“welcome to your world”.
è quanto sta scritto su tutti i monitor all’interno del cosobianco dopo l’atterraggio.
al decollo, invece, trasmettevano un video di cosibianchi volanti tra le nuvole, con una voce che recitava un discorso farcito di allah akbar. grazie ai sottotitoli in inglese si capiva che stava chiedendo ad allah di favorire il viaggio.
un po’ come salire su un cosobianco alitalia e sentire il comandante dire: preghiamo il signore che non ci faccia precipitare.
[“bambini, pregate il signore che non ci faccia scoppiare anche l’altra gomma”].

funzione brani casuali del lettore. primo pezzo ascoltato sul cosobianco: china girl.
che c’entra? come sarebbe a dire “che c’entra”?!

l’impressione straniante dell’aereoporto di jedda [che al momento fa cagare forteforte. si attende che finiscano di costruire il nuovo] è data dal gran numero di persone che mi passano davanti senza poterle guardare in viso. donne vestite di nero con abiti che coprono anche gli occhi. se non fossimo a jedda penserei ad una convention di ninja.

qui i lavoratori sono tutti indiani o pakistani.

jedda è l’aereoporto più brutto del mondo. sui sedili della grande sala, dietro di me, si è sdraiata una coppia per provare a dormire. sono occidentali. lei è bionda, stesa su un fianco, mi dà le spalle. la sua camicia [che è una camiciona] è a strisce: bianche, azzurre, gialle, rosse. in ogni striscia c’è una scritta. in brasiliano. [in portoghese].

ogni tanto intercetto con lo sguardo lo sguardo di un ninja.
cosa pensa una donna invisibile, fatta di occhi e cotone?

l’altoparlante schiamazza. starnazza. sembra che stia per esplodere. non si capisce un cazzo, sia per via della lingua sconosciuta, sia per la terribile distorsione del suono prodotta dal volume troppo alto.

tutti gli uomini che entrano nel bagno si lavano i piedi nel lavandino. qualcuno scatarra abbondantemente. tuttavia. tutti quelli che vanno a pisciare, prima di tornare in sala d’attesa si lavano le mani. tutti. proprio come nei nostri autogrill.

scuotendomi dal torpore, scopro troppo tardi che avrei potuto scegliere tra una trentina di film e vederli sullo schermo posto sul sedile di fronte.

le caramelle di saudia sono offerte in monoconfezioni. sembrano schegge levigate di caramelle più grandi. coloratissime, fanno schifo.

la prima alba sul sud africa la vedo di straforo. filtra da un finestrino un po’ discosto, mostrandosi e nascondendosi a secondo delle virate del cosobianco. i colori sono per me nuovi. incredibili.

nei cosibianchi si sta come in ospedale. lì ti svegliano per prenderti la pressione o per darti una pastiglia. qui per la colazione.

tutta la notte al freddo. coperti con la coperta sopra la testa e il cappuccio della felpa e. pensi che vogliano tenerti al freddo per mantenerti tonico e pronto in caso d’incidente, con l’aria gelata che ti arriva in faccia.
invece bastava alzarsi, ruotare la bocchetta, lì in alto, interrompere il getto.

da un cosobianco tanto grosso da farmi balenare immagini di lui che fa un bucone nella pistona, non mi aspettavo un atterraggio tanto morbido.

johannesburg è l’hub che ti aspetti. enorme, pulito, luminoso.
in un bagno c’è un addetto, ovviamente nero, che mi saluta sorridendo e mi ferma, chiedendomi di aspettare. con straccio e spruzzino pulisce l’asse del cesso. quindi si volta e, con sorridente deferenza, mi invita ad entrare nel loculo orinatorio. gentile, quindi, nell’indicarmi l’asciugatore funzionante, ché l’altro è guasto. gentile, quasi vergognoso, nel chiedermi, infine, una moneta.

il tip, la mancia. l’economia sudafricana si basa sul tip. che è istituzionalizzato nei ristoranti, addirittura previsto sui menu. tutto quello che paghi ha un sovrappiù da pagare non solo in contanti, ma anche, se contanti non hai, con la carta.

qui mr. pink non verrà mai.

tutti chiedono il tip. anche i finti facchini delle agenzie di rental car che, vestiti con cappellini e pettorine fosforescenti [riportano scritte che non fai a tempo a leggere] ti aiutano a trasportare i carrelli con le valigie su e giù per le scale mobili. [non ci sono nastri trasportatori. i carrelli sono gratuiti, ma ci si sposta su scale mobili].

la guida a sinistra con volante a destra è indegna di un paese civile.

siamo a nord. johannesburg è a 1.753 metri slm. il navigatore farlocco che abbiamo noleggiato insieme all’auto ci fa finire a pretoria: a nord invece che a sud. traffico decisamente intenso in città, tantissime persone a piedi, pochissime facce rassicuranti. ci sembra saggio affidarci alla cartina.

una volta usciti dalla città la densità di popolazione sembra molto bassa. ci si avvicina alla zona dei parchi e ci sono pochissime case, per lo più isolate. ogni tanto si vedono piccoli agglomerati di basse costruzioni tirate su per lo più con materiali poveri. i mattoni sono rossi come l’argilla, che si vede ovunque. ogni casa ha un giardino, di rado con alberi, ogni casa è recintata da muretti costruiti con gli stessi materiali della casa, sormontati da filo spinato.

il sud africa è povero. la faccenda delle mance è solo un indizio. non è povero come altri paesi africani, ma è povero. le strade sono piene di neri male vestiti che aspettano autobus che li riporteranno a casa dal lavoro e sono piene di neri che tornanao a casa a piedi dal lavoro. i lavori più umili sono svolti dai neri. non c’è un cameriere bianco né un benzinaio bianco e neppure ho visto bianchi lavorare la terra o occuparsi della manutenzione stradale.

chilometri di lavori in corso sulle strade statali a scorrimento veloce. tutti gli operai sono neri, vestiti di arancione. molti ti guardano passare, pochissimi stanno lavorando davvero. decine di chilometri con omini neri dotati di pala o piccone, pochissime auto.

le strade sono disseminate di potholes. le buche. grandi, anche enormi, che si incontrano all’improvviso su strade asfaltate che per il resto sono lisce ben più delle nostre. centrare certi potholes ad adeguata velocità potrebbe farti saltare un semiasse.

