba medica e dei suoi benefici nella fertilizzazione del vigneto. chissà se quest’articolo si trova anche in rete.
non sottovaluto l’aspetto estetico. a partire dalla conformazione dei vigneti [che, però, posso solo apprezzare dalle foto], fino alle etichette, con quella pianta di gelso che è il loro marchio e che è la tradizione friulana degli alberi sulle colline, spesso maritati alle viti. da quanto ascolto, la vigna ronco pitotti è il luogo dove tutto il bello può nascere. “abbiamo imparato così tanto da quella vigna che siamo noi in debito con lei” dice federica.
a questo punto dovrei dire qualcosa dei vini, credo.
somigliano all’idea che mi sono fatto di questi due ragazzi. straordinario lo chardonnay 2006 ronco pitotti e straordinario il morus alba [il nome latino del gelso bianco] 2013, 65% di malvasia istriana di duline e 35% di sauvignon blanc da ronco pitotti. mi piace molto il giovanissimo pinot grigio 2015 [ancora da ronco pitotti, vigneto piantato nel 1958] e mi piace molto il giovanissimo chioma integrale 2015, malvasia istriana con un’etichetta  diversa dalle altre, bianca e verde. sopra c’è la faccia di lorenzo con i lunghi capelli e dentro c’è anche l’idea che le cimature precoci possano compromettere il sano sviluppo della vite.
infine, un merlot. in friuli sopravvive un clone di merlot dal grappolo particolarmente spargolo, poco produttivo e tuttavia resistente alla botrite, perciò adatto a zone piovose. bevo il merlot 2013 da magnum e capisco due cose: la prima è che alla magnum piace il merlot [o viceversa]; la seconda è che oggi il merlot mi piace più di ieri.

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MORELLA
da gaetano morella mi porta michele, che l’anno scorso gli aveva fatto una bella intervista. la si può leggere qui.
gaetano è sorridente e simpatico, gran chiacchierone. il figlio, che chissà quanto si diverte a stare in una fiera di adulti, disegna scene di fondali marini, pesci e polpi, che vende a ben dieci centesimi l’una. senza fattura.

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gaetano è appassionato di primitivo, ma produce anche altro. ad esempio il mezzogiorno (2015 e 2010), un fiano di mare, salato e lievemente affumicato come il vitigno chiede. per me il migliore esempio di fiano coltivato in puglia in cui mi sia finora imbattuto.
quindi assaggio i primitivo, da piante anche in questo caso tutt’altro che giovani.
la signora, di cui ci sono tre annate (2013, 2011 e 2005), primitivo di grande beva, sorprendentemente verticale, con una vibrazione centrata su lingua e palato. come da nome, un vino complesso che si concede poco alla volta.
l’old vines 2013, dalla bella speziatura, è decisamente più rotondo e strutturato. ampio al gusto, invade la bocca restndo sempre molto bevibile.

INTRAVINO
questi non producono liquidi. è gente che scrive. tutti gli anni al vinitaly organizzano un ritrovo al quale non ero mai andato prima. perché? boh.
quest’anno riesco a passare ed è nello stand della calabria. ritrovo pietro stara, che non vedevo da trentanni e, insomma, mi ha fatto effetto, forse perché invecchio persulserio. lui è rimasto uguale [pizzetto a parte]. poi conosco finalmente de visu gae saccoccio e armando garofano, che leggo sempre su fb, mi viene presentato thomas pennazzi, del quale avevo letto alcuni competenti articoli sui distillati. e vedo il buon morichetti, che ha scelto di andare a verona con un paio di occhiali da pornostar dei primi anni ’80. però è dimagrito. scatto anche un paio di foto a mauro fermariello, nume fotografico del mondo vinicolo. [come è ovvio, scattare una foto a un fotografo non può dare buoni risultati mai]. poi fiorenzo sartore, giovanni corazzol e tanti altri che conosco per averli visti in foto. altri ancora, chissà quanti, non riconosco. insomma, come al festival di cannes senza il cinema e con la salsiccia calabra.

MACCARIO
la mia sorpresa è l’amiral 2015, di cui avevo letto qualcosa. un bianco macerato, molto sapido, composto per il 60% di uve rossese a bacca bianca e 40% massarda, vitigni autoctoni liguri poco noti [almeno per me].
non me ne vorranno gli altri produttori di rossese di dolceacqua, per un paio di loro ho un vero debole. ma i vini di giovanna maccario vanno oltre il dato regionalistico e territoriale. prendono il rossese e lo portano fuori dai confini della liguria.
ho una vecchia passione per il posaù (confermata con il 2015), dal vigneto omonimo. qui assaggio per la prima volta anche il biamonti (2014), dallo stesso vigneto del precedente, e il curli 2014, che nella mia scala mentale metto un gradino sopra tutti gli altri.

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SAN GIUSTO A RENTENNANO
visita di pellegrinaggio annuale allo stand della fattoria. è tradizione del lunedì.
assaggio tutto, dal chianti classico 2014 al vin san giusto 2008. beh, quasi tutto, non ce l’ho fatta con il nuovo rosato.
percarlo 2012 molto buono [chevvelodicoaffare. il percarlo è sempre come minimo molto buono], ma quello che mi fa cappottare è il chianti classico riserva, le baroncole 2013.

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BARBERA
andando al vivit passo davanti agli stand della fivi e inquadro marilena. di lei mi piacciono i modi. con quel sorriso aperto e ospitale che non ti fa mai sentire fuori posto o molesto [anche quando lo sono]. avevo già assaggiato i suoi vini a piacenza, ne avevo scritto. qui bevo, troppo velocemente, solo l’inzolia dietro le case 2015, che a piacenza non aveva portato. bevibilità assassina e tre aggettivi in serie: fresco, fremente, fluente.

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[ovviamente ho fotografato tutt’altro].

LA DISTESA
su corrado dottori voglio dire una cosa. è la prima volta che mi capita, parlando con un vignaiolo di un suo vino, fatto anni fa e che mi aveva lasciato perplesso [tutti mi dicevano: non lo hai capito. ecco. quando mi dicono che non ho capito un vino io, davvero, non capisco], di ottenere uan risposta tanto sincera.
passando alla produzione nuova, il terre silvate, di verdicchio e trebbiano, è un bellissimo 2015, mentre gli eremi 2014 si presenta molto diverso dalla eccezionale annata 2013. beninteso, è un vino comunque molto buono, un verdicchio davvero ottimo. però il confronto è inevitabile e quello lì era proprio un mostro.
sul fronte dei rossi, mi ha incuriosito il nuovo le derive (2013), da uve montepulciano, sangiovese e vermentino nero (rispettivamente 50, 35 e 15%). mi è piaciuto, sì. però vorrei riassaggiarlo con calma. in piedi, nella calca, non era cosa.
molto divertente la vicinanza con il banco di stefano amerighi. i due sono amici e qualche sfottò trasversale marchigiano/toscano mi ha fatto ridere assai.

