[Dice Giorgio: “Giovanna ama sognare e rischiare. Io sono la parte più razionale della coppia. Vivere con lei comporta la necessità di riportarla con i piedi per terra. Ma senza i suoi sogni, va detto, certi risultati non si sarebbero raggiunti”]

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“Gli inizi del movimento del vino naturale furono un periodo di grande fermento, molto particolare. Si unirono persone di territori diversissimi. Gli agricoltori hanno di norma una prospettiva individualistica molto forte, ma improvvisamente in tanti avvertirono una vera e propria necessità di rompere con il passato. Ricordo la prima volta che io e Baldo Cappellano andammo da Stefano Bellotti e lui ci fece vedere la dinamizzazione biodinamica. Ricordo la faccia di Baldo: un piemontese che si trovava di fronte a una cosa del genere. Poi arrivarono i friulani, che vivevano una situazione di maggiore povertà. Molti, come Stanko Radikon, che aveva un’officina meccanica, facevano altri lavori. Figli di contadini, coltivavano anche la vigna. Loro malgrado, nostro malgrado, si sono creati dei miti. Probabilmente è capitato per via dell’influenza dei giornalisti che si sono interessati a noi. Ma io dai miti rifuggo e non mi sento per niente un mito.
Il movimento naturale ha una storia molto recente, non si può parlare di vera tradizione, la tradizione è ben altro. E in più adesso c’è anche la natura che negli ultimi tempi ci prende in giro.

Il settore del vino è uno dei pochi in agricoltura nei quali si può campare bene. Però non mi piace l’improvvisazione che vedo spesso. Ho studiato enologia e ho anche la mia esperienza. Posso mettere tutte queste cose a disposizione dei giovani. Non c’è una vera contrapposizione tra tecnologia e lavoro naturale. Bisogna portare più informazioni possibili all’interno della scienza classica, che è importantissima, aumentando le conoscenze.
Negli anni ’70 il Chianti era molto diverso da oggi. C’erano i muretti a secco, che servivano a contenere e trattenere il terreno, c’era il grano, le viti erano maritate agli alberi più grandi. Poi sono arrivati i giornalisti, che hanno avuto grande influenza nell’indirizzare l’evoluzione del territorio, e con loro sono arrivati gli imprenditori, che hanno comperato i terreni e impiantato aziende sempre più grandi. Per un imprenditore è più facile cambiare vitigni, estirpare il sangiovese e piantare merlot, andare dietro al mercato. Il contadino opporrà maggiore resistenza. Continuerà a fare il suo sangiovese rustico, mentre l’imprenditore lo ingentilirà con un saldo di merlot assecondando il gusto internazionale. Io non sono di quelli che si lamentano per la conversione al biologico delle grandi aziende. Anzi, sono contenta quando smettono di diserbare, di usare insetticidi. Non importa se lo fanno solo per motivi economici, conta che lo facciano.

Il nostro podere conta cinque ettari vitati, quasi tutti a sangiovese e un po’ di mammolo, colorino e altre uve autoctone. Il monovitigno non c’è mai stato in Chianti. In natura non esiste l’unicità. La variabilità consente di sopravvivere e di attenuare i difetti. Pensate alla nostra zona, che dà vini acidi, tesi: le altre uve contribuiscono ad ammorbidire la ruvidità del sangiovese.
Le mie piante sono allevate ad alberello. Un po’ per una visione romantica mia, che voglio ridare dignità di albero a una pianta di norma considerata solo per i suoi frutti, e un po’ perché le viti ad alberello vivono di più e producono più a lungo. Pensate alle vigne centenarie che ci sono in Sicilia o in Grecia, in Spagna. Alla vite piace espandersi alla ricerca della luce e con l’alberello può farlo. Il rovescio della medaglia è che la lavorazione è più faticosa. Va fatto quasi tutto manualmente.
Vengo da famiglia contadina e ho studiato con un enologo bravissimo. Ma volevo fare un vino che fosse mio. Ho seguito la mia strada e così nacque Le Trame. All’inizio era l’unico vino che producevo. Le uve che non ritenevo adatte a finire nel Le Trame le usavo per il vino da vendere sfuso. Poi, a forza di persone e amici che venivano ad assaggiarlo e che mi dicevano che era un peccato non imbottigliare anche quelle partite, mi decisi. Nacque il 5, dal voto che davo alle uve per me non abbastanza buone per fare il Le Trame.
Il 5 del 2015 è frutto di una unica vigna. E’ una vigna pietrosa che mi piaceva tanto. Quando la piantai ero convinta che mi avrebbe dato molto. Invece non ha mantenuto le promesse, i vini che vengono da lì per me mancano sempre di qualcosa.