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l’asfalto sembra adagiato sul terreno. ai lati della strada non presenta una linea retta, ma è sfrangiato, qua e là morsicato.

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a graskop dormiamo in un garage arredato con molto gusto.

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la strada del blyde river è spettacolare nel vero senso del termine. pianure e vallate interminabili viste da una montagna, montagne che sembrano enormi soufflé [rossi, verdi, grigi. sono i tre colori dominanti].

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andiamo a vedere altri potholes, questa volta naturali, scavati dal fiume nella pietra vulcanica. canyon, pozze, insenature, piccole cascate. è la stagione secca. chissà cosa deve essere quando piove.

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qui, sulle montagne, ovunque si vedono piantagioni di alberi da legname. conifere.

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sulla strada incontriamo i primi babbuini solitari. come da noi i cani randagi.

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ci fermiamo a comperare delle arance. ci sono banchi che vendono arance ovunque, il sudafrica ne è grande produttore. la signora del banco è robusta. chiede a mari se ha qualcosa da mangiare, in auto, per il suo bambino. biscotti? buonissimi, grazie, i biscotti vanno benissimo.

a moholoholo [che tutti pronunciano mohololo] arriviamo nel pomeriggio. è un centro di riabilitazione per animali selvaggi feriti. arrivano da tutti i parchi, ma non dal kruger. nel kruger l’uomo non interviene. ci raccontano di una jena presa in trappola che si era quasi amputata una zampa a morsi per liberarsi. penso che lo fanno anche le volpi.

il giro è indubbiamente turistico, ma emozionante. accarezziamo un ghepardo al guinzaglio. non credevo che i ghepardi fossero così grandi. il pelo è bello, morbido, sopratutto sulla coda.
dopo mi annuso la mano.

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la guida del nostro gruppo è un nero tarchiato e pelato. avrà trentanni. parla cantilenando con un accento terrificante. mastica le parole e le risputa. spesso termina le frasi con “into the wiiiiild”. sembra l’orso yogi che commenta una partita  nba.

c’è una coppia di vecchi leoni. il maschio ha 20 anni, la femmina 25. liberi sarebbero già morti da molto tempo. la guida grida: “good boy!” e il maschio, sdraiato a ventre all’aria, risponde con un verso da basso lirico, mentre la femmina fa il controcanto.

dice una guida: qui ci occupiamo di tutti gli animali, piccoli e grandi. il leone è come gli altri, non discriminiamo la jena (che, poi, ha un ruolo nell’ecosistema molto più importante di quello del leone) solo perché è brutta.

nella gabbia degli avvoltoi chi vuole può indossare un robusto guantone di cuoio che arriva fino alla spalla. mettendo un pezzetto di carne sulla mano gli avvoltoi saltano sul braccio e mangiano.

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in un recinto c’è un gruppo di licaoni. yogiman ci dice che impiegano 50 secondi ad uccidere una gazzella. i leoni, invece, impiegano fino ad 8 ore per uccidere un bufalo.

passeggiare nei cortili e negli spiazzi di moholoholo ti mette in contatto anche con animali fuori dai recinti. marabù, gazzelle, pavoni, un piccolo di rinoceronte rimasto orfano. in una voliera vedo un uccello bellissimo. un grosso gallinaceo nero, con il becco adunco, enorme. ha il capo rosso e sugli occhi si vedono lunghe ciglia, come fosse una bella ragazza spagnola nasuta che balla il flamenco.

entriamo nel kruger a phalaborwa. l’accesso in realtà non è così imponente, eppure è come se fosse quello di jurassic park. pietro e carlo partono a canticchiare la colonna sonora.

allora.
non credevo che mi avrebbe fatto così effetto. ma. entrati nel recinto, dopo un centinaio di metri: zac. una giraffa a pochi passi. poi impala. e impala. e impala. nel kruger ci sono impala a strafottere. e dopo gli impala ci sono anche degli impala.
e qualche impala.

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in un boschetto fitto fitto giorgio vede, non so come abbia fatto, due tronchi neri. sono le  zampe posteriori di un bufalo gigantesco. sta a quindici/venti metri da noi. quando ci sente, lui si volta di scatto, noi ci caghiamo sotto.

l’auto che abbiamo noleggiato ha l’aria condizionata rotta.
dice di non aprire i finestrini, che è pericoloso.
ci sono più di venticinque gradi.
certo.

più avanti, sul ciglio della strada, stanno tre grossi elefanti. è la prima volta che vedo un elefante africano e uno dei tre è davvero grandino. quest’ultimo ha appena srotolato una sesquipedale minchia per fare un pisciatone da pompiere. finito, attraversa la strada. senza scrollare né rinfoderare.

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altri animali. zebre, uno gnu.
impala.

nel pomeriggio c’è l’afternoon walk. che è camminare nel bush. siamo accompagnati da due ranger, john e fiona, esperti ed entrambi armati di fucile. ma camminare in mezzo al silenzioso nulla mette una fifa nera nelle ossa.

