ad aprile chi fa vino deve scegliere. se andare al vinitaly oppure a villa favorita oppure a cerea oppure a summa oppure a. [mescolo apposta nomi di manifestazioni di vino naturale e no. è ovvio che falesco a villa favorita non possa entrare]. c’è chi riesce ad essere presente un po’ qua e un po’ là, ma sono casi rari di famiglie numerose e/o di aziende medio/grandi e/o di votati alla sincope.
la fiera più grande, tra tutte, è vinitaly. ed è una bolgia ogni anno. gli aumenti del prezzo del biglietto non aiutano a smaltire le eccedenze di corpi, sudori, afrori. il vinitaly è una piccola città recintata con all’interno enormi palazzi pieni di piccole palafitte. in alcuni fa troppo caldo, in altri c’è troppa gente. insomma, vinitaly. nel bene e nel male.

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[epperò, la verità, questo pomodoresco equino mi piace assai].

dice che a vinitaly i vini naturali no. forse per una malintesa idea di etica.
a vinitaly si incontrano agenti, distributori, ristoratori, enotecari, importatori, si stipulano contratti. più che altrove. quindi? le vogliamo vendere queste bottiglie? credo che chi fa vino in italia, comunque lo faccia, a vinitaly debba cercare di avere un suo spazio. magari proteggendosi dalle scottature grazie all’ombrellone di un consorzio o di un’associazione, come fanno gli aderenti alla fivi. che quest’anno occupavano molto più spazio del solito. insieme al vivit c’era quasi mezzo padiglione di banchetti di vino naturale. le cose cambiano.
i visitatori hanno molte possibilità. cerea apre il venerdì, in anticipo rispetto a villa favorita, villa favorita apre il sabato, in anticipo rispetto al vinitaly. potendo si fa uno due tre stella. potendo. io quest’anno non potendo proprio.
refrattario a fissare appuntamenti con i produttori [più che altro perché ho paura di non riuscire a rispettarli] e vista la mole di desideri e curiosità che si affastellano in testa, preparo un piano in anticipo, come i delinquenti abituali. del tipo: quest’anno faccio la vernaccia di san gimignano. su un bel foglio immacolato segno nomi di produttori e coordinate standistiche e pianifico in modo da ridurre il numero e i tempi degli spostamenti. una volta entrato in fiera, poi, giro ad mentulam canis come sempre. [vernaccia assaggiate nel 2016? zero].
ma in fondo, chi se ne frega del vino. quello che mi dispiace è di non essere riuscito a salutare tutte le persone che avrei voluto salutare. al vinitaly si va anche per questo [io vado anche per questo], per stringere mani e fare una scorpacciata di abbracci. niente, non ce l’ho fatta a farcela. qui chiedo scusa a tutti coloro cui ho detto/scritto/messaggiato “civediamoaverona”.
rilevo che 366 giorni fa si parlava solo di lieviti autoctoni, mentre oggi si è passati oltre [il dibattito è sul più generico, ma anche più invasivo, tema del naturale. chissà fra un anno], e passo a condividere qualche appunto sparso e non esaustivo, in ordine semicronologico.

GIORNO 1.

RICCI
prima fermata da daniele, per assaggiare il suo cifrato. me lo ero perso a milano, sponda livewine, causa estinzione di fisico [il mio].
lo chiama così, cifrato, anche se in etichetta ci sono solo lettere e numeri. quando daniele mette la mano sulla bottiglia mi basta scattare e non ho bisogno di spiegare il senso della foto.

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è timorasso, pochissime bottiglie. ed è un 2007, frutto di un esperimento. una parte del san leto blu di quell’anno fu messa in bottiglioni, tappati con sughero e conservati al buio per anni, a temperatura costante: il famoso affinamento in bottiglione. alla fine il liquido è stato travasato negli amichevoli vetri da 0,750, etichettato et voilà. il risultato è, forse, il timorasso più completo di daniele, quello più equilibrato, quello più complesso, quello più vino.

VILLA BUCCI
assaggio in ordine italico, prima i bianchi, dopo i rossi.
tra i quattro mi sarei aspettato qualcosa di più dalla riserva 2013, che ho trovato meno vitale del solito [poi, bevendola fra dieci anni, mi darò del coglione]. invece quello che spicca è un bellissimo villa bucci 2014, verticale e sapido.

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I CLIVI
nel padiglione del fiuli sono introvabili: piantine male disegnate, aree non segnalate. ho chiesto alle fanciulle delle informazioni e non sapevano nemmeno loro.
da un patrimonio di vigne anche molto vecchie, ferdinando e mario zanusso tirano fuori vini di grande pulizia, eleganza, finezza. come sempre. ho un debole, qui rinnovato, per il verduzzo (2015). mi è parso persino migliore di quello, già elettrizzante, della vendemmia precedente. riserve a parte, entrambe 2013 e che ho intenzione di comperare, farei scorta di verduzzo, del friulano 2015 e della malvasia 2014. praticamente: di tutto.

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KUENHOF
vini che invecchiano benissimo, migliorando nel tempo. me li serve il figlio di peter pliger, ragazzo che ancora studia, che mi sembra già appassionato del suo futuro lavoro.
i 2015 sono ancora in affinamento, ma mi paiono già molto buoni, sopratutto il riesling [kaiton] e il sylvaner.