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AMERIGHI
stefano amerighi fa il syrah più buono d’italia. frase che si può leggere anche in forma interrogativa. a me ne vengono in mente due, di questo livello. l’altro è sempre toscano eppure diverso. non è il caso di citarlo qui.
su un banchetto pieno di macchie di vino, stefano versa il suo 2013 e poi l’apice 2011 e infine il 2010.
ma prima.
tre anni fa circa lessi su fb un post del buon morichetti, nel quale si diceva di un nuovo esperimento di amerighi. un vino della madonna, un lavoro da muli, una piccola vigna di pecorino. la curiosità funziona in maniera non razionale. per motivi che non saprei spiegare, ad un altro post morichettiano pre-vinitaly, nel quale si parlava del nuovo nato di casa amerighi, mi si è riacceso il ricordo.
il noè, questo il nome, ha un’etichetta molto bella, ma purtroppo arrivati alle cinque del pomeriggio l’unica bottiglia giornaliera era finita. sì, perché ce ne è poco poco e allora il limite di stappo autoimposto in fiera era di una bottiglia al giorno.
tuttavia.
una bottiglia con tappo non eccezionale stava sotto il bancone. e così, tralasciando qualche evidente inciampo di naso, mi sono rifatto godendo di una bocca notevolissima. sul resto, se ne trovo un’altra buta, mi riesprimerò.
[sì, ne cerco un’altra buta].

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TENUTA GRILLO
il terzo merlot buono del vinitaly è il tornasole 2005, che sono andato apposta ad assaggiare per via di quel 2004 che bevvi e quasi masticai anni fa ad agazzano e perché guido zampaglione non sembra più volerne sapere di merlot.
a guido vorrei dire di ascoltare sua moglie, igiea, e di insistere. ché di merlot che abbiano carattere abbiamo tutti bisogno.
davvero molto buono anche il baccabianca 2009.

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ISOLE E OLENA.
passando di corsa per gli stand, tra un saluto e una stretta di mano, l’ultimo vino della giornata è lo chardonnay collezione de marchi 2014. avercene.

la cosa più buona che ho assaggiato in due giorni e mezzo?
a bardolino, questa:

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[cogliere una mela rossa, croccante, matura, succosa. azzannarla].

vinitaly 2016 – giorno 1.

ad aprile chi fa vino deve scegliere. se andare al vinitaly oppure a villa favorita oppure a cerea oppure a summa oppure a. [mescolo apposta nomi di manifestazioni di vino naturale e no. è ovvio che falesco a villa favorita non possa entrare]. c’è chi riesce ad essere presente un po’ qua e un po’ là, ma sono casi rari di famiglie numerose e/o di aziende medio/grandi e/o di votati alla sincope.
la fiera più grande, tra tutte, è vinitaly. ed è una bolgia ogni anno. gli aumenti del prezzo del biglietto non aiutano a smaltire le eccedenze di corpi, sudori, afrori. il vinitaly è una piccola città recintata con all’interno enormi palazzi pieni di piccole palafitte. in alcuni fa troppo caldo, in altri c’è troppa gente. insomma, vinitaly. nel bene e nel male.

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[epperò, la verità, questo pomodoresco equino mi piace assai].

dice che a vinitaly i vini naturali no. forse per una malintesa idea di etica.
a vinitaly si incontrano agenti, distributori, ristoratori, enotecari, importatori, si stipulano contratti. più che altrove. quindi? le vogliamo vendere queste bottiglie? credo che chi fa vino in italia, comunque lo faccia, a vinitaly debba cercare di avere un suo spazio. magari proteggendosi dalle scottature grazie all’ombrellone di un consorzio o di un’associazione, come fanno gli aderenti alla fivi. che quest’anno occupavano molto più spazio del solito. insieme al vivit c’era quasi mezzo padiglione di banchetti di vino naturale. le cose cambiano.
i visitatori hanno molte possibilità. cerea apre il venerdì, in anticipo rispetto a villa favorita, villa favorita apre il sabato, in anticipo rispetto al vinitaly. potendo si fa uno due tre stella. potendo. io quest’anno non potendo proprio.
refrattario a fissare appuntamenti con i produttori [più che altro perché ho paura di non riuscire a rispettarli] e vista la mole di desideri e curiosità che si affastellano in testa, preparo un piano in anticipo, come i delinquenti abituali. del tipo: quest’anno faccio la vernaccia di san gimignano. su un bel foglio immacolato segno nomi di produttori e coordinate standistiche e pianifico in modo da ridurre il numero e i tempi degli spostamenti. una volta entrato in fiera, poi, giro ad mentulam canis come sempre. [vernaccia assaggiate nel 2016? zero].
ma in fondo, chi se ne frega del vino. quello che mi dispiace è di non essere riuscito a salutare tutte le persone che avrei voluto salutare. al vinitaly si va anche per questo [io vado anche per questo], per stringere mani e fare una scorpacciata di abbracci. niente, non ce l’ho fatta a farcela. qui chiedo scusa a tutti coloro cui ho detto/scritto/messaggiato “civediamoaverona”.
rilevo che 366 giorni fa si parlava solo di lieviti autoctoni, mentre oggi si è passati oltre [il dibattito è sul più generico, ma anche più invasivo, tema del naturale. chissà fra un anno], e passo a condividere qualche appunto sparso e non esaustivo, in ordine semicronologico.

GIORNO 1.

RICCI
prima fermata da daniele, per assaggiare il suo cifrato. me lo ero perso a milano, sponda livewine, causa estinzione di fisico [il mio].
lo chiama così, cifrato, anche se in etichetta ci sono solo lettere e numeri. quando daniele mette la mano sulla bottiglia mi basta scattare e non ho bisogno di spiegare il senso della foto.

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è timorasso, pochissime bottiglie. ed è un 2007, frutto di un esperimento. una parte del san leto blu di quell’anno fu messa in bottiglioni, tappati con sughero e conservati al buio per anni, a temperatura costante: il famoso affinamento in bottiglione. alla fine il liquido è stato travasato negli amichevoli vetri da 0,750, etichettato et voilà. il risultato è, forse, il timorasso più completo di daniele, quello più equilibrato, quello più complesso, quello più vino.

VILLA BUCCI
assaggio in ordine italico, prima i bianchi, dopo i rossi.
tra i quattro mi sarei aspettato qualcosa di più dalla riserva 2013, che ho trovato meno vitale del solito [poi, bevendola fra dieci anni, mi darò del coglione]. invece quello che spicca è un bellissimo villa bucci 2014, verticale e sapido.

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I CLIVI
nel padiglione del fiuli sono introvabili: piantine male disegnate, aree non segnalate. ho chiesto alle fanciulle delle informazioni e non sapevano nemmeno loro.
da un patrimonio di vigne anche molto vecchie, ferdinando e mario zanusso tirano fuori vini di grande pulizia, eleganza, finezza. come sempre. ho un debole, qui rinnovato, per il verduzzo (2015). mi è parso persino migliore di quello, già elettrizzante, della vendemmia precedente. riserve a parte, entrambe 2013 e che ho intenzione di comperare, farei scorta di verduzzo, del friulano 2015 e della malvasia 2014. praticamente: di tutto.