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arriva una piccola iena correndo. non si fa in tempo a dire minchia [non quella dell’elefante] che questa frena come nei fumetti, con tanto di nuvoletta di polvere, si volta in testacoda e scappa via.

camminiamo in fila, lentamente. parliamo piano. sono le istruzioni che ci hanno dato. ogni tanto john si ferma e spiega qualcosa mentre fiona, in disparte, controlla i dintorni. john ci dice che gli elefanti vivono circa 60 anni. di solito muoiono di un colpo al cuore. per capire da quanto tempo un elefante è passato sulla strada suggerisce di osservare attentamente la sua merda, spaccandola con la suola della scarpa. avvicinando una mano alla deiezione così aperta si può avvertire, se il passaggio è stato recente, un rassicurante e tiepido calore. questa notizia mi sembra particolarmente utile e conto di trascorrere il resto della giornata prendendo a calci stronzi di elefante.

arriviamo ad una pozza dove un ippopotamo sta facendo il bagno. lo osserviamo da lontano finché non risale la riva e sparisce nel bush. avanziamo verso un elefante che si sta nutrendo lì vicino, quando, da un’altra sponda, john vede l’ippopotamo di prima che torna alla pozza. lui o un altro, poco importa. questa volta schizziamo via noi, come la iena di prima, incitati da john a scappare velocemente. john dice che gli ippopotami sono pazzi. caricano e mordono anche se non provocati e possono correre fino a 40 km/h. lui, in un paio di centinaia di afternoon walk ha dovuto sparare a un elefante e a tre ippopotami. meno male che sa sparare bene. dice.

gli elefanti del kruger sono circa 16.000. nel 1994 erano diventati troppi e dovetterlo abbatterli. li cacciavano dagli elicotteri.

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dormiamo nel parco, a letaba. c’è una lezione all’aperto. i sedili sono in muratura, con una lavagna di fronte, e ci sono tanti bambini che ascoltano. a letaba, finalmente, i bagni hanno le pareti. fino ad ora abbiamo cagato in amicizia e fraternità.

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siccome non si dorme mai, nemmeno il tempo di esaurire l’adrenalina da afternoon walk che alle 5.30 partiamo per il sunrise drive. il quale, come dice la parola, per fortuna si fa su un mezzo a motore. ci dotano di due grosse torce manovrabili per illuminare gli animali. ovviamente quella dal mio lato non funziona. sui sedili alla mia sinistra stanno un mio coetaneo e il di lui giovane figlio, palesemente felice per la levataccia. il ragazzo cerca di rendersi utile. vedendomi armeggiare con la torcia mi mostra cosa dovrei fare. gli dico “it doesn’t work”. mi risponde facendomi un cenno di assenso e spegnendo la sua torcia. forse è per solidarietà che non la userà nemmeno una volta.

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tutti vogliono vedere i big 5. che sono il leone, l’elefante, il bufalo, il rinoceronte e il leopardo.
però ci sono anche gli ugly 5, i cinque cessi: iena, facocero, avvoltoio, marabu e gnu.

in sud africa ogni cameriere si presenta al tavolo dicendoti il suo nome e avvisandoti che lui sarà il tuo riferimento per ogni necessità. se, al mattino, gli chiedi un caffè [che pure fanno] senza colazione annessa, resta spiazzato.

tutti salutano tutti. dicono: hi, how are you? nessuno aspetta la risposta.

andando a sud ci trasferiamo in un altro campo all’interno del kruger, skukuza. compaiono i primi struzzi. poi ci sono kudu, ippopotami, giraffe.

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il campo di skukuza è bello, quasi una piccola cittadina. girando a piedi ci imbattiamo nella vecchia stazione ferroviaria che, a quanto pare, passava di lì. c’è anche la locomotiva, con un paio di vagoni attaccati. tutto abbandonato, polveroso.

alle 20 parte il night drive. sediamo su due grossi camion che seguiranno percorsi in parte diversi. all’inizio, la verità, sembra un pacco: si vedono solo leprotti, quaglie, piccole antilopi notturne [queste rarissime, ci assicura la guida]. poi.

un leone in mezzo alla strada. maschio, giovane, di tre o quattro anni. cammina sull’asfalto davanti a noi, illuminato dai fari. infastidito, si sposta su un ciglio della strada e si siede sotto un albero. si lascia guardare, con gli occhi strizzati per via delle lampade che lo illuminano.
poi.

tre rinoceronti bianchi. alla luce delle torce sembrano fantasmi ballerini, mentre cercano di ripararsi dalla luce.
poi.

una leonessa sulle rocce.
poi.

un vecchio bufalo solitario.
poi.

l’african civet.

indovinate quale è stata l’unica volta in cui non mi sono portato dietro la canon.

ripartiamo. trasferimento di 550 km. dalla strada vediamo un leopardo che mangia un impala. la forza che ha il leopardo per trascinare un impala morto fin lassù proteggendo il suo pasto dagli altri predatori. la forza. noi lo guardiamo. e scattiamo.

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più avanti c’è una pozza. due giovani elefanti ci giocano dentro. arriva un grande maschio, che si spruzza la pelle di acqua e fango usando sia le zampe che la proboscide.

ovunque ci sono alberi spezzati, alberi schiantati, arbusti schiacciati. è opera degli elefanti.

un’impala femmina attraversa saltando. inchiodo. seguono altre femmine. due maschi si fermano sul ciglio della strada, muscoli tesi, gli occhi fissi nel bush. quando l’ultimo impala è passato si voltano all’unisono e seguono il branco. meno di dieci secondi e un leopardo attraversa di corsa e gli va dietro.
ma c’è un secondo leopardo. si aggira nel bush, quasi invisibile. disturbato dalle auto cerca un punto per attraversare. impiega diversi minuti a trovarlo.

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usciamo dal kruger. dopo pochi chilometri la strada diventa l’arteria principale di una piccola città. intorno ci sono case basse, tuguri, baracche. costruzioni con materiali poveri o di risulta, come i mattoni di calcestruzzo e il fango. gli abitanti sono tutti neri, sono tutti poveri.

alla frontiera con lo swaziland c’è la dogana. l’impatto con le funzionarie sudafricane, tutte nere, non è amichevole. sono sgarbate, persino villane ed è chiaro che, parlando tra di loro, ci stanno prendendo in giro per chissà cosa. se provi a chiedere un’informazione fingono di non avere sentito, non ti ascoltano. essere lì è utile per capire cosa significa essere discriminati per il colore della propria pelle. in questo caso la pelle era la mia.

siamo a sud. se a nord si coltivavano alberi da legna sulle montagne e arance in pianura, qui si coltivano canna da zucchero e banane. ma scendendo ancora, tra santa lucia e durban, ritroveremo gli alberi da legname. per chilometri sembra di viaggiare dentro un’unica piantagione.