Il 2011 fu la prima annata veramente anomala dal punto di vista climatico. Caldo ad agosto, con molto vento. Alcuni grappoli appassirono ed ebbi la tentazione di non fare il vino. Per fortuna invece lo feci. Il bello di essere artigiani è che serve la creatività. Ci sarà sempre differenza tra un artigiano, tra il contadino che sta ogni giorno nella sua vigna, che la conosce, che affronta i problemi e le difficoltà mano a mano che si presentano, e una azienda, che pensa e lavora in grande. Quella volta ci inventammo una selezione delle uve fatta in vigna. Fu una vendemmia molto divertente.
Fino al 2010 Le Trame stava nella DOCG Chianti Classico. Quasi ogni anno in commissione DOCG lo respingevano, dichiarandolo rivedibile sopratutto per via dei sentori di brett. Quando capitava, risolvevo inviando dei nuovi campioni ai quali avevo aggiunto della solforosa. In quel 2011 il brett era particolarmente intenso ed ero quasi certa che me lo avrebbero respinto al primo tentativo. E infatti lo dichiararono rivedibile. Questa volta però decisi di non usare il trucco della solforosa e inviai i nuovi campioni identici a quelli della prima volta. La mia intenzione era di mantenere identità al mio vino, anche se il rischio era grosso. Ovviamente il vino fu bocciato con la motivazione di anomalia olfattiva e da allora è IGT.
Il brett è diventato il nemico numero uno degli enologi. Oggi i vini vengono definiti sulla base di soglie di percezione, non si considera più il vino nella sua complessità e nella sua interezza. Secondo me il brett, se non è eccessivo, può essere anche piacevole. Ci sono molti grandi vini, specie in Francia, che hanno sentori brettati. Così decisi di andare avanti, rinunciando a una denominazione cui tenevo molto. Per me la DOCG ha valore non solo storico ma proprio sentimentale. Quando una denominazione non è aperta alle differenze, che pure ci sono al suo interno, quando non ti tutela più, rimanervi dentro non ha più senso. Avvisai i clienti e i distributori che il 2011 era stato declassato a IGT e tutti mi dissero: finalmente! Il che per me fu un dolore doppio.
I brettanomyces sono lieviti presenti in molte cantine. Fanno parte, insieme ad altre famiglie di lieviti, del “patrimonio” di una cantina. Non faccio la guerra al brett come invece fa l’enologia classica. Ma non posso nemmeno accettare che ci sia abitui al brett. Non è solo sciatteria, è prendere una scorciatoia e le scorciatoie in questo mestiere non portano da nessuna parte.
La 2013 fu un’annata con poca produzione. Me lo aspettavo, perché l’annata precedente, la 2012, era stata molto siccitosa e le piante, quando subiscono uno stress, decidono di proteggersi anche producendo meno nell’annata successiva.
Per me i Le Trame precedenti al 2011, ad esempio le annate 2004 e 2005 ma sopratutto la 2009, erano più complessi, più serrati, più contenuti, più materici. Amo Le Trame quando è nervoso e da un po’ non lo sento più nervoso come era allora. Questo è probabilmente dovuto al clima ma pure al fatto che abbiamo cambiato in parte il modo di lavorare in vigna, ad esempio utilizzando maggiormente il compost.