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KOBLER
armin kobler e sua moglie monika sono sempre sorridenti. armin, che ha il dono di una tagliente ma educata ironia, mi regala una piacevole chiacchierata. nella quale viene inopinatamente nominato, vassapere il perché, anche bruno vespa, “giornalista non praticante”.
buonissimo l’ogeaner 2014 (chardonnay), che è sempre un bello chardonnay, e grande qualità in tutta la batteria. il vino che più mi colpisce è il merlot, riserva klausner 2010, bevuto da magnum. è il primo di tre merlot che ho incontrato, quasi per caso, in due giorni. ed è la prima delle sorprese. il merlot è un vitigno bistrattato dal quale spesso, almeno in italia, si ottengono risultati mediocri o piacioni. poi, come in tutte le cose, ci sono le eccezioni, non solo dalle parti di bordeaux. il klausner, lontanissimo dall’idea di morbidezza stravaccata sul divano che spesso i vini da merlot evocano nel mio strampalato immaginario, se ne sta in piedi e ti guarda fisso negli occhi.
mentre lo gusto sento una voce maschile dietro di me.
– vvoi fàte pinonnèro?
– no, il pinot nero lo fanno loro [armin indica i compagni di stand di castel juval].
mi volto a guardare il questionante, che si allontana con un suo sodale senza né un grazie né un crepa. di nero vestito, con nero berretto da baseball calcato sulla fronte e nerissimi occhiali da sole a nascondere gli occhi. penso: vampiro o cosplay di berlusconi?
no: scamarcio riccardo.

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CASTEL JUVAL
fine e speziato il pinot nero [loro lo fanno] del 2014, un tessuto sottile e vibrante, lunghissimo al gusto. è come io immagino il pinot nero in alto adige. resto basito da uno dei riesling, il windbichel 2014, che bevo fino alla goccia. riassaggio, ribevo. dalla selezione delle uve più mature del vigneto omonimo, ha naso di scorze di limone e arancia, qualcosa della pesca non ancora matura, erbe aromatiche, un pensiero di fiori di acacia. bocca pulita, agile, molto lunga e prodiga di ritorni gustativi, anche a minuti di distanza.

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EDOARDO SDERCI
la nuova linea del palazzino porta il nome di edo già da un anno. piacevole nella sua immediatezza la casina girasole, buono il monti e interessante l’azzero 2015, sangiovese con tappo stelvin, del quale, però, non riesco a immaginare la strada evolutiva. mea culpa.
grande bevibilità per il rosato 2015 (sangiovese e merlot). perfetto per le giornate estive e, io credo, per fare capire a chi è più giovane di me che non esiste solo la birra: “è un vino da piscina”.

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PODERE IL PALAZZINO
il vin santo del chianti classico 2001 è libidine. per aderenza alla categoria, gusto, lunghezza, piacere.
buono il chianti grosso sanese 2010.

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[nel bicchiere di questo simpatico avventore c’è proprio il vin santo].

LE PIANE
il giorno dopo avrei fatto una piccola verticale 2006, 2007, 2009, 2011, nella quale il 2006 sarebbe risultato sconfitto solo per la presenza del 2011.
del 2011, assaggiato qui per la prima volta, gli amici presenti sottolineano il grandissimo equilibrio. lo riconosco, ma, non capendo fava di vino, mi pare un equilibrio che non abbia ancora nessuna voglia di essere inquadrato. c’è, senza dubbio. eppure sento il vino come se stesse in un vortice di fuoco. d’altra parte è pur sempre boca: si nasconde e arriva quando meno te lo aspetti. il 2011 è un grandissimo boca, un vino che non sta fermo, da bere fra ventanni.
oppure oggi.

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GIACOMETTO
un amico sostiene che l’erbaluce sia un vitigno grande. a memoria mia ho bevuto qualche erbaluce molto buono. sopratutto qualche caluso passito notevole. grande non so, non ricordo. l’amico mi dice: vai a trovare giacometto, ti fai un’idea. vado.
bruno giacometto, dagli occhi azzurrissimi, mi fa assaggiare il suo erbaluce di caluso 2015. poi il 2014, anche nella versione autoctono, con scritta in greco e lieviti indigeni. intendiamoci, i vini sono davvero ottimi. nel caso specifico delle due annate degustate non mi sento di andare oltre, fino ad arrivare al senso di quello scomodo aggettivo evocato dal mio amico. però, in effetti, la scintilla si sente e capisco cosa intendeva dire. potrebbe persino avere ragione.
intanto che cerco una conferma all’ipotesi, mi imbatto nel caluso passito 2006, uno dei vini della giornata. naso di albicocche salate e frutta secca, bocca che mette d’accordo dolcezza e freschezza. una delizia, da una tipologia che nessuno si caga.

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RIZZI
da rizzi passo per un saluto a jole ed enrico, a chiudere la giornata. volevo anche vedere la nuova etichetta della riserva boito, dipinta da enrico. è bella. ha una leggerezza elegante di forme e colori che può vincere la ritrosia di qualcuno verso il nebbiolo. ed è diversa, nuova.  segna una distanza formale netta dagli altri barbaresco di casa rizzi. enrico dellapiana è un talento multiforme: enologo, pittore e giocatore di pallacanéster. se non bastasse, è pure un bell’uomo. [qui ci starebbe un: donne, è arrivato l’arrotino! ma poi enrico mi mena].
nota di merito anche per il barbaresco nervo 2013: un paradigma di tipicità.

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[segue a breve. forse].

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