Scrivo perché quando scrivo sono lucido. Quando parlo sono meno lucido rispetto a quando scrivo. Credo sia una questione di età, di anni che passano, di naturale morìa neuronale. Quanto capita al corpo capita anche alla mente. Esprimere un pensiero a voce richiede una velocità di trasmissione cerebro-lingua che oramai funziona solo se devo sparare una cazzata. I ragionamenti risentono di questo rallentamento e le spiegazioni restano spesso confuse. Allora scrivo. Scrivendo ho più tempo per mettere ordine tra i miei pensieri affastellati. Non voglio immaginare cosa sarà di me fra dieci anni.

Scrivo anche in viaggio, anche in vacanza. Mi porto dietro un piccolo notes per segnarmi, alla sera, le cose viste o accadute, le parole dette e quelle ascoltate. Poi rielaboro tutto con l’aiuto della memoria: il ricordo, senza questo piccolo aiuto di inchiostro e carta e senza il sostegno delle fotografie scattate, rischierebbe di perdersi in un paio di giorni. Mi segno le cose insignificanti, che insignificanti non sono, quelle che è più facile che svaporino nella fretta dei giorni futuri. Quando ricopio gli appunti presi, li rimodello, come fossero pongo, per dargli la forma che meglio rappresenta la mia visione del mondo.

Scrivo quando sono nervoso. Scrivo quando sono malinconico. Scrivo quando sono triste. Scrivo quando sono felice. Scrivo quando sono medio. Scrivere è una medicina che non ha effetti collaterali. Scrivo per me stesso ma non posso negare che se qualcuno mi legge, fossero anche due sole persone, sono contento.

Scrivo, che ve lo dico a fare, quando bevo. Un tempo mi segnavo più che altro le impressioni ritratte dal vino, seguendo la formula della degustazione classica occhi-naso-bocca. Oggi lo faccio di rado. Più spesso mi limito a qualche tratto che mi faccia ricordare, fra un mese o un anno, quella certa sensazione provata.

Scrivo quando vado alle degustazioni. Prendere appunti è un buon modo per stare attenti, per rimanere concentrati. Rileggerli e ricomporli serve a capire e, perché no, riflettere.

Scrivo quando ho tempo e di tempo ne ho sempre meno. Scrivo come adesso, in pausa pranzo e non ho fame. Se mi avanzano dieci minuti magari mi metto a scrivere. Righe che di solito restano incompiute. Oppure scrivo perché all’improvviso sono stato colpito da un pensiero e lo devo fissare su carta [su schermo] prima di perderlo.

Scrivo sempre, scrivo ogni giorno. Per lavoro, certo, ché non mi occupo solo di numeri. Ma scrivo anche per comunicare via telefono o email o social. Se mi viene in mente una minchiata non mi posso trattenere, la devo scrivere. E se qualcuno si sente offeso è perché non ha capito che di minchiata trattasi.

Scrivo per discutere, sono un dialettico di formazione dialettica. Scrivere comporta il rischio di esporsi, di dire cose scomode o antipatiche o non condivisibili dalle temute maggioranze. Dire quello che si pensa può essere controproducente per il lavoro o la carriera. Me ne sono sempre infischiato, sopratutto in politica. Mi sono accorto abbastanza in fretta che la politica non è il mio posto: a fingere non sono capace. Sono un uomo libero: non sarò mai ricco e dirò sempre quello che penso.

Scrivo. Per ricordarmi chi sono e per saperlo. Per ridurre il rischio di cedere all’impulsività, per non essere aggressivo. Vedere le parole davanti a me e riconoscerle mi aiuta a chiarire i concetti prima di comunicarli. Mi aiuta a correggerli quando serve. Aggiungere o levare [il più delle volte è levare]. Mi aiuta a litigare il meno possibile. Scrivere mi aiuta a restare umano.

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