Non riconosco le facce. Un po’ dipende dalla vista, che non è più quella di una volta [ah, quando ero giovane], un po’ dipende dalla memoria [bh, quando ero giovane] e un terzo po’ dipende da una condizione comune a molti e che per fortuna nel mio caso è abbastanza lieve: la prosopagnosia.
È un deficit cognitivo a causa del quale il cervello fatica a riconoscere le persone fuori dal loro ambiente di riferimento abituale. Ne soffriamo un po’ tutti, come quando incontriamo al mare il dentista o la cassiera del supermercato sotto casa e impieghiamo un certo tempo a focalizzare: dove l’ho già visto/a?
Un mio amico una volta incontrò per caso sua madre in autogrill, di ritorno dalle ferie, e non la riconobbe. Non sono a questi livelli ma mi capita di non riconoscere subito le persone. Fuori dall’internet sopratutto. Per cui se qualcuno non riconosce me non mi offendo.
Sabato a Torino Beve Bene ad un certo punto ho incrociato con lo sguardo Silvio Moriondo, produttore del Monferrato. Eravamo a diversi metri di distanza e ho visto che mi stava guardando. Ci siamo scambiati un cenno di saluto e sempre a gesti abbiamo concordato di vederci in un imprecisato dopo. Il dopo è diventato l’ora di chiusura e così, mentre ero all’uscita a scambiare due parole con il buon Vittorio, è sopraggiunto Silvio. Lo avevo conosciuto circa un anno fa al Molo di Lilith, in una serata di presentazione dei suoi vini. Mi si è piazzato davanti e mi ha detto, con la sua voce stentorea: “Ciao! Ma non ho mica capito tu chi cazzo sei! Però ti ho già visto!”

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TBB, quinta edizione, in una nuova e spaziosa sede. Dovrei fare il punto e sono in difficoltà. Perché il punto si mette alla fine e qui siamo solo all’inizio. Perché fare il punto sull’assaggio dei vini ha un senso solo se i campioni sono pochi e se si assaggia da seduti, perché sabato e domenica ho incontrato tanti amici, perché sono di parte e TBB è una manifestazione che mi sta a quore fin dall’inizio.
La sede di quest’anno è il parcheggio coperto adiacente al Giardino Roccioso, zona Parco del Valentino, Torino, 300 metri da dove lavoro, un chilometro e mezzo da casa mia. Comodissimo. Quello che serve alle manifestazioni sul vino è lo spazio e qui ce ne è in abbondanza. I vignaioli sono tanti, i banchi idem, eppure ci si muove agevolmente tra una corsia e l’altra, ci si può fermare a mangiare una trippa da passeggio dalle Cucchi o a fare capannello con gli amici senza intralciare il traffico umano. Sopratutto, con lo spazio spariscono le code ai banchi e la disposizione d’animo diventa buona anche per chi quel giorno ha i cazzi suoi.
[Nota per l’anno prossimo: prevedere dei posti a sedere. Niente di clamoroso, giusto un paio di panchine per noi anziani. Bocce e boccino li porto io].
Alle fiere del vino naturale o artigianale vado per le persone. Nonostante il vino, e posso assicurare che ne bevo e ne ho bevuto anche questa volta, il bello più bello sta nelle parole scambiate, nelle cazzate dette, nelle risate, nei sorrisi, negli abbracci. Non ho niente contro gli astemi, ognuno sceglie la sua strada. Tuttavia imho l’astemio si perde qualcosa. E non sto parlando di gusto. Sabato e pure domenica tutto si è svolto in un clima molto tranquillo, amichevole, come si conviene a un fine settimana baciato dal sole.
[Nota per l’anno prossimo numero due: avrei voluto vedere più ristoratori/enotecari. C’erano Laura e Alessandro di Settesì, c’era Mirko di Condividere e Mirko di Eragoffi, c’era Diego di Luogodivino, c’era Andrea di Rossorubino, Barbara e Davide di Beva, Marco di SmokingWineBar, Stefano di Gaudenzio, etc. Ma mancavano in tanti ché la domenica è giorno in cui si lavora].
Ho saltato quasi del tutto i banchetti delle distribuzioni, che pure erano parecchi e non li cito per tema di dimenticare qualcuno, privilegiando le visite ai produttori che non conoscevo o che vedo troppo di rado. Illuminante per me, come sempre, è stato parlare con Giulio Armani, presente con la sua azienda [Denavolo] e con un gruppetto di vignaioli/amici piacentini. Giulio rappresenta il vignaiolo naturale [su questo argomento conto di ritornare in un post futuro. Se mi ricordo] come deve essere, ovvero uno che prima studia enologia, impara le tecniche, e poi decide cosa fare delle conoscenze apprese, quali seguire e quali abbandonare. Non è obbligatorio essere d’accordo con lui come non è obbligatorio esserlo con nessuno. È invece utile confrontarsi e Giulio è una delle rare persone che non teme il confronto. Come se non bastasse, con lui si fanno anche un sacco di risate.