le banane sudafricane sono piccole, molto buone. maturano lentamente e non fermentano e non marciscono.

pochissimi orti. quei pochi possono avere anche una discreta dimensione, ma sono davvero pochi. le case, basse, che si vedono qui hanno tutte un pezzo di terra davanti che nessuno coltiva.

lo swaziland sembra una svizzera in forma africana. all’inizio. tutto è pulito, tutto è ordinato, niente spazzatura. le strade sono circondate da piantagioni di canna da zucchero a vari livelli di crescita. enormi tir viaggiano trasportando la canna tagliata, lasciandone pezzi e fibre sull’asfalto. un bambino che cammina sul lato della strada ha in mano un pezzo di canna da zucchero trovato per terra. lo addenta, lo succhia.

a bordo strada ci sono sempre animali. bisogna stare attenti. mucche, maiali, asini, capre. pochi i cani, nessun gatto.

procediamo e l’aspetto svizzero cede il posto a quello africano.

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c’è un posto di blocco. un poliziotto enorme si avvicina. sorride, chiedendo: chi siete, quanti siete, dove andate, cosa portate. i suoi incisivi centrali sono talmente distanziati che penso potrebbe farci passare un dito in mezzo.

nessuno ci chiede né ci chiederà mai quella stracazzo di patente internazionale fatta di corsa con il terrore di non poter guidare in territorio africano.

rientriamo in sud africa. alla dogana nuovo giro, altri timbri sul passaporto.

le auto sudafricane sono bianche come chi le guida. toyota bianche. i pochi bianchi che guidano un’auto diversa hanno scelto il grigio chiaro. le auto di altri colori hanno tutte autisti neri.

ho visto barber shop azzurri, case isolate a forma di cubo, con una porta davanti e basta. nessuna finestra. poi campi da calcio in terra battuta, con partite in corso.

adolescenti in ciabatte, sul ciglio della strada, spingono carriole contenenti bidoni di plastica. percorrono chilometri, in ciabatte, per andare a prendere l’acqua.

se, con il buio, il camion che viene verso di te nella corsia opposta ti lampeggia, non ti sta dicendo che incontrerai la polizia e tu non lo manderai affanculo. invece ti sta segnalando che più avanti sulla carreggiata ci sono degli asini che mangiano le canne da zucchero perse dai tir.
in autostrada.

le scuole sono bassi e lunghi fabbricati. gli studenti vestono con i colori della scuola. camicie e maglioni e gilet, le ragazze in gonna. tutti, al passaggio delle auto, salutano. tornano a casa, spesso a piedi. percorrono chilometri.

a parte noi, gli altri automobilisti rispettano i limiti di velocità. nessuno si sposta da una corsia all’altra senza mettere preventivamente la freccia e anche quando c’è traffico ci si muove ordinatamente.

ogni volta che un’auto o un tir si sposta per lasciarsi sorpassare, bisogna ringraziare inserendo brevemente le quattro frecce. il prego che si riceve è un colpo di abbaglianti.

arriviamo alle 18.00 passate a st.lucia, verificando che qui fa buio prima rispetto al kruger. ci sono cartelli stradali che avvisano: attenzione all’attraversamento notturno degli ippopotami.

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primo giorno a st. lucia è safari. partenza alle cinque. ci viene a prendere una guida zulu, molto orgoglioso della sua etnia. gli chiedo della zulu nation e non posso non pensare a quando, ero bambino, si diceva “sei uno zulù”, con l’accento finale.

parco di infalozi. appena entrati ci sono dei rinoceronti bianchi.

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poi, mentre il sole sorge, vediamo due leoni adulti, maschi, che si allontanano dandoci le spalle. tra tutti gli animali che incontriamo, il leone è l’unico che proprio se ne fotte. non si spaventa, non si incuriosisce, non si gira a guardarti mentre se ne va. sono sicuro che allontanandosi molla anche una scoreggia di disprezzo.

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fare colazione in un’area pic nic in mezzo a un parco abitato da animali mette ansia. anche se l’area è recintata. parzialmente recintata. in realtà l’unico leopardo incontrato nelle nostre camminate a piedi, durante l’afternoon walk, non lo abbiamo proprio visto. la guida, john, sosteneva di averne visto uno scappare. in effetti c’era un’impronta.

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anche i predatori hanno paura. se vogliono mangiare non possono permettersi di farsi male, ne va della loro vita. attaccano solo se devono.

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a pranzo, altra area. e cosa vuoi mangiare in un parco? carne. una grigliata, insieme agli altri safaristi su altre auto, con la carne, un po’ secca, insaporita con un sale molto speziato. c’è anche un’insalata di pasta, che è così cattiva, scotta e stramba che la prendo due volte.

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la giornata non è fortunata. a metà mattina compaiono le nuvole e, senza sole e con pioggia possibile, gli animali cercano riparo.

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pioggia che arriva nel viaggio di ritorno, con la nostra guida che pensa di essere keke rosberg in una jeep toyota tutta di ferro, senza imbottiture.

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a st.lucia cena di pesce in un ristorante che sembra fare parte di una catena, però buono. trancio di dorada con verdure saltate: la cosa migliore mangiata negli ultimi giorni.

il mattino dopo piove ancora e il blando trekking che pensavamo di fare salta.

andiamo a vedere l’oceano. non so spiegare, ma guardare il mare non è la stessa cosa.

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dopo facciamo un giro al crocodile center. qui tengono coccodrilli e alligatori di vario tipo. li allevano, anche. molti sono stati salvati, recuperati in pessime condizioni, feriti, nei fiumi. anche vittime di trappole.