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KUENHOF
vini che invecchiano benissimo, migliorando nel tempo. me li serve il figlio di peter pliger, ragazzo che ancora studia, che mi sembra già appassionato del suo futuro lavoro.
i 2015 sono ancora in affinamento, ma mi paiono già molto buoni, sopratutto il riesling [kaiton] e il sylvaner.

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KOBLER
armin kobler e sua moglie monika sono sempre sorridenti. armin, che ha il dono di una tagliente ma educata ironia, mi regala una piacevole chiacchierata. nella quale viene inopinatamente nominato, vassapere il perché, anche bruno vespa, “giornalista non praticante”.
buonissimo l’ogeaner 2014 (chardonnay), che è sempre un bello chardonnay, e grande qualità in tutta la batteria. il vino che più mi colpisce è il merlot, riserva klausner 2010, bevuto da magnum. è il primo di tre merlot che ho incontrato, quasi per caso, in due giorni. ed è la prima delle sorprese. il merlot è un vitigno bistrattato dal quale spesso, almeno in italia, si ottengono risultati mediocri o piacioni. poi, come in tutte le cose, ci sono le eccezioni, non solo dalle parti di bordeaux. il klausner, lontanissimo dall’idea di morbidezza stravaccata sul divano che spesso i vini da merlot evocano nel mio strampalato immaginario, se ne sta in piedi e ti guarda fisso negli occhi.
mentre lo gusto sento una voce maschile dietro di me.
– vvoi fàte pinonnèro?
– no, il pinot nero lo fanno loro [armin indica i compagni di stand di castel juval].
mi volto a guardare il questionante, che si allontana con un suo sodale senza né un grazie né un crepa. di nero vestito, con nero berretto da baseball calcato sulla fronte e nerissimi occhiali da sole a nascondere gli occhi. penso: vampiro o cosplay di berlusconi?
no: scamarcio riccardo.

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CASTEL JUVAL
fine e speziato il pinot nero [loro lo fanno] del 2014, un tessuto sottile e vibrante, lunghissimo al gusto. è come io immagino il pinot nero in alto adige. resto basito da uno dei riesling, il windbichel 2014, che bevo fino alla goccia. riassaggio, ribevo. dalla selezione delle uve più mature del vigneto omonimo, ha naso di scorze di limone e arancia, qualcosa della pesca non ancora matura, erbe aromatiche, un pensiero di fiori di acacia. bocca pulita, agile, molto lunga e prodiga di ritorni gustativi, anche a minuti di distanza.

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EDOARDO SDERCI
la nuova linea del palazzino porta il nome di edo già da un anno. piacevole nella sua immediatezza la casina girasole, buono il monti e interessante l’azzero 2015, sangiovese con tappo stelvin, del quale, però, non riesco a immaginare la strada evolutiva. mea culpa.
grande bevibilità per il rosato 2015 (sangiovese e merlot). perfetto per le giornate estive e, io credo, per fare capire a chi è più giovane di me che non esiste solo la birra: “è un vino da piscina”.

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PODERE IL PALAZZINO
il vin santo del chianti classico 2001 è libidine. per aderenza alla categoria, gusto, lunghezza, piacere.
buono il chianti grosso sanese 2010.

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[nel bicchiere di questo simpatico avventore c’è proprio il vin santo].

LE PIANE
il giorno dopo avrei fatto una piccola verticale 2006, 2007, 2009, 2011, nella quale il 2006 sarebbe risultato sconfitto solo per la presenza del 2011.
del 2011, assaggiato qui per la prima volta, gli amici presenti sottolineano il grandissimo equilibrio. lo riconosco, ma, non capendo fava di vino, mi pare un equilibrio che non abbia ancora nessuna voglia di essere inquadrato. c’è, senza dubbio. eppure sento il vino come se stesse in un vortice di fuoco. d’altra parte è pur sempre boca: si nasconde e arriva quando meno te lo aspetti. il 2011 è un grandissimo boca, un vino che non sta fermo, da bere fra ventanni.
oppure oggi.

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GIACOMETTO
un amico sostiene che l’erbaluce sia un vitigno grande. a memoria mia ho bevuto qualche erbaluce molto buono. sopratutto qualche caluso passito notevole. grande non so, non ricordo. l’amico mi dice: vai a trovare giacometto, ti fai un’idea. vado.
bruno giacometto, dagli occhi azzurrissimi, mi fa assaggiare il suo erbaluce di caluso 2015. poi il 2014, anche nella versione autoctono, con scritta in greco e lieviti indigeni. intendiamoci, i vini sono davvero ottimi. nel caso specifico delle due annate degustate non mi sento di andare oltre, fino ad arrivare al senso di quello scomodo aggettivo evocato dal mio amico. però, in effetti, la scintilla si sente e capisco cosa intendeva dire. potrebbe persino avere ragione.
intanto che cerco una conferma all’ipotesi, mi imbatto nel caluso passito 2006, uno dei vini della giornata. naso di albicocche salate e frutta secca, bocca che mette d’accordo dolcezza e freschezza. una delizia, da una tipologia che nessuno si caga.

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RIZZI
da rizzi passo per un saluto a jole ed enrico, a chiudere la giornata. volevo anche vedere la nuova etichetta della riserva boito, dipinta da enrico. è bella. ha una leggerezza elegante di forme e colori che può vincere la ritrosia di qualcuno verso il nebbiolo. ed è diversa, nuova.  segna una distanza formale netta dagli altri barbaresco di casa rizzi. enrico dellapiana è un talento multiforme: enologo, pittore e giocatore di pallacanéster. se non bastasse, è pure un bell’uomo. [qui ci starebbe un: donne, è arrivato l’arrotino! ma poi enrico mi mena].
nota di merito anche per il barbaresco nervo 2013: un paradigma di tipicità.

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[segue a breve. forse].

minimalismo, mortadelle e motorini.