I vini che mi hanno colpito non sono necessariamente i migliori assaggi, intendendo l’aggettivo in un senso tecnico che qui funzionerebbe peggio che altrove. Sono alcuni [non tutti] di quelli che mi hanno fatto scattare una scintilla in testa. Per motivi imperscrutabili mi accorgo ora che sono per la maggior parte rossi.
Parto quindi dai rossi, da Trinchero [che ha portato anche il Vigna del Noce 2012. Vino esemplificativo di quando dicevo prima: è da tre bicchieri, cinque grappoli, otto sottobicchieri, ventordici tappi. Ma qui delle classifiche ce ne freghiamo]. Ho lasciato il quore alla barbera Barslina 2013. Non so se avete presente una ragazza sfrontata che  sale sugli alberi, si arrampica sui tetti, corre nei campi, salta giù dai fienili, vi spernacchia, scappa via e ha, quello va senza dire, i capelli rossi. Il quore, si sa, è uno zingaro.
Altro rosso: il merlot, vitigno che mi è sempre piaciuto. Mentre in Francia dà vita a vini di giusta fama [e spesso di alto prezzo], in Italia vive più che altro di interpretazioni facili quando non facilone, qui leggere e là marmellatesche. Ogni tanto per fortuna ci si imbatte in qualche vinificazione ben riuscita anche da noi. Ne ricordo una bellissima, da un clone particolare e quasi dimenticato di merlot dai grappoli spargoli, di Vignai da Duline. Altre due eccezioni erano a Torino, una piemontese e l’altra friulana [rectius: dei Colli Orientali, amichevolmente detti COF]. Tenuta Grillo ha portato il 2005 del suo Tornasole, mentre Le Due Terre aveva il suo Merlot 2016. Sono vini diversi frutto di interpretazioni e di territori diversi. Il primo più tannico e materico, il secondo più austero. Hanno in comune una solidità diretta, senza scorciatoie di morbidezza, e la capacità di esprimere la profondità del merlot. Avercene.
Da Ca’ del Prete, cantina in Pino d’Asti condotta da Luca Ferrero, ho bevuto una buona malvasia spumantizzata [con saldo di freisa], ma sopratutto una freisa come si deve, aderente alle caratteristiche migliori del vitigno. Si chiama Casot, l’annata è la 2016. La freisa, parente povera del nebbiolo, non se la calcola mai nessuno fuori dai confini dell’antico Regno di Sardegna. Peccato.
Sempre in Piemonte, a Vignale Monferrato, c’è Monfrà, una piccola azienda nata tre anni fa dedita a grignolino e barbera. Paolo e Sara sono ragazzi sorridenti che lavorano bene e, non guasta, i loro vini hanno etichette molto belle [credo siano disegnate da loro: in una vita precedente erano artisti]. Paolo, poi, essendo giovane e nigrocrinito può ancora permettersi di portare quei favoriti che io dovetti, ahimé, dismettere anni fa sostituendoli con una banale barba. A TBB avevano due annate del loro grignolino, il Panikos. La 2018, caratterizzata da maggiori estratto ed equilibrio, e la 2017, decisamente più anarchica. Siccome qui non facciamo né didattica né guide, è inutile che vi dica quale delle due ho preferito.
Altro rosso il Poggio Tura 2013. Questa volta siamo in Romagna, dal maestro Paolo Babini, clone di David Gilmour. Di Vigne dei Boschi, la cantina in questione, bevo sempre con piacere i bianchi, specialmente le due versioni di albana, il Monteré e in alcune annate il Persefone. Il sangiovese invece non mi aveva mai innamorato. Difetti a mia memoria non ne ha mai avuti, eppure lo trovavo troppo carico, troppo caldo, troppo troppo per il mio gusto. La 2013 invece regala un rosso mirabile, agile e speziato, sia lungo che largo, sia teso che seducente. La bevibilità mi sorprende, specie in un vino complesso come questo, aiutata senza dubbio anche da un alcol in controllo. Qualcuno potrebbe perfino azzardare paragoni con altri sangiovese fuori regione. Si sa che i romagnoli sono gente di quore ma non gli devi rompere i coglioni, quindi mi limito a dire bravo a Paolo, ché lo è.
