oggi non si capisce se fa freddo o se fa caldo. per cui stamattina, oltre alla giacca, ho preso su un giacchino semi-impermeabile che mi permettesse di ripararmi da un’improbabile pioggia e di sudare. sono arrivato all’appuntamento al corecom trafelato, spettinato e con mezza camicia depantalonata.
[esito, per chi fosse interessato: ho accettato una riduzione di euri 33,43 di una fattura telefonica, che non avrei dovuto pagare, che cubava 73,43 totali. già l’umore vacillava visto che, recandomi all’appuntamento, avevo provveduto ad invitare a sodomitiche nonché passive pratiche quel geniale automobilista che aveva accelerato con rosso pieno, sfrecciando in mezzo ai pedoni, tra i quali il sottoscritto, che ambolatescamente impegnavano le strisce pedonali].
finito con il corecom, ritorno in ufficio. giacchino, di corsa, in spalla. e passo accanto alla galleria tirrena.
qui c’era la libreria della signora pina e di suo fratello.

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se bene ricordo, quando andavo al liceo la libreria occupava altre due vetrine. poi morì il fratello [ne ho mai saputo il nome?] e la libreria si ridusse a quello che vedete.
è qui che comperai il mio primo john irving, che era hotel new hampshire. sempre qui comperai il mondo secondo garp e poi pure le regole della casa del sidro. ma c’era anche altro, mica solo irving. vicino a quel ventilconvettore in fondo a sinistra, dove si intravede un’auto, la signora pina teneva un carrello carico di fumetti, tra i quali una prima edizione di pentothal [ovviamente costava troppo per me].
e poi ci fu la ballata del caffè triste, di carson mc cullers. che non si trovava, era fuori catalogo. la signora pina me lo aveva messo in ordine e io ogni sabato chiedevo notizie. ecco. immaginate una madamina piccolina, magrina, con gli occhialini, piemontesissima, che dice mc cullers con voce alta e fortissimo accento: mecchiullers. scrivo e mi pare di sentirglielo ripetere. la signora pina mi dava del lei e mi rispondeva immancabilmente: non si preoccupi, lo troviamo. e lo trovò.
l’ultima volta che entrai da quella porta presi una copia del giovane holden, per un regalo, e una raccolta di articoli di marquèz, per me. avevo ventisei anni e fu il mio modo di salutare la signora pina, me ne accorgo solo adesso. dietro quelle vetrine ci sono tante ore del mio tempo di ragazzo, anche se le vedo solo io.
i pensieri mettono voglia di caffè e così mi dirigo da sodo. già, ho mai assaggiato il loro caffè? non mi pare. da sodo c’è chiara e questa volta la trafelata è lei. ma oggi aprono a mezzogiorno per cui la saluto e passo oltre.
mi viene in mente che sulla strada, con minima deviazione, c’è orso.
per chi non è indigeno, da orso fanno il miglior caffè di torino. anzi: i migliori caffè di torino, ché la scelta è ampia. è un posto piccolo, due vetrine, in una stradina di san salvario che se la conosci la eviti. ma non è pericolosa, è solo defilata e attaccata al mercato.
da orso puoi anche comperarti la tazza e ogni volta che vai bevi solo in quella. le altre tazzine, quelle per tutti gli avventori, riportano un numero sul fondo. leggendo il corrispondente su un pannello incorniciato, si ritrovano massime augurali per la giornata. insomma, dalla lettura dei fondi del caffè alla lettura della tazzina.

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da orso ci sono due turisti viennesi. due miei semicoetanei, credo [e direi più coetanea lei che lui, se fosse consentito attribuire un’età alle fanciulle]. assaggiavano e parlavano con orso, che in realtà si chiama giulio, il quale gli spiegava in inglese cosa sentire della miscela che avevano nella tazzina. il salato, la tostatura, la freschezza. cose così.
l’inglese è una lingua difficilissima, quasi impossibile.
ma l’inglese consente di fare una cosa anche ai torinesi, gente che dà pochissima confidenza agli estranei: fare amicizia.
e allora mi metto a chiacchierare anche io, nell’attesa di pagare il caffè.
i viennesi dicono che non ci sono molti posti così a torino e in italia. gli sembra strano, visto che questa è la patria del caffè, mentre all’estero, persino in giappone, ci sono locali specializzati con prodotti di alta qualità. questo, poi, è così piccolo che è difficile da trovare.
il mio inglese è tradizionalmente agghiacciante, ma per fortuna capisco e riesco a rispondere.
– little place, big quality. because here you find passion for the coffee.
– we arrived here without planning. we see this coffee-shop and came in by chance.
– but it’s easy. look around: everybody here is smiling. that’s all. when you come along on the marciapiede, how you say marciapiede in vienna?, everywhere you are, you have to look through the glass. if the people inside is smiling, this is your place.
si mettono a ridere e io rido con loro. senza pensare più agli indebiti 40 euri che pagherò a pasquale vodafone, senza pensare più ai ventitre anni che sono passati.
ma devo andare e chiedo a giulio quanto pago, con le monete in mano.
mi risponde:
– niente, il caffè te lo offro io. e grazie.
resto basito. come quando mauro fermariello mi chiede che ci azzecca intravino con il gioco. sto quasi per protestare, resto un timido, anche un poco orso [ahem]. ma subito mi sembra da maleducati e allora dico grazie, mi presento, ci stringiamo la mano e ciao.
ovviamente dopo ho dato dello stronzo a quell’altro automobilista, un suvista, che ha accelerato mentre passavo sulle strisce di corso marconi.
però l’ho fatto sorridendo.

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