Giulio Gambelli era un uomo gentile. E’ la persona che ha fatto di più per il Chianti Classico, prima, e per il Brunello, dopo. E’ l’artefice di tutti i vini di Soldera. Non aveva studiato, tanto che una volta l’Assoenologi lo denunciò perché qualcuno lo chiamava enologo senza che avesse il titolo. Era sordo dalla nascita e forse per questo aveva sviluppato un naso incredibile. Era anche un grande cacciatore, il che gli consentiva di conoscere benissimo tutta la campagna. Se assaggiava un vino, anche alla cieca, sapeva raccontartelo inserito nel territorio, dicendo che vicino a quella vigna c’era una ginestra o un roveto, cose così. Non aveva strumenti tecnici, la sua conoscenza enologica era basica, ma disponeva di una memoria incredibile che utilizzava nel suo lavoro. Parlava di sé in terza persona, cosa che mi divertiva tanto. Per me lui era il Mago. Arrivava da noi con la sua R4 e il suo cane, uno spinone. Non a caso io poi ebbi una R4 e il mio primo cane fu uno spinone. Aveva un modo affascinante e gentile di descrivere il vino. Io ero bambina e lui mi faceva sentire il vino dal calice e mi chiedeva cosa ne pensassi. E’ il mio iniziatore al vino, colui che da bambina mi iniziò al vino.

Beppe Rinaldi è un amico. Una persona con la quale ho condiviso un pezzo di strada. Un uomo inquieto, che sapeva che il vino è uno strumento di comunicazione. Per lui come per me il vino è strumento relazionale, con la differenza che Beppe viveva il suo territorio pure in senso sociale, molto più di quanto non faccia io. Era più curioso e più attratto di me dalla storia del territorio.

Vini Veri rappresenta l’incontro con persone, anche molto diverse da me, che sono subito state famiglia. L’agricoltore è sempre un individualista, mentre Vini Veri era un progetto di insieme. Ora io e Giorgio ne siamo usciti perché non ci vedevamo più un senso. Ci sembra che attraversi un momento di staticità e di autorefernzialità. Ha perso la forza propulsiva che aveva all’inizio, ma può riacquistarla. Io lo spero tanto.

Il rischio del vino naturale è nascondere l’improvvisazione. L’improvvisazione è bella, è divertente, ma non può sostituire la conoscenza. Le scorciatoie non portano a niente di buono. Anzi, si rischia un’omologazione verso il basso. In Francia è già successo.
D’altra parte il mio può essere percepito come eccesso di rigore. Il rigore è un limite a quella libertà che i giovani invece chiedono. Come se ne esce? Non so proprio.
Ma quando sento i vecchi che consigliano ai giovani di non studiare io rimango molto male”.
Giovanna Morganti

La storia del vino italiano passa anche da qui. Passa inevitabilmente dalle persone, da quegli incontri fortunati di più di una ventina di anni fa, che si concretizzarono in movimenti come Renaissance, Vinnatur, Vini Veri e altri. Tanti piccoli o meno piccoli produttori che anche grazie al confronto acquisirono consapevolezza e visione proprie, che diedero un senso al loro lavoro lontano dalle strade battute. E’ una visione romantica, non lo posso negare. Ma lo è a posteriori. Oggi il mondo del vino è cambiato. Le persone di allora [i miti non servono a nessuno. le persone invece sì] non vanno dimenticate.
Sempre vengono prima le persone.
Penso al nome del vino: Le Trame.
Non immagino un nome più bello per descrivere la vita.

Torino, Molo di Lilith, 11 marzo 2019

I vini:
– 5 annata 2015
– Le Trame annata 2013
– Le Trame annata 2015

Podere Le Boncie
Str. delle Boncie – Loc. San Felice
Castelnuovo Berardenga (SI)

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