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nel pomeriggio è prevista una gita in battello. il tempo resta variabile, il cielo è coperto. così niente coccodrilli, che se ne stanno sott’acqua per via del sangue freddo. solo ippopotami e qualche uccello: un’aquila pescatrice, un airone e un fisher king.

alla guida c’è lawrence du plessis, uno spielberg con leggero strabismo, più alto e con la barba più corta dell’originale. ha un umorismo cinico e un po’ macabro di quelli che fanno al caso mio. risponde con piacere alle domande, come fa chi è appasionato del suo lavoro. parla molto bene, in maniera comprensibile e approfondita.
ama gli elefanti, ammira il leone.
“non ha paura di nulla. ho visto una leonessa e un coccodrillo contendersi un’antilope. è arrivato il leone maschio e con un ruggito e una zampata in testa, wam, ha messo in fuga il coccodrillo”.

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i coccodrilli sono animali velocissimi. regiscono istantaneamente partendo da fermi. se sembrano addormentati, non vi fidate lo stesso.
“crocodiles don’t make mistakes”
e gli squali, che nella laguna dove ci troviamo, che è collegata all’oceano, sono presenti?
[la utilizzano come nursery per allevare i piccoli]
“crocodiles eat sharks like hamburgers”.

a proposito di squali. ci racconta di quando, era in canoa sull’oceano a pescare, un grande squalo bianco gli passò sotto.
ma perché vai in canoa al largo se è pericoloso?
“perché mi piace pescare”.

secondo lawrence non bisogna temere gli ippopotami, basta stare attenti. mai mettersi davanti a un ippopotamo. mai mettersi uno davanti e uno dietro, perché l’ippopotamo si sente in trappola e attacca. a trenta metri si è sicuri.
d’estate ci sono 40-45 gradi e gli ippopotami vivono perennemente in acqua perché il sole gli brucia la pelle. ma d’inverno, quando la temperatura raggiunge al massimo 25 gradi, sono costretti a cercare l’acqua e a spostarsi. non nuotano, camminano sul fondo e di profilo, con il muso semisommerso, somigliano molto ai cavalli.
sono animali fondamentali per l’ecosistema anche grazie alle loro abbondanti cacate: nel fiume nutrono i pesci, sulla terra concimano.

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lawrence ci consiglia una trattoria di pesce alla quale non avremmo dato un rand. è un pub vicino al benzinaio, ma lui dice che è l’unico locale che ha pesce davvero fresco. mangio un red fish, molto buono, con carni dolci e delicatissime. 115 rand che comprendono anche abbondanti patate fritte. e infatti all’uscita puzziamo come una friggitrice. con aglio. tanto aglio.

accendiamo la luce dell’appartamento. là in fondo gregor samsa mi sta guardando. lungo circa quattro centimetri, zigzaga velocissimo. lo manco ripetutamente con la scopa. poi ha la pessima idea di nascondersi sotto una mia ciabatta abbandonata.

il giorno dopo si va a durban per passarci la notte e proseguire con un cosobianco fino a port elizabeth. facciamo un giro al parco di isomangalizo. il bello dei parchi è che sono tutti diversi. il kruger è il più grande, per lo più pianeggiante [almeno nella parte che abbiamo visitato noi, da phalaborwa a scendere], con bush esteso alternato con zone più aride. infolozi è molto più verde ed è montuoso, salite e discese, mentre isomangalizo sembra collinare, con rilievi più dolci. anche qui si alternano zone di bush e piccoli boschi.
piove. vediamo pochi animali: rinoceronti bianchi, facoceri, kudu e zebre.

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due tappe per vedere l’oceano: mountain rocks e capo vidal.

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l’oceano è una buona approssimazione di infinito.

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non visitiamo durban. passandoci in mezzo dà l’impressione di essere molto estesa, con quartieri distribuiti su un territorio per lo più collinare. le case viste dalla highway sono simili. a destra tutte bianche con i tetti verdi, a sinistra tutte marroni, e così via.

molti i lavori in corso anche qui. le autostrade non sono il massimo della sicurezza: si può andare a 120 km/h con lunghi tratti a senso alternato senza guardrail. vedo otto lavoratori neri attorno a una buca, ognuno fermo, appoggiato con le braccia sul manico della sua pala. anzi, sono sette: l’ottavo è nella buca. scava. gli altri lo guardano.

a durban dormiamo in una guest house con stanze indipendenti. c’è una grande sala comune, un ampio patio, una piscina. utilizziamo solo le stanze, peccato. siamo in un quartiere residenziale con belle case basse e molte guest house. alcune ville sono spettacolari. il filo spinato che avevamo trovato altrove è sostituito da fili elettrici sulla sommità degli alti muri di delimitazione.

al mattino, prima dell’alba, restituiamo le nostre chevrolet inserendo le chiavi in una buca simile a quella per le lettere. nessun controllo, speriamo bene.

atterraggio di merda.

l’areoporto di port elizabeth è piccolo, la pista è corta, ha piovuto da poco. cambiando euro scopriamo che il rand ha guadagnando un punto sull’euro in una settimana. fico.

le auto sono di nuovo chevrolet aveo, ma [sorpresa!] funziona tutto. si guidano bene e c’è l’aria condizionata.

viaggiamo con l’ausilio di sole cartine. i quartieri che si susseguono ai lati delle strade sono una continua contraddizione visiva. case signorili adiacenti a baracche. le baraccopoli, dette township, sono enormi. le abbiamo viste a joahnnesburg e a durban, le vediamo alla periferia di ogni grande centro abitato, ma anche isolate.

la strada verso capo st.francis è costeggiata da enormi pascoli. le mucche sono di razze diverse. alcune pezzate, altre marroni a pelo lungo, senza corna. [chissà cosa ne direbbe nicholas joly]. oltre i pascoli ci sono: una baraccopoli, una grande proprietà recintata e filospinata. quindi st. francis. per lo più vediamo villette: è una enclave per ricchi. fuori dalle case ci sono delle strutture in legno a cuneo. possono sembrare mangiatoie per bovini o culle per grossi infanti: servono a riporre i sacchi di spazzatura per la raccolta.

c’è un grosso faro bianco.

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mentre vado verso l’acqua incontro chris. chris è un vecchio residente, alto e magro. indossa una coppola con inserti in pelle. è del posto. o, meglio, dice che lui sta lì. mi racconta del faro, ridipinto un anno prima, della sirena, che hanno dovuto installare per vincere la nebbia. è cordiale e sorridente, sembra simpatico. poi mi chiede dei problemi che abbiamo in italia con l’immigrazione dall’africa e allora preferisco salutarlo. non ho voglia di conoscere nei dettagli il suo pensiero.

