quando la moglie è in vacanza, cosa fa il maschio della specie nel fiore degli anni?
esce con un paio di colombiane? organizza una cenetta in collina con una biondona cosciomunita?
niente di tutto questo: va a cena con gli amici.
e gli può capitare, a distanza di una settimana esatta, di incappare in un altro cuoco giovane e bravo [il precedente era christian mandura, del geranio di chieri]. perché cesare, dal quale non ero mai [mea culpa, mea maxima culpa] stato a mangiare, è bravo di molto.
non mi capacito del perché di lui si parli così poco.

siccome il mio mestiere non è quello del critico enogastronomico, mi limito ad elencare le cose che mi sono piaciute.

il silenzio.
il ristorante è in una stradina periferica, un cancello di ferro e, dietro, piante di limoni e due grandi magnolie in vaso. un vero giardino di verde e cemento nel quale si può cenare, di fronte alle vetrate della sala coperta. sembra di essere a cena fuori torino. e invece.

l’arredamento.
tavoli diversi, di antiquariato e rigatteria e sempre di buon gusto; sedie diverse ma abbinate per tipo ai singoli tavoli; un grande e misterioso pianoforte a coda nero; un mappamondo. cose. e piccole teche in legno e vetro. è probabile che in una vita precedente fossero destinate a contenere madonne. ora custodiscono ortaggi.
il nostro, graditissimo, lo vedete nella foto.

dav

il servizio.
in sala sono in due. c’è eleonora, ragazza deliziosa [dite deliziosa a una ragazza e vi beccherete una testata] che funge sia da maitre che da sommellier. sempre sorridente, sempre discreta, tranquilla, appassionata e attenta ai dettagli. tutte cose che mi fanno sentire come a casa.

la carta dei vini.
è ampia, varia, forse un po’ scomoda da maneggiare, ma ce ne fossero. [detesto profondamente le carte dei vini su tablet].

la cucina.
abbiamo mangiato sopratutto pesce, con tante contaminazioni tra italia e oriente, mare e terra. su una sola portata ho avuto un dubbio e non dirò la portata e non dirò il dubbio. ne ho parlato con cesare e comunque era un piatto molto buono.
alcune cose notevolissime: il bao, panino a vapore, con pancia di mora romagnola e peperoncino fermentato; la lasagna di ravioli di magro con melanzane e ricotta e basilico e; la carbonara di mare: sapida, non salata, salmastra. avrei voluto assaggiare il cuore. ci sarà occasione.

il dolce.
si chiama colazione ligure ed è ispirato a una ragazza che mangiava la focaccia inzuppandola nel cappuccino. è, in pratica, un dolce senza zucchero, giocato su variazioni di consistenze morbide e percorso da una scia sapida [ma non è uno chenin blanc] a fare da filo conduttore. un cappuccino solido che contiene sia pane che pizza bianca. la dolcezza gli deriva dagli ingredienti che lo compongono. l’idea è bellissima. riuscire a darle equilibrio dà la misura di quell’aggettivo, bravo, che ho usato all’inizio.

la compagnia.
i due zot… i due intellettuali con i quali ho cenato. sono due con i quali mi diverto, due con i quali si sparano sempre cazzate mirabolanti, due ai quali voglio bene.
tuttavia. non avevo mai sentito parlare di dard & ribo prima di ieri sera.

cesare.
non è solo per come cucina e per come organizza il lavoro del suo ristorante. è anche per l’attenzione che mette nelle cose che fa. e per l’attenzione alle persone. per un paio di cose che ha detto ieri, dopo cena, due piccoli episodi riportati, che hanno mostrato una sensibilità che non è di tutti. e poi perché sorridere è concesso anche ai maschi della specie.

dav

La Limonaia – Food as Culture
Via Mario Ponzio, 10
10141 – Torino
011 704 1887

[cena del 29 giugno 2017].

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