‘Naturale’, detto del vino, non è il contrario di ‘artificiale’, come i finger watchers (guardatori del dito, anziché della Luna) si affannano a voler capire, o peggio a non saper non capire.
‘Naturale’ è il contrario di ‘ideale’. È ciò che non ha una forma canonica cui tendere, cui avvicinarsi per via di addizione e sottrazione; è il porsi davanti a quel che sta per nascere con maggiore meraviglia, anche accettando che ci siano cose su cui è culturalmente alto e nobile il non voler intervenire, ma solo controllare.
Ci passa la differenza che c’è tra l’antropologia e l’eugenetica.

questa la definizione [rectius: riflessione] di armando castagno. per una fortunata coincidenza l’avevo letta subito dopo avere partecipato alla degustazione di cui qui dico. mi era sembrata un interessante spunto, per cui avevo pensato di citarla in capo a questo post. ma sono tanto lento a scrivere quanto a ragionare. così, intanto che mi sono deciso a pubblicare queste quattro righe, avevo già trovato quella stessa riflessione in almeno tre altri post sull’internet. vabbeh, ho lasciato passare un po’ di tempo per fare decantare il ricordo. eppoi, come diceva sempre mia nonna: repetita iuvant.
la querelle vino naturale vs vino convenzionale ha per me lo stesso interesse della permanenza del torino calcio nella massima serie. per questo motivo quanto segue è un mero resoconto, in forma di frammenti di dialogo, di un incontro collettivo. pochi dettagli sui vini, ché in questo caso mi interessava di più il personaggio. ho cercato, per quanto possibile, di non esprimere opinioni su quanto ho sentito e non ho verificato nessuna delle affermazioni ascoltate. ho omesso qualche frase, non ho cambiato nulla.
qui ringrazio gigi per l’opportunità che mi ha dato e sia gigi che paolo per l’ospitalità. e, sopratutto, per il castelmagno con la focaccia calda.

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il luogo è un ristorante, la gallina scannata, a torino. il tempo è il 10 marzo scorso, nel pomeriggio. fuori sembra sia primavera.
arriva un quarantaseienne alto, asciutto, deciso. con vigorosa stretta di mano si presenta come marcucci danilo, di mestiere enoartigiano. io avrei detto enologo, ma poi magari s’incazza, sai come sono questi umbri.
ha una camicia verde a quadri, un paio di pantaloni a sigaretta neri, barba grigia, capelli più lunghi sulla sommità del capo e rasati ai lati. porta occhiali con lenti parzialmente scurite e un paio di scarpe nere allacciate, dalla suola spessa. c’è qualcosa dell’hipster e qualcosa, aridànghete, di umbro.
il racconto parte da quando, anni e anni fa, il suddetto marcucci si ritrova ad avere difficoltà a bere vino convenzionale, con annessi e qui non specificati problemi fisici. guarda caso i suoi vicini di casa sono quelli di collecapretta, che producono un trebbiano spoletino senza additivi, diserbanti o prodotti di sintesi vari. danilo lo assaggia, non ne muore, anzi vede la luce e decide di cambiare totalmente il suo approccio, diventando un ortodosso della naturalità.
a metà anni ’90 conosce nicholas joly e poi stanko radikon, baldo cappellano, angiolino maule, giovanna morganti, persino giuseppe rinaldi.
comincia a lavorare per collecapretta. qui nel 2006 nasce il torre dei preti. da quel punto in poi il suo operato viene richiesto da altre aziende [rabasco, campanino, etc.].
la sua prima mossa, ovunque vada, è liberarsi dei macchinari.
crede che nel vino si debba “lavorare per sottrazione. io lavoro togliendo. è questo il minimalismo del vino naturale”.
non accetta nessun tipo di addizione alle uve. niente lieviti, niente solforosa, che “mummifica il vino”. niente filtrazioni, solo batonnage e travasi, solo procedimenti meccanici.
“il mio lavoro è in trasformazione continua, perché cambia anche il clima. l’obiettivo è fare il vino più naturale possibile, senza solforosa né altro”.
crede ciecamente nelle sue idee. pur riconoscendo che anche i vini di altri produttori naturali meno estremisti di lui possano essere buoni, ne fa una questione di sforzi creativi diversi.
“tra fare un vino veramente naturale e fare un vino naturale ‘da salotto’ c’è tutta la differenza del mondo”.
cerca di interpretare le differenze climatiche delle varie annate. “la 2014 e la 2015 sono due annate di merda, una per la pioggia e l’altra per il sole. non si sa mai abbastanza, è come andare ogni anno all’asilo”.
lavora tra friuli e abruzzo, con centro nevralgico nel centro italia, dove ha fatto rinascere una vecchia cantina umbra, i vini della staffa.
“mi piacerebbe fare risuonare il terroir di ogni zona dove lavoro come fosse uno strumento”.
ma come si può definire un vino naturale?
“solo per antitesi, perché c’è carenza di conoscenza. il problema grosso dei vini naturali in italia sta nel gran numero di piccoli produttori, non necessariamente capaci, che una volta rcevuta attenzione hanno perso la testa”.
si dichiara laureato in architettura [era prevedibile], di famiglia antiquaria. “scelta una strada non mi interesso degli altri”.
le sue bottiglie spesso riportano in etichetta i valori di acidità, di volatile, di SO2.

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VIGNA COLDIMEZZO 2014 (piccolo podere del ceppaiolo).
annata piovosa, uva procanico [o trebbiano rosa] da vigne di settant’anni, dieci giorni di macerazione sulle bucce.
qualcuno dei presenti azzarda a dire che sa di mortadella.
ed è vero, ma per una volta non sembra un difetto: la mortadella tagliata fina fina, quella che se la metti in bocca se sguaglia. un vino, questo, rustico ma che possiede indubbiamente una sua grazia.

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CERRONE 2015 (vini della staffa).
qui, al contrario, l’annata è stata calda e difficile. ne è nato un vino pieno, tannico, “caricato dal sole”.
“sulla buccia [il vino fa 2 giorni di macerazione] c’è tanta roba, emerge la terra. per farvi capire la forza della natura: in questo vino emerge il sole. la natura ti insegna a capire quanto sei piccolo. è la cosa più bella del vino naturale. ti dice quanto sei piccolo e quanto sono stolti tutti gli altri”.
i vini della staffa è una casa vinicola antica, abbandonata da anni. sono vigneti di proprietà della moglie di marcucci, ora nuovamente coltivati. le etichette sono invecchiate artificialmente sulla scorta del ricordo delle ultime bottiglie prodotte nel passato.
qui marcucci lavora tutto in vetroresina.

da questa prima accoppiata di vini, assaggiati in sequenza anche per evidenziarne le differenze, si comprende il senso di quanto dirà poco dopo: “la degustazione è l’atto di partenza. non ci deve essere fretta di dare un giudizio”. è sempre bene ricordarlo.

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TIBERI 2014 (tiberi).
grechetto, san colombano e una versione umbra dell’ansonica. vigneti ultrasettantenni che stavano per essere estirpati. ora danno vita a questo vino che sa di saké senza essere altrettanto alcolico. i terreni, ricchi di feldspati, contribuiscono a una componente sapida che lo rende immediatamente godibile.

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LAETITIA 2014 (fongoli).
subito è zolfo: “perché il vino si è incazzato per essere stato chiuso in bottiglia: vuole essere libero”. nasce nella zona di montefalco, regno del sagrantino, eppure è un bianco da trebbiano spoletino senza macerazione.
cita hubert de villaine: il vino buono viene dalle piccole annate, il vino che piace alla gente viene da quelle grandi.