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davanti alla spiaggia c’è una passeggiata che da un lato conduce agli scogli e dall’altro a una spiaggia.

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guardo le onde che esplodono contro gli scogli. le fotografo ma le foto non rendono l’idea. nessuna foto ad un’onda che esplode rende mai l’idea.

passerei ore a guardare l’acqua che si muove.

st. francis, dunque. è una cittadina estiva per bianchi ricchi. bella, pulita, ordinata e piena di putholes. qui i giardinieri, gli spazzini, gli operai sono tutti giovani neri. qui gli abitanti, residenti o villeggianti, sono tutti bianchi maturi.

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ci fermiamo per guardare il canyon del fiume storms. si passa sotto un cavalcavia per mettersi di fronte ad un strapiombo agghiacciante. non riesco a starci più di qualche minuto, nonostante le protezioni.

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arriviamo allo tsitsikama. un parco che vicino al parcheggio sembra la cornovaglia con l’oceano al posto del mare. lo dico come se ci fossi stato, in cornovaglia. ponti sospesi sull’acqua, scogli, insenature, piante, indiani. da un lato sembra nord europa, dall’altro in alcuni punti sembra una foresta pluviale.

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una coppia di indiani sta, in equilibrio molto precario, su una roccia mentre un amico armato di un potente i-phone gli scatta un intero book fotografico.
alla fine non sono caduti.

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arriviamo a plettemberg bay che è buio. il gestore della nostra guest house è horst, un austriaco che vive qui da quattro anni. “troppo stress in austria”. domani a che ora dobbiamo lasciare le stanze, horst? “quando volete. fate trekking, tornate, vi fate una doccia. no stress: siamo in sud africa”.

horst ci manda al look, un locale sulla spiaggia. cibo abbondante e buono. ritrovo un sauvignon conosciuto, il southern right [questa volta un po’ giovane: 2015]. io prendo una porzione gigantesca di merluzzo [kabeljou]. a st. lucia avevo mangiato red fish, a mosselbay butterfish. devo ricordarmi di controllare come si chiamano in italia.

molti fanno l’autostop. lavoratori che ritornano a casa, così sembrano. stanno in piedi sul ciglio della strada con una banconota verde da 10 rand in mano. qualcuno ha quella marrone, da 20, probabilmente perché deve andare più lontano.

cartelli stradali molto fantasiosi un po’ ovunque. c’è anche quello che vieta l’autostop.

pioviggina. smette. andiamo a robberg.

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un posto incredibile.

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l’oceano è sempre furibondo.

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però da lontano è rilassante.

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doccia e ripartiamo, sgranocchiando snack di carne secca: kudu e struzzo. salutiamo horst, che ci offre un bicchiere di merlot. viene spesso in italia, il vino gli piace molto. gli do il mio numero, non lo vedrò mai più.

altri 170km e siamo a mossel bay. città più grande e meno accogliente, deserta già alle 19.30. enorme luna piena. ceniamo sul lungooceano.

le donne nere sono spesso grasse. cosce enormi, forse a causa di una costituzione fisica particolare, forse per via di un regime alimentare sballato. culi pure enormi.
“però a loro stanno su!”.

la cucina in sud africa è fritta. friggono tutto oppure grigliano, spesso dopo avere impanato. e fritto.
il pesce? fritto.
aglio ne abbiamo? sì.

capo aguilhas è la punta più a sud dell’africa, dove idealmente oceano indiano e oceano atlantico si fondono. l’acqua ha un colore di giada che la giornata uggiosa fa solo intravedere.

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una bambina indiana bruttina, con calzamaglia grigia a cuori rosa, gonnellina e stivali da pioggia, si fa un selfie cinematografico piantandosi la cinepresa del papà in faccia con aria decisa e compresa, strizzando le labbra.

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questo qui sopra, ovvio, non è la bambina indiana.

a gaansbai non c’è niente. solo squali. bianchi. qui il turismo si basa sulle immersioni in gabbia per andare a vedere quegli orribili pescioni da pochi metri. squali ovunque. sulle insegne, sulle case, sui cartelli. le guest house hanno nomi come: the white shark gh.
siamo fuori stagione, le barche sono messe in secca e si possono vedere le gabbie [minuscole, cazzo]. se c’è un posto di merda in sud africa è questo.

la segnalazione di un cartello che promette danger point ci spinge ad andare a controllare di che si tratta. c’è un faro, sì. ma non ci si arriva.

hermanus è una bella e ordinata località di villeggiatura. case basse, bianche e dalle forme non sempre aggraziate. va detto chiaro: il gusto architettonico sudafricano pone più di qualche interrogativo.

a hermanus c’è una pizzeria che si chiama “col cacchio”.

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siamo a hermanus per vedere le balene. le southern right ritratte sull’etichetta del sauvignon bevuto a plettemberg. sulla barca guidata da ken, ormai attempato e corpulento ex fidanzato di barbie che con gli anni ha preso ad assomigliare ad abatantuono [non voglio sapere come sia cambiata barbie], siamo molti. pure troppi. ken ci invita ad acquistare il dvd della giornata, per portare con noi uno splendido ricordo. buona idea. così mi rivedo a scattare foto a raffica come un cretino in mezzo a una massa di altri indemoniati.

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però le balene.

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viaggiamo attraversando distese infinite, per lo più coltivazioni di colza o di altre piante basse. qualche allevamento: struzzi, bovini, ovini. le distese non sono affatto piatte: il saliscendi delle colline riempie la visuale ovunque ti volti. gli interminati spazi sono verdi, gialli, grigi e un poco marroni.

via verso betty’s bay. si va dai pinguini. ovviamente dopo pochi chilometri inizia una sottospecie di diluvio che ci fa disperare di riuscire a vedere qualcosa. e invece. sulla piccola spiaggia si scorgono dei birilli bianconeri che oscillano spostandosi. vanno a raggrupparsi dove c’è la discesa per le barche. si fanno avvicinare restando timorosi. nonostante la pioggia fitta, puzzano come carogne.

