“muore giovane chi è caro agli dei”.

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dieci o forse undici milioni di anni fa, il sistema più utilizzato dagli umani per vincere la timidezza consisteva nel fare il giro dei bar che dalla collina di lindos, sull’isola di rodi, scendevano verso la grande piazza, quella con l’albero nel mezzo. credo fosse un platano.
in ogni bar ci si fermava davanti al bancone giusto per il tempo di una tequila bum bum. in piedi si buttava giù, si pagava, si ripartiva. destinazione finale era la discoteca.
era un sistema sbrigativo e non privo di insidie.
l’abilità stava nel raggiungere, grazie al tasso alcolico nel sangue, uno stato di lucidità quasi luminosa, tale da consentire di abbordare con un sorriso ogni ragazza presente nel locale.
la difficoltà, invece, stava nel mantenersi in equilibrio, evitando di oltrepassare la sottilissima linea che separava la sicurezza in sé stessi dalla precipitosa fuga verso i cessi.
un labilissimo stato mentale che aveva il potere, ulteriore e miracoloso, di evocare il ricordo di cose dimenticate o accantonate. a me permetteva di parlare senza sforzo un inglese sciolto e comprensibile.
citavo shakespeare. con esiti trascurabili.

la bellezza ci salva.
il primo impatto che ha su di noi è il piacere che ci dona. tuttavia, dopo, c’è altro. perché le cose belle catalizzano i ricordi. e il vino è una cosa bella.
catalizza.
pesca nella memoria, il ricordo abbocca e il vino provvede ad issarlo sulla barca, lo slama, te lo mostra.
bevi e ti ricordi [“io bevo per ricordare”]. bevi e comprendi. bevi e anche il tuo corpo si muove. nei casi più fortunati, vai avanti.
è un percorso che si può affrontare in compagnia [è meglio se è affrontato in compagnia]. eppure le elucubrazioni che si generano e che si rincorrono sono per lo più personali e private.
la letteratura segue strade analoghe.
così, in una serata nella quale si è parlato di vino e di letteratura, di langa e di terra, di nebbiolo e di moscato [e pure di dolcetto e di dolcetti], si impara.
che la tradizione è sia il mezzo per perpetuare la memoria che il punto di partenza per sperimentare il nuovo. [“o frati, fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”].
che il dolcetto può nebbioleggiare, il moscato no.
che regalare una pistola può essere un gesto di grande affetto. ma se non funziona è meglio.
che si scrive per ricordare e per ragionare e per capire in cosa consiste il mestiere di vivere. e pazienza se qualche amico ci dà del fossile.
che essere credenti può essere di ostacolo al movimento, mentre essere dubitanti può aiutare ad andare spediti nel percorrere tutta la strada fino in fondo. a volte cadendo, sempre rialzandosi.
che le ideologie vanno bene per le masse, meno bene per i singoli. a meno che non si abbia uno spirito da guerriero.
che la resistenza è argomento difficile di cui parlare, spinoso, fonte di possibili fraintendimenti, persino tabù. bisogna perciò ricordare che la resistenza è stata fatta da uomini, da donne. da ragazzi.
che la letteratura è la leva insostituibile che ci fa alzare alla mattina, che ci fa coricare alla sera.
che i nostri libri [i nostri scrittori] sono quelli che parlano la nostra lingua, il nostro gergo, il nostro dialetto. sono “breviari” da tenere sul comodino.
che con il metodo greco la timidezza può essere vinta solo per qualche breve momento. impiegheremo il resto del tempo a cercare consolazione della nostra sfortuna con le ragazze, magari in un libro.
che la sfortuna, però, non è eterna.
che i nostri genitori, anche le nostre mamme, sono stati giovani come noi.
che le donne sono estasi e dannazione.
e che un uomo timido, schivo, balbettante, forse altero nella camminata, con il viso diviso a metà, una metà bella e l’altra butterata, è irresistibile.

[p.s.
resoconto diverso non saprei fare. questo si è svolto ieri sera, 13 dicembre, a torino, al molo di lilith.
i vini:
ezio cerruti:
– fol 2015 da magnum
– sol 2011 da magnum
beppe rinaldi:
– dolcetto d’alba 2015
– barolo brunate-le coste 2005 da magnum
sorpresa finale e brindisi: un moscato passito di ezio cerruti, lasciato in botte a riposare per lunghi anni. un sol un poco fol, vendemmia 2006.
le sorprese sono necessarie. grazie.
anche a marco arturi e a chi c’era].

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