ROSATO CANCELLI 2015 (rabasco).
montepulciano d’abruzzo, colline pesaresi. “l’abruzzo è cerasuolo. è la forma contadina, con una straordinaria capacità di abbinarsi con la terra e con il mare. questo vino è l’abruzzo: senti l’odore del prociutto secco di pecora che arriva da una stalla, il pecorino, il rumore dell’acqua che scorre. è come fare una passeggiata per le colline dell’abruzzo”.
è vino quotidiano, con volatile alta. è il corrispondente di quello che i contadini mettevano a bagno nei ruscelli, al mattino, per consumarlo poi, fresco, con pane e frittata di peperoni.

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FERRIGNO 2014 (cantina ribelà).
cesanese comune dei castelli romani. “il 2014 è il rosso migliore che ho fatto, una sintesi tra l’estrazione podologica dell’etna e il clima della maremma: cornelissen e massa vecchia”.
i castelli romani sono una zona vulcanica. in questo vino si ritrova il terroir: corbezzolo, ciliegie, marene, cinghiale, finale di rabarbaro.

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assaggiamo altro. rabasco rosso cancelli 2015, il brioso rosato 2015 e il brioso bianco 2015 della staffa. anche il rosso del ceppaiolo, un vino piccino picciò da una vigna piccina picciò, strappata ai cinghiali e circondata dal bosco. mi sorprende la vitalità con cui invade la bocca.
i vini di marcucci sono buoni. essì, non c’è ridotto, non c’è ossidazione, al massimo un po’ di volatile. qualcuno pecca in finezza, va bene. ma sono tutti buoni.
l’ultimo, poi, è di un’altra categoria.

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COLLECAPRETTA SELEZIONE LE CESE 2012
600 bottiglie di sangiovese affinato 5 anni. “è il nostro sangiovese importante”. profumo da “grandi baroli: tartufo, anguria e rosa, meglio se canina”.
si fa qualche considerazione sul rapporto tra qualità e durata nel tempo del vino.
dove sta scritto che un vino per essere grande debba poter durare ventanni? “il vino ha una dimensione umana come l’uomo: tu non puoi campare cento anni. certo, se nasci con caratteristiche eccezionali o se vieni vinificato con la solforosa puoi durare qualche anno in più”. ma questa non può essere la regola.
così una stessa filosofia può condurre a risultati diversi: un rosso da bere nell’anno (il rabasco rosso cancelli 2015) e uno da invecchiamento.
della selezione assaggiamo anche il 2009, che segna una possibile evoluzione del 2012. qui il tartufo bianco è il primo sentore che arriva. poi terra, qualcosa di animale [il cinghiale], qualcosa di fungino. piero nomina il brunello. mi pare giusto: un brunello forastico.

il messaggio finale, ammesso che ce ne sia solo uno, è affidato al ricordo di una visita a edmond vatan.
sul camino di casa aveva una serie di grandissime bottiglie. in piedi, chiuse. c’era un la tache del ’90, c’erano i vini di dagueneau.
– ma non li bevi?
– ma no, io bevo il vino.
“vi ricordate come vi magnetizzava l’odore della benzina del motorino? aprimmo una sua bottiglia del 1972. idrocarburo pieno. una irresistibile sensazione di attrazione”.

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il vino non si spiega – boca.

la prima volta che ho sentito nominare il boca fu a un corso. c’era un tizio, con una gran panza e una gran giacca blu, che giurava che esistesse un vino chiamato boca, prodotto nei dintorni di una città chiamata boca. in piemonte. boca, secondo quel tizio, stava in piemonte. fino a quel giorno avevo creduto che boca fosse una squadra di calcio di un quartiere di buenos aires. invece il boca esisteva davvero. è un vino della famiglia dei nebbioli, come altri che si fanno nel nord del piemonte, con l’aggiunta decisiva della vespolina.

la prima volta che assaggiai il boca fu ad una degustazione. l’ultimo calice della giornata, prima di essere sbattuti fuori per oltrepassati limiti di tempo, sarebbe dovuto essere un lessona. finendolo mi sentii dire ad un amico: “alla fine non abbiamo assaggiato il boca”. l’unico produttore di boca presente quel giorno era christoph kunzli, con la sua azienda le piane. e se il mio amico, quello con cui parlavo, stava alla mia destra, christoph era alla mia sinistra, anche lui con un bicchiere di quello stesso lessona in mano. ci portò al suo banchetto e ci versò il boca 2001.
l’amore sboccia così, quando non lo stai cercando.

la prima volta che sono stato a boca c’era il sole. christoph ci mostrò le vigne con il suo vecchio e rigidissimo fuoristrada e poi ci portò in cantina. da quella volta a boca sono tornato spesso, da solo o in compagnia. è uno dei miei luoghi, ognuno ha i suoi. è dove vado per stare in pace. eppoi lì i telefoni prendono poco.

l’ultima volta che sono stato a boca, l’anno scorso, le vendemmie erano quasi terminate.

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con christoph siamo andati a cascina montalbano, una piccola tenuta vinicola che sta in una vecchia fortezza del quattrocento. qui fa tutto alessandro cancelliere, dalla vigna alla cantina. alessandro è un ragazzo timido ed energico, che gira con un cane lupo grosso così che non sta fermo mai e non sta zitto mai e, insomma, ce la siamo abbastanza fatta sotto. ci ha fatto assaggiare [alessandro, non il lupo] il boca 2011, ancora in botte. ha tannino molto presente, ma non è privo di eleganza. è un vino molto diverso dagli altri boca che conoscevo, proprio per la coesistenza, come su piani paralleli, di durezza e finezza.

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perché una terra in grado di produrre questo vino è ignota ai più? alessandro dice che è una questione di credibilità. “non è un vino facile”.

con il boom economico del secondo dopoguerra le terre furono progressivamente abbandonate. boca sta a distanza comoda sia da torino che da milano e lavorare in fabbrica consentiva un reddito più sicuro, un’esistenza meno dura. da queste parti d’inverno fa freddo e la terra non è generosa.
andando per boschi non è difficile scoprire le tracce degli antichi terrazzamenti. esistono foto degli anni ’50 che mostrano un’altra langa. in langa un tempo c’era la proprietà feudale, mentre qui, in bocalandia, c’erano tanti piccoli appezzamenti. oggi, quasi estinti i contadini, la vince il bosco. eppure qualcosa sta cambiando.
a boca è successa una cosa che sembrava impossibile a queste latitudini: i vignaioli si aiutano.
sono ancora pochi, ma hanno capito che il boca è un vino unico, sebbene abbia tante facce. hanno capito che per farlo conoscere l’unione diventa forza. che se il mercato apprezza il vino di un produttore, questo aprirà la strada anche agli altri.

tornati a le piane, ci sediamo attorno a un tavolo. arrivano elena conti, silvia barbaglia e davide carlone. con christoph sono quattro produttori, quattro interpretazioni diverse.