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viaggiamo verso cape town sotto la pioggia e sotto il vento. da betty’s bay parte una litoranea che sarebbe spettacolare se si riuscisse a vedere qualcosa. le montagne, quando le nuvole si spostano, appaiono come polpi giganti, verdi e rossi, con i tentacoli protesi sull’oceano. nella prossima vita ci devo tornare con il sole.

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township a profusione annunciano che stiamo arrivando a cape town. sono tante e sono molto grandi, recintate con muretti in cemento o con reti o con materiali di fortuna. le indovini da lontano, prima di vederle, per via delle foreste di pali della luce da cui penzolano centinaia di allacciamenti. ci sono anche parabole satellitari per la televisione. alcune agenzie turistiche organizzano tour all’interno delle township. un po’ come andare allo zoo, immagino. vedo uscire ed entrare persone distinte, in giacca e cravatta e valigetta da lavoro.

a cape town c’è un tizio che piscia contro un muro. come a nimes, come a porta nuova, come sulla torino-savona.

l’acquario di cape town va bene per i bambini. vasche piccole, pinguini in cattività [sempre fetidi]. a genova si metterebbero a ridere.

una cosa che non credo cambierà mai più, dopo avere visto tanti animali in libertà.
non riesco più a guardare quelli in gabbia o dentro una teca.
focalizzo l’idea di zoo e la rifiuto totalmente.

allo stesso tempo, ogni volta che vedo un animale, di qualunque tipo, non posso fare a meno di chiedermi che gusto abbia.
balene, pinguini, facoceri. li vedo e mi viene voglia di mangiarli.

ceniamo in un ristorante del centro commerciale sul waterfront. assaggiamo la cucina africana. è un ristorante grande, che strizza l’occhio con qualche pretesa di eleganza, anche sulla carta dei vini. ma se in carta hai la 2013 e mi porti la 2014 [pinotage. un vitigno dimenticabile], se ti chiedo un bicchiere di vin de costance 2009 e mi porti un 2011, non te la puoi tirare.

kudu, springbock, gnu, struzzo. i primi tre sono abbastanza stopposi, per quanto gustosi. lo struzzo è buono. la salsiccia di facocero è una salsiccia di facocero.

il ristorante si chiama k.

nei bagni leggo il marchio sulla tazza: suda.

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il giorno dopo prendiamo gli autobus a due piani per girare. ci sono tre linee e si può scendere ovunque si voglia per poi risalire. ti danno delle cuffiette con le quali ascoltare curiosità e notizie registrate su quello che vedi.

cape town è magnifica.

intorno oceano e in mezzo una montagna piatta, la table mountain.

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con una teleferica si sale in cima. nonostante le rassicurazioni dei venditori di biglietti circa la bellezza della giornata, sopra c’è un materasso compatto di nuvole. niente panorama, solo camminare per due ore con tanta umidità e tanta propiocezione.

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fa freddo.

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riprendiamo l’autobus. cape bay, dal lato opposto della table mountain, è il luogo delle ville sull’oceano. dopo c’è sea point, con le spiagge e un lungooceano davvero lungo, con parco laterale. sul prato dormono, in ordine sparso, alcuni senzatetto.

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con il tramonto, prima che siano le 18.00, chiude tutto.

il sud africa è un paese in fieri. lavori in corso sulle strade, edifici nuovi e in costruzione, fondamenta appena scavate, palazzi di uffici, cantieri per la fibra ottica ovunque. qui a ovest la cosa è evidentissima. eppure l’impressione, che mi confermano alcuni abitanti del posto, è che i sudafricani non abbiano voglia di fare un beneamato. non che ci sia qualcosa di male, anche io vorrei poter nullafacere. le misure di sicurezza per i lavoratori sono quasi nulle o perlomeno invisibili. la presenza di cantieri viene segnalata da un singolo uomo [o donna] che, in piedi dove il cantiere inizia, sventola una bandiera rossa di fronte alle auto. [olè].

la sicurezza. uomini e donne che ai lati delle strade fanno jogging o vanno in bici. anche quando le strade sono highways o freeways. qui sono molto più numerosi che a est. si incontrano anche su stradine a strapiombo sull’oceano, al buio, controsole, silouhette nere che ti corrono incontro dove a malapena c’è lo spazio per l’auto.

moltissime foto. per lo più sbagliate, per lo più del cazzo. se non mi si fosse ripetutamente inceppata la canon, ne avrei fatte anche di più. molte agli animali, molte ai paesaggi, pochissime [strano per me] alle persone, agli sconosciuti che incrocio. non so perché, me ne sono reso conto alla fine del viaggio. di certo non ho voluto infastidire nessuno [a volte sono fotograficamente molesto]. di proposito non ho fotografato né i tanti poveri che ho visto né le township. [enzo, il manager italiano del nostro albergo, dice che ci sono case popolari governative che vengono assegnate ai meno abbienti, come si diceva una volta. questi però spesso preferiscono subaffittarle e restare nelle township. che sarebbero, da quanto ho capito, la prima casa di chi arriva in città dalle campagne].

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enzo ci suggerisce una visita al west coast national park. in questa stagione fioriscono i prati proprio sull’oceano. è aperto per i visitatori per pochi mesi all’anno. fiori gialli, bianchi e arancioni, simili a piccole gerbere. l’effetto ottico è incredibile. le foto non rendono e io non sono un fotografo.

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incontriamo una coppia di struzzi sulla strada. il maschio scappa subito. la femmina ha atteso a seguirlo quanto bastava per permettermi di scattarle una foto.

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nel parco troviamo un ristorante dove ci fermiamo a prendere un caffè. è una vecchia fattoria di gusto coloniale, bianca con il tetto in paglia, con giardino recintato da un muretto basso e una corte centrale al di là della prima sala. l’arredamento è ottonovecentesco. c’è un bancone di legno scuro, ci sono tavoli di legno anneriti dalle pipe che vi sono state appoggiate, ci sono grandi poltrone di pelle, vecchi quadri e stampe. grosse corna di erbivori stanno appese alle pareti.