Restando in Romagna c’era anche Rita a illuminare con il suo sorriso mezzo padiglione. La cantina per chi non lo sapesse si chiama Ancarani e il vino lo fa il marito di Rita, Claudio. Li seguo da un paio d’anni, con una curiosità che trova appagamento  sopratutto grazie al loro lavoro con i vitigni autoctoni [il centesimino, il famoso e l’albana]. Cito l’Indigeno, che pure già conoscevo. È il trebbiano di famiglia, come cita la controetichetta, un rifermentato [posso dire ancestrale?] che è un vino della condivisione. I rifermentati il più delle volte mi dicono poco. Alcuni, come questo, hanno invece la grazia della semplicità. Qualcuno ha definito l’indigeno come vino da nonsipuòdire, io lo chiamo vino da felicità.
Il termine ancestrale mi porta in Lombardia, zona dell’Oltrepo Pavese. Qui la famiglia Baruffaldi [Castello di Stefanago] persegue una via alla spumantizzazione del tutto personale. Oltre a un rifermentato tradizionale, a TBB presentavano quattro metodo classico che in etichetta riportavano anche l’aggettivo ancestrale. Giacomo con infinita pazienza mi ha spiegato che non utilizza alcuna liqueur, né in prima né in seconda fermentazione. L’uva, coltivata ad un’altitudine che arriva ai 500 metri slm, viene raccolta quando è ritenuta matura, ricca di zuccheri e non solo di acidità, ritardando sensibilmente la vendemmia rispetto alle altre aziende spumantistiche della zona. La prima fermentazione non prevede che il mosto vada a secco. Raffreddandolo si ottiene l’effetto di inibire temporanemante i lieviti e si procede quindi all’imbottigliamento. Chiusi nella loro prigione di vetro i lieviti ricominciano lentamente il loro lavoro suicida consumando tutto lo zucchero residuo. È chiaro per quanto detto che ogni vino prodotto sarà vino dell’annata, non esistono basi spumante. Alla fine si procede con la sboccatura e la tappatura tradizionale con sughero e gabbia di metallo. Senza aggiungere nulla a parte altro vino ove necessario a colmare le bottiglie. Una procedura del genere [per capirla ho dovuto attivare entrambi i miei neuroni], senza scorciatoie, richiede tanto lavoro e tanta precisione. Ammetto che temevo che i vini avessero una deficit di freschezza a causa delle modalità produttive adottate. L’assaggio mi ha smentito. Spumanti fatti bene, con bella verticalità, in special modo i rosé [detesto i rosé] che ho trovato dotati di maggiore complessità rispetto a quelli in bianco: segnalo un pinot nero con 60 mesi sui lieviti denominato Cruasé, annata 2013.
Restando sul metodo classico, se a Natale volessi abbinare un panettone buono ad un vino altrettanto buono, una mia possibile scelta sarebbe il Pensiero 2009 di Tenuta dei Fiori di Valter Bosticardo, l’ennesimo piemontese di questa piccola rassegna. Da uva moscato fermentata aggiungendo del passito [di moscato, di corsa]. Conservo nitido ricordo del Pensiero 1996, bevuto un anno fa, alla faccia di chi crede che il moscato non possa invecchiare. Quello aveva sviluppato note evolutive che lo rendevano vino meritevole di essere bevuto ma forse più da appassionati. Il 2009 è certo più immediato, eppure consente di scegliere se stapparlo subito o dimenticarlo dieci anni in cantina.

Sì, so cosa state pensando: hai recensito vini che sono quasi tutti piemontesi, quasi tutti di una stessa distribuzione.
Embè? Non lo ho fatto apposta, ma lo avevo detto che sono di parte.

[Due note a margine.
La prima per il cibo e per i formaggi selezionati da Filrouge. Il loro Beaufort d’alpeggio mi voleva talmente bene che ho dovuto portarne a casa oltre sei etti. Giovanni: i ragazzi sono persino più bravi di te.
La seconda per l’organizzazione. TBB è un evento che è nato al femminile e al femminile cresce. Noi maschi siamo felici comprimari per una volta e ce la scialiamo. Giulia, coadiuvata da Ilaria e da Giada e da un gruppo di lavoro affiatato e consolidato, ha fatto l’ennesimo miracolo. Lo ripeto. Torino non è Milano e non è Roma, qui è tutto più difficile. Servono eventi come questo, donne come queste, persone che lavorano insieme. Sempre prima le persone]