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christoph.
“ogni grande vino è un caso”, se fai tutto secondo le regole il vino uscirà perfetto e banale. christoph è un fautore di una vinificazione poco interventista [“una follatura al giorno e non negli ultimi giorni”], ha un approccio deciso ma soffice. il boca, dice, ha carattere simile a quello del gattinara. ma se quest’ultimo è più duro, ferroso, il boca nasce su terreni vulcanici, con porfidi friabili che consentono alle radici della vite di andare più in profondità. eppoi c’è la vespolina, un grande vitigno, molto più speziato della barbera, perfetto per i blend, meno adatto ad essere vinificato da solo.

elena.
il boca è un vino di grande finezza.

silvia.
il contadino di queste zone vinificava per il proprio consumo. se chiedevi a un contadino dove fosse la terra migliore, ti avrebbe indicato la sua. a tanti piccoli appezzamenti corrispondevano tante vinificazioni differenti. c’era il rischio di grandinate che rovinassero il raccolto unito al richiamo, forte, dell’industria.

elena.
manca l’orgoglio di essere di qui per ritornare a lavorare la terra. oggi domina il bosco: “il bosco rappresenta le persone del posto”.

silvia.
stare qui è una filosofia di vita. è duro ma è bello.

davide.
mio nonno non avrebbe mai fatto un altro lavoro, ma ai nipoti diceva sempre di non diventare contadini.

silvia.
già, amore e odio.

davide.
non siamo più i contadini di una volta, che si alzavano alle quattro del mattino e portavano il letame a spalla, nelle gerle, fino in cima alla collina, dove stava la vigna. quelli che poi, tornando giù a prenderne ancora, riempivano quelle stesse gerle di fascine per non fare il viaggio a vuoto. tre viaggi al mattino, tre viaggi al pomeriggio. un lavoro massacrante.

elena.
qui si dice che la vita è come la vigna. purtroppo oggi abbiamo tanti aspetti del nostro lavoro, ad esempio la parte commerciale o quella amministrativa che ci tengono lontani dalla vigna. sono tutte distrazioni che, tenendoci lontani, rendono più difficile capirla.

silvia.
nel male dell’abbandono della terra per la fabbrica, qui non c’è stata l’invasione della chimica, i terreni sono restati vergini.

christoph.
ed è rimasta anche la maggiorina [la classica coltivazione delle viti di queste parti, con tre piante intrecciate in quattro bracci], che “è come un museo”.

silvia.
anche ripiantare le viti che non ci sono più è complicato. tagliare il bosco dove prima c’era una vigna implica una autorizzazione della commissione edilizia: è considerato “movimento terra”.

davide.
un anno per piantare una vigna nuova, per avere le autorizzazioni. nessuno ti rilascia l’autorizzazione solo per non prendere posizione su niente. si rimbalzano le responsabilità pur di non assumersele.

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elena.
il boca 2010 è come un acquerello, leggiadro, con dettagli molto ben definiti in miniatura. ci deve essere una scintilla, qualcosa di unico che lo identifichi, magari non preciso, proprio come per una persona. non è un vino che si concede facilmente, devi avere la pazienza di andarlo a cercare. non è un vino per tutti. è un percorso. ma chi è appassionato di nebbiolo, che di solito parte da gattinara e ghemme, prima o poi arriva.

silvia.
il boca 2010 è frutto delle differenze tra me e mio padre, io passionale e lui molto tecnico. ne è venuto fuori un vino fine nei profumi dove la vespolina è valorizzata.
il boca si connota per il connubio tra nebbiolo e vespolina. quest’ultima deve essere presente tra il 10 e il 30%. è la vespolina che fa da spalla al nebbiolo, che è invece l’anima femminile del vino, sono le spezie a dare la forma.

christoph.
l’eleganza che sposa la forza, la leggerezza si sposa con la drammaticità, il tutto incarnato da questo sentore etereo che viene fuori.

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davide.
sono molto più appassionato di vigna che di vino. il vino mi deve ricordare quello che si faceva una volta, che mi mette anche malinconia, ripensando alla fatica che si faceva. mi fa pensare alla musica napoletana: vulcano e dramma.

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viene fuori una cosa buffa. ed è che il disciplinare del boca prevede la presenza di terreni morenici. che a boca, però, non ci sono. qui c’era la caldera di un antico vulcano, di morenico non c’è nulla. terreni vulcanici, dunque, in questa zona come in una parte della vicina zona del bramaterra. il boca, che ha pure visto nella sua storia di DOC una correzione nel disciplinare di produzione, è un vino che sta fuori dal suo stesso disciplinare.

intanto si assaggia.

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più frutto nel boca conti, più fiori in quello di barbaglia [entrambi 2010]. barbaglia è più setoso, mentre conti in bocca vibra di più. qui, tra un lampone e una ciliegia si sente la forma del nebbiolo.
sempre 2010 il boca di le piane, che è una sinfonia di pompelmo, arancia rossa e pietra. bevibilità notevole già adesso.
di carlone assaggiamo il 2011. è più rustico, se così posso dire, con una bella polpa e, in più una sorprendente balsamicità. secondo christoph questa dipende dall’annata.

poi il plinius I, sempre di le piane, figlio di un’annata strana. una vasca era partita con una fermentazione a temperatura elevata ed eccolo qui: “il vino non si spiega”. ne è venuto fuori un maggiore estratto, che suggeriva e richiedeva un più lungo invecchiamento. per ora è l’unica annata. non è un vero boca, per via della minima quota di vespolina, che pure è importante nel definirlo.

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poi elena stappa una bottiglia del boca 1987. naso estremamente complesso di funghi secchi, sottobosco autunnale, terra, carne, frutti rossi essiccati, timo, ortica. il vino muta di continuo nel bicchiere, le note si susseguono e i frutti rossi si rivestono di un’aura candita. in bocca ha grande freschezza e sorprendente vitalità, con una vena sapida tutt’altro che estinta.

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nebbiolo e pinot nero con l’evoluzione tendono a farsi parenti, assumendo a volte alcuni tratti in comune. mettici, poi, la speziatura propria della vespolina e la parentela si accentua. così il boca può fare venire in mente alcuni rossi di borgogna: quando uscì il 2008 di le piane, per dirne uno, subito pensai a uno gevrey-chambertin.