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i camerieri sono vestiti di nero e sono neri e giovani. gli ospiti sono vestiti di bianco e sono bianchi e di mezza età. sembra una rimpatriata di nazisti in pensione. in realtà tutta la zona costiera ad ovest sembra abitata da bianchi ariani con servitori neri. così come anziani ariani sono quasi tutti i visitatori del parco, sorridenti nelle loro dentiere e felicemente fotografanti.

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la bassa marea.

nel parco ho ucciso il secondo uccello del viaggio. è andato a schiantarsi contro la portiera dell’auto in movimento. ha fatto thump. [il primo lo avevo ucciso al kruger o in swaziland, non ricordo: mi aveva preso sulla carrozzeria nell’angolo alto dove si incastra il parabrezza].

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al ritorno è troppo tardi per la visita a sight hill, che pare sia un classico appuntamento per vedere il tramonto su cape town. il tramonto ci appare, invece, dai finestrini dell’auto, viaggiando sulla panoramica [a pagamento] che passa da hout bay. come diceva mia nonna: vale il prezzo del biglietto.

su di una curva c’è un cartello: pietro ferrero.

stiamo per andare a cena e mari si accorge di avere beccato una zecca al parco. pinzette dimenticate. indirizzata in ospedale dalla farmacia all’angolo [la farmacista la ha accompagnata a piedi fino ai taxi], la visitano subito e subito risolvono. cosa inattesa: sono gentilissimi. all’uscita la dottoressa ha aspettato che arrivasse il taxi prima di tornare al lavoro. per sicurezza.
il mattino dopo mari è andata a comperare un mazzo di fiori da portare in ospedale.
i miei amici sono fatti così: bene.

la gentilezza è una malattia endemica. se chiedi qualcosa a qualcuno, questo si fa in quattro per aiutarti. se chiedi un’indicazione, ti accompagna. è un paese povero e come tutti i paesi poveri è anche pericoloso [cape town è considerata tra le città più pericolose del mondo, mi dicono], ma qui la gente si aiuta.

enzo racconta di un giorno in cui era stato male. va in farmacia a prendere delle medicine e al momento di pagare gli mancano 10 rand. che al cambio di agosto 2016 fanno sette euro, ma nell’economia del luogo valgono almeno il doppio. la commessa della farmacia [la commessa, non la proprietaria] gli dice: non ti preoccupare, stai male, prendi le medicine, i soldi te li anticipo io.
e mette 10 rand suoi in cassa.

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giornata al capo di buona speranza.

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in fondo, dal capo, si vede la table mountain.

cena da marco’s, ristorante di cucina africana con chef africano [marco]. molto tipico, non ci sono solo turisti, ma anche gente del luogo. mangio finalmente il coccodrillo: la coda è molto grassa, ha consistenza simile al baccalà e sapore che è una via di mezzo tra il baccalà medesimo e il pollo. preferisco il baccalà. e il pollo.

da marco’s c’è un concerto in corso. tre xilofoni e una batteria. sono bravissimi e rumorosissimi. si chiacchiera a fatica, ma la musica è bella, mette allegria. arrivano tre ballerine, due ciciunarie che le guardi e dici madovevuoiandare. e invece madovevoglioandareio. sono agilissime.

il nostro cameriere è un nero alto e sorridente che ci intorta fin dal primo minuto, coadiuvato da altri suoi colleghi. ci vende uno shiraz del 2010 a 400 rand. è fuori carta e io provo a chiedergliene un altro, in carta a 260. mi propone di mostrarci le due bottiglie: ecco, quello che vuoi è del 2014, abbiamo anche il 2010 ma costa come quello che ti ho proposto io che, però, è mooooolto meglio.
lo guardo.
mentre penso “sono un turista, è giusto: inculami”, mi sento dirgli: va bene.

il vino è discreto, nella parte discendente della sua vita. non vale 400 rand. nel conto, poi, apparirà una sorta di coperto, mai visto in altri ristoranti. machissenefrega, la serata è bella, ci divertiamo.

mal di schiena negli ultimi giorni. sospetto delle mie scarpe da trekking nuove, pagate troppo poco per essere appena decenti.

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guidando ho costantemente detto destra al posto di sinistra e viceversa. effetti della guida al contrario, spero.

altri pinguini, questa volta con il sole, a boulders beach. questi animali deliziosi, adorati dai bambini di tutto il mondo, sono, e so di ripetermi, quanto di più puzzolente io abbia mai annusato. sentori di pesce marcio, alghe putrefatte, guano e merda.

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sul coso arancione della mango [il cosoarancione] che ci riporta a johannesburg gli steward sono vestiti con gilet e pantaloni neri a sigaretta e camicia a righine sottili arancione, bianche e nere. più che steward sembrano ballerini di raffaella carrà, senza enzo paolo turchi.

il mio rapporto con i cosibianchi [ma pure cosiarancioni] è migliorato in questi quindici giorni. ma decollare resta un momento orrendo.

è la stagione secca, l’inverno. per tutto il viaggio ho avuto in mente il titolo di un vecchio film ambientato nel sud africa dell’apartheid: a dry white season. c’erano donald sutherland e marlon brando. ricordo poco del film. oggi l’apartheid è stato abolito, i diritti sono uguali per tutti mentre le differenze sociali restano abissali.
nel viaggio da est a ovest abbiamo incontrato nelson mandela ovunque: sulle magliette, sui palazzi, sulle tazza per turisti, sui cartelloni stradali. c’erano il suo volto o le sue massime.
a cape town un palazzo con le finestre colorate riproduce un mandela felice.

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[un viaggio impossibile da dimenticare. bellissimo. grazie a mari, ad annalisa, a martina, a enrico, a pietro, a carlo, a giorgio. scusate se ci ho messo quasi un anno a finire di scrivere].

 

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