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[cucù].

domande tra milano, genova e piacenza – sorgentedelvino live 2016.

piacenza, interno giorno.
due maschi della specie di una certa dimensione corporea si incontrano dopo un paio di mesi.
– toh, chi si vede. sei venuto anche tu ad assaggiare aceti?
– sì, ma finora mi è andata male: nemmeno uno.

andare a una fiera del vino da solo comporta il minus del viaggio senza verbo proferire e un duplice plus: avere tempo per mettere ordine nell’archivio dei pensieri della settimana e, una volta giunto a destinazione, potere scegliere cosa assaggiare in autarchia [vabbeh, facciamo autonomia]. che nel mio caso significa sopratutto quello che non conosco.
mi avvicino ai banchi dei produttori di cui ho sentito parlare e di quelli mai coverti ma che sorridono. chi sorride, come ripeteva sempre mia nonna, probabilmente ha fatto un vino buono.
sorgente del vino live 2016 è la mia terza manifestazioni di vino naturale dell’anno, dopo un evento milanese organizzato da tre distribuzioni e vinnatur a genova.
alle fiere di vino naturale vado ogni volta che posso, sono le più stimolanti. mi incuriosiscono le motivazioni dietro le scelte e le filosofie, mentre non mi interesso delle certificazioni dei vini, delle etichette, del marchio. quello che conta è il contenuto ed io bevo tutto quello che mi piace. nella speranza che sia il più sano possibile. qui tralascerò di parlare dei danni alla salute da pesticidi & co., che pure sono da considerare.
in italia negli anni i movimenti dei vignaioli cosiddetti naturali sono cresciuti, in numero e qualità. chi li guardava con distacco o con sarcasmo si è trovato a fare i conti con una realtà che si è ritagliata uno spazio consistente nel mercato. qualche grosso produttore si è convertito alla biodinamica, qualcun altro ha deciso di evitare l’impiego di prodotti di sintesi, qualcuno ha già ottenuto la certificazione biologica. non è dato sapere quando queste scelte dipendano da effettive convinzioni o dal richiamo del citato mercato. forse non è così importante.

spesso i vini naturali che beviamo si presentano con caratteristiche sensoriali diverse da quelle degli altri. perché sono prodotti da piccole aziende tecnologicamente arretrate? che non hanno fatto ricorso a scorciatoie o ad aggiustamenti in cantina per rendere uniforme il lavoro in annate anche molto diverse tra loro? i motivi possono essere molti. la vendemmia è un momento solenne. capita una sola volta l’anno ed è allora che chi fa il vino deve prendere decisioni non reversibili. e deve farlo in fretta. gli errori, quando non si può controllare tutto [quando si decide di non controllare tutto], sono possibili, anche comprensibili.
di recente ho letto qualche idea interessante sulla necessità di diversificare l’approccio alla degustazione. la cosa ha un fondamento, ma mi riesce difficile immaginare una valutazione del vino, finché di valutazione si parla, che proceda su binari diversi da quelli ordinari. a meno di non partire dichiarando preventivamente il livello di naturalità di quanto abbiamo nel bicchiere, per separare da subito i piani. questa sarebbe la fine della degustazione alla cieca e rischierebbe di portare all’accettazione acritica di molti di quelli che oggi sono considerati difetti. no, non sono convinto.
non sono un fan del brett, non mi piace il cartonato del ridotto, sono scettico sugli effetti benefici delle rifermentazioni [involontarie] in bottiglia, non amo particolarmente l’acetica. e tuttavia sono un degustatore ecumenico e nulla temo, nemmeno la malefica solforosa, nemmeno i malnati lieviti selezionati.

chi fa il vino naturale [spesso] mette sé stesso su un piedistallo etico, chi fa il vino industriale [spesso] mette sé stesso su un piedistallo qualitativo. ma è davvero così?
i primi prodotti chimici per l’agricoltura sono della metà dell”800, ed erano fertilizzanti del terreno, i diserbanti sono comparsi solo intorno alla seconda guerra mondiale. il che significa che un’idea di vino naturale, magari non etica ma pragmatica o imposta dalle circostanze, c’è sempre stata fino, e vado a spanne, agli anni ’70-’80.
una decina di giorni fa ho bevuto un vino rosso del 1985, mas de daumas gassac. ne parlava nossiter in mondovino. confesso che lì per lì non me lo ricordavo, non conoscere il francese mi fa vivere in una perenne confusione di nomi. eppoi invecchio. il vino buono, invece, evolve. stappato e lasciato nel bicchiere, si è presto sbarazzato del tipico sentore di madia della zia palmina che hanno i liquidi lasciati senza luce né aria per trentanni, ha ricominciato a respirare, perdendo lentamente la sua ritrosia, ritrovando le sue identità di frutto, di freschezza e di sapore ed è diventato un gran vino. ma grande davvero. [si può ancora usare l’aggettivo grande?].
ecco, mas de daumas gassac è un vino naturale ante litteram.
eppure non puzza. ha gusto, ampiezza, lunghezza, dinamica in bocca. tutti parametri che possono essere esaminati e valutati con gli strumenti della degustazione classica. è un vino fatto benissimo che, per durare trentanni, deve avere avuto come punto di partenza un’uva sana. oltre al mas, esistono altri vini naturali di grandissima qualità. i primi che mi vengono in mente sono, guarda caso, francesi. come spesso fanno, i francesi sono partiti prima, mentre la passione per i vini naturali da noi è arrivata più tardi. ma che si parta prima o che si arrivi dopo, quello che conta è che è possibile fare un vino buono e pulito e pure fine o persino grande senza ricorrere ad aiuti chimici.
non demonizzo chi la chimica usa, a patto che non esageri. le prospettive, di corsa, non sono solo due, naturale e non naturale, ma sono moltissime. ci si imbatte in chi è intransigente, in chi preferisce percorrere una strada autonoma, in chi usa il cornoletame  e in chi ritiene che la biodinamica sia una fesseria pagana, in chi è naturale con eccezioni. c’è di tutto.
mi diceva un produttore di una certa reputazione, un paio di anni fa, che lui in cantina non aggiunge nulla e in vigna usa solo rame e zolfo. ma se la pianta si ammala prova a salvarla, anche con qualche “medicamento”.
un altro mi disse, invece, che quella pianta lì, quella che mi stava indicando, aveva preso l’oidio. chiestogli cosa intendesse fare, mi rispose: nulla. se guarisce bene, se invece muore ne pianterò un’altra.
sono prospettive diverse, entrambe dialetticamente sostenibili.
ho detto dialetticamente non a caso. non credo che questi siano argomenti su cui si debba urlare. piuttosto confrontarsi. la verità assoluta esiste solo in matematica e anche lì ci sono i numeri complessi.

tornando da piacenza, l’impressione è che quella che per molti in principio era una moda o una dichiarazione di intenti [voglio fare un vino sano] stia producendo delle vocazioni. sì, ho detto proprio vocazioni. il vino, naturale o biologico o biodinamico o costruito in laboratorio, bisogna prima di tutto saperlo fare. farlo senza aiuti esterni, senza correzioni, è necessariamente più difficile. sperando di non somigliare troppo alla maestrina dalla penna rossa, dirò che molti stanno imparando, chi era già bravino l’anno scorso o due anni fa oggi pare ulteriormente migliorato, il numero dei vini che una degustazione tradizionale definirebbe difettosi si è ridotto. [ops]. e aggiungo una piccola considerazione pragmatica: è cosa buona e giusta che i difetti di un vino siano ridotti al minimo perché non tutti i ristoratori, che quel vino devono comperare e vendere, sono contenti di vedersi mandare indietro le bottiglie dai tavoli o sono disposti a correre il rischio.
l’annata 2014 è esemplare in tale senso. in alcune regioni è stata climatologicamente un disastro, eppure ho incontrato parecchi interpreti interessanti che hanno superato le difficoltà senza correttivi da cantina. ne nomino uno, daniele portinari. il suo tai rosso 2014 rispecchia fedelmente l’annata. mostra i problemi incontrati e ne esce vincitore, mantenendo aderenza al vitigno con una leggerezza inaspettata. non sarà magari vino da lungo invecchiamento, ma avercene.
anche i bianchi macerati, tipologia difficile e spesso abusata, sembrano in miglioramento, con una maggiore attenzione al vitigno e alla finezza del prodotto finale.
ovvio, potrei anche essere stato fortunato io, ad incrociare vini per lo più buoni. merito della regola del sorriso? troppo semplice. è più probabile che ci siano tanti vignaioli naturali bravi.
come da dichiarazione programmatica di un sito internet che leggo sovente, un altro vino è possibile. ma il vino naturale: è davvero un altro vino?

[dice: ma per sostenere che non ci si deve accontentare, che non basta che il vino sia sano, che si deve tendere all’obiettivo di fare un vino naturale che sia anche fine e/o elegante, serviva tutto ‘sto pippone? non sarebbe stato sufficiente scrivere due righe?
dico: lo sarebbe stato].

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dei vini di massimiliano d’addario [marina palusci] cito il pecorino plenus, con un apprezzamento che è anche nota di merito per la scelta di utilizzare il tappo a vite. qualcuno deve pure cominciare.
qualche perplessità, la verità, ho avuto su un trebbiano macerato, formato magnum e tappo a corona. ma in giro lo dicono eccezionale, per cui evidentemente sono io che ancora non capisco. a live wine lo riassaggio, se mi passa il raffreddore.

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denuncio il fatto che daniele ricci mi ha messo a vendere il timorasso. non me la sono cavata male solo perché i suoi timorasso si vendono da soli. sì, lo so, non sono credibile, daniele è un amico. posso solo suggerire di assaggiare i suoi vini, apprezzando la diversità delle annate e cercando di capire o immaginare quanto somiglino a chi li ha fatti.

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anna di cascina boccia, o dell’incontrare chi si conosce solo a mezzo internet. il che è buffo. già faccio fatica a riconoscere persone nei luoghi dove non mi aspetto di incontrarle, con corollario di figure di menta fritta assortite, per cui figuriamoci cosa capita con chi non ho mai visto dal vivo. a volte, quando mi imbatto in una faccia che mi ricorda qualcuno conosciuto sull’internet, mi freno dal salutare, ché chissà se poi è davvero lui/lei, chissà se si ricorda, se mi riconosce.
anna sta nell’ovadese e i suoi vini sono fatti bene, tradizionali, buoni. e con prezzi contenuti, il che non guasta mai. a milano, sponda live wine, dovrebbero esserci.

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vabbeh, da rocco di carpeneto ero passato solo per salutare. poi uno si mette a chiacchierare e assaggia di nuovo.
conosco i loro vini da un anno, provati più volte, e molto mi piacciono. sono centrati su un frutto che non ha nulla di statico, sfrontati, diretti, energici eppure amichevoli. e hanno nomi che non si dimenticano, come rataraura, la barbera pipistrella. l’ovadese è una zona che sta vivendo una stagione di riscoperta, al grido di ovada revolution. qui lidia e paolo portano avanti un loro personale discorso di territorio che unisce tradizione e modernità.

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da marilena barbera ci si sveglia con il sole, che filtra dalle tende insieme al profumo di salsedine. si fa colazione con un rosato di nero d’avola, ché il caffelatte è roba da nordisti, e poi, a metà mattina, un bicchiere di inzolia con le arancine [femmine, per carità!], due dita di grillo a pranzo, il tonno alla piastra con le arance a fare da contorno. e ancora nero d’avola, il pane con la meusa, un bicchiere di perricone, il catarratto semi-passito, una fetta di cassata. appena svegli ed è già ora di andare a dormire.
in attesa di sapere cosa ne sarà del vino perpetuo [non credevo, mea culpa, si facesse anche a menfi], mi colpisce la decisione, l’idea, di fare un vino come una volta lo facevano i contadini, quando non c’era corrente elettrica, la tecnologia era un bastone di legno e si poteva contare solo sulle proprie forze. da uva zibibbo di una piccola vigna, vinificata secca, nasce un vino simbolico che si chiama, simbolicamente, ammàno.

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antonio cascarano [camerlengo] è vulcanico come le terre del vulture, perfino lavico. sorride, ride, racconta, parla, gesticola, non si ferma mai. io, che di una defunta associazione fui gran camerlengo, non potevo non andare a conoscerlo.

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viviana malafarina, ancora vulture [basilisco]. per motivi anche affettivi conosco meglio l’aglianico campano e il suo fratello maggiore, il taurasi. la mia minima cultura sui vini della basilicata nasce da antiche degustazioni per le quali sono riconoscente a davide, compagno di corsi ais e appassionato del vulture. gli aglianico di basilisco, rispetto ad alcuni di quei lontani assaggi, mi sembrano più liberi dalle catene dell’alcol e/o del legno, dotati di grazia e bellezza senza rinunciare alla loro forza.

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case corini e la maliosa: ecco, altri che sorridono. piemontesi e toscani, rossi i primi [di nebbiolo e barbera], bianchi i secondi [trebbiano, procanico e nommiricordoppiù].
a proposito di quanto dicevo sopra, a volere fare una degustazione valutativa classica qui i difetti ci sono. eppure i vini si bevono con golosità, non lasciano indifferenti e c’è questo nebbiolo, per il quale non ho termini di paragone, che mi ritorna in testa. e ancora. e ancora. vai a capire.

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il territorio pisano non ha grande fama. incontro fabrizio, titolare di la mercareccia, dove produce ottimi rossi. l’impressione immediata è di uno con cui è piacevole andare a cena per chiacchierare sulla qualunque. ha una bella faccia, i modi garbati e pure un bel maglione.
se comincio una cosa la finisco, mi dice. e aggiunge: sto vivendo la mia terza vita.
a me lo dice, che ancora devo finire la prima.

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quando su facebook ho visto una foto scattata dal buon vittorio rusinà, che era stato a piacenza il giorno prima di me, mi è presa la curiosità di assaggiare i vini di podere orto.
che bella famiglia, quella che se ne sta a due passi da un trivio che divide il lazio dalla toscana e dall’umbria. che si divide i compiti, anche dialettici, tra marito e moglie che si prendono in giro e mi danno quell’impressione di casa, di calore, di affetto.
vini molto buoni, bianchi e rossi da uve tipiche delle tre regioni confinanti. anche loro dovrebbero essere a livewine.

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in incognito, con il viso celato da un grosso paio di occhiali da sole. a piacenza si poteva incontrare anche un ineffabile badante. si aggirava tra i banchi di assaggio, impugnando l’inseparabile calice da nebbiolo portato da casa, in attesa che il badato finisse di parlare.
evento che si verifica solo nella fase r.e.m.