la prima volta che ho sentito nominare il boca fu a un corso. c’era un tizio, con una gran panza e una gran giacca blu, che giurava che esistesse un vino chiamato boca, prodotto nei dintorni di una città chiamata boca. in piemonte. boca, secondo quel tizio, stava in piemonte. fino a quel giorno avevo creduto che boca fosse una squadra di calcio di un quartiere di buenos aires. invece il boca esisteva davvero. è un vino della famiglia dei nebbioli, come altri che si fanno nel nord del piemonte, con l’aggiunta decisiva della vespolina.

la prima volta che assaggiai il boca fu ad una degustazione. l’ultimo calice della giornata, prima di essere sbattuti fuori per oltrepassati limiti di tempo, sarebbe dovuto essere un lessona. finendolo mi sentii dire ad un amico: “alla fine non abbiamo assaggiato il boca”. l’unico produttore di boca presente quel giorno era christoph kunzli, con la sua azienda le piane. e se il mio amico, quello con cui parlavo, stava alla mia destra, christoph era alla mia sinistra, anche lui con un bicchiere di quello stesso lessona in mano. ci portò al suo banchetto e ci versò il boca 2001.
l’amore sboccia così, quando non lo stai cercando.

la prima volta che sono stato a boca c’era il sole. christoph ci mostrò le vigne con il suo vecchio e rigidissimo fuoristrada e poi ci portò in cantina. da quella volta a boca sono tornato spesso, da solo o in compagnia. è uno dei miei luoghi, ognuno ha i suoi. è dove vado per stare in pace. eppoi lì i telefoni prendono poco.

l’ultima volta che sono stato a boca, l’anno scorso, le vendemmie erano quasi terminate.

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con christoph siamo andati a cascina montalbano, una piccola tenuta vinicola che sta in una vecchia fortezza del quattrocento. qui fa tutto alessandro cancelliere, dalla vigna alla cantina. alessandro è un ragazzo timido ed energico, che gira con un cane lupo grosso così che non sta fermo mai e non sta zitto mai e, insomma, ce la siamo abbastanza fatta sotto. ci ha fatto assaggiare [alessandro, non il lupo] il boca 2011, ancora in botte. ha tannino molto presente, ma non è privo di eleganza. è un vino molto diverso dagli altri boca che conoscevo, proprio per la coesistenza, come su piani paralleli, di durezza e finezza.

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perché una terra in grado di produrre questo vino è ignota ai più? alessandro dice che è una questione di credibilità. “non è un vino facile”.

con il boom economico del secondo dopoguerra le terre furono progressivamente abbandonate. boca sta a distanza comoda sia da torino che da milano e lavorare in fabbrica consentiva un reddito più sicuro, un’esistenza meno dura. da queste parti d’inverno fa freddo e la terra non è generosa.
andando per boschi non è difficile scoprire le tracce degli antichi terrazzamenti. esistono foto degli anni ’50 che mostrano un’altra langa. in langa un tempo c’era la proprietà feudale, mentre qui, in bocalandia, c’erano tanti piccoli appezzamenti. oggi, quasi estinti i contadini, la vince il bosco. eppure qualcosa sta cambiando.
a boca è successa una cosa che sembrava impossibile a queste latitudini: i vignaioli si aiutano.
sono ancora pochi, ma hanno capito che il boca è un vino unico, sebbene abbia tante facce. hanno capito che per farlo conoscere l’unione diventa forza. che se il mercato apprezza il vino di un produttore, questo aprirà la strada anche agli altri.

tornati a le piane, ci sediamo attorno a un tavolo. arrivano elena conti, silvia barbaglia e davide carlone. con christoph sono quattro produttori, quattro interpretazioni diverse.

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christoph.
“ogni grande vino è un caso”, se fai tutto secondo le regole il vino uscirà perfetto e banale. christoph è un fautore di una vinificazione poco interventista [“una follatura al giorno e non negli ultimi giorni”], ha un approccio deciso ma soffice. il boca, dice, ha carattere simile a quello del gattinara. ma se quest’ultimo è più duro, ferroso, il boca nasce su terreni vulcanici, con porfidi friabili che consentono alle radici della vite di andare più in profondità. eppoi c’è la vespolina, un grande vitigno, molto più speziato della barbera, perfetto per i blend, meno adatto ad essere vinificato da solo.

elena.
il boca è un vino di grande finezza.

silvia.
il contadino di queste zone vinificava per il proprio consumo. se chiedevi a un contadino dove fosse la terra migliore, ti avrebbe indicato la sua. a tanti piccoli appezzamenti corrispondevano tante vinificazioni differenti. c’era il rischio di grandinate che rovinassero il raccolto unito al richiamo, forte, dell’industria.

elena.
manca l’orgoglio di essere di qui per ritornare a lavorare la terra. oggi domina il bosco: “il bosco rappresenta le persone del posto”.

silvia.
stare qui è una filosofia di vita. è duro ma è bello.

davide.
mio nonno non avrebbe mai fatto un altro lavoro, ma ai nipoti diceva sempre di non diventare contadini.

silvia.
già, amore e odio.

davide.
non siamo più i contadini di una volta, che si alzavano alle quattro del mattino e portavano il letame a spalla, nelle gerle, fino in cima alla collina, dove stava la vigna. quelli che poi, tornando giù a prenderne ancora, riempivano quelle stesse gerle di fascine per non fare il viaggio a vuoto. tre viaggi al mattino, tre viaggi al pomeriggio. un lavoro massacrante.

elena.
qui si dice che la vita è come la vigna. purtroppo oggi abbiamo tanti aspetti del nostro lavoro, ad esempio la parte commerciale o quella amministrativa che ci tengono lontani dalla vigna. sono tutte distrazioni che, tenendoci lontani, rendono più difficile capirla.

silvia.
nel male dell’abbandono della terra per la fabbrica, qui non c’è stata l’invasione della chimica, i terreni sono restati vergini.

christoph.
ed è rimasta anche la maggiorina [la classica coltivazione delle viti di queste parti, con tre piante intrecciate in quattro bracci], che “è come un museo”.

silvia.
anche ripiantare le viti che non ci sono più è complicato. tagliare il bosco dove prima c’era una vigna implica una autorizzazione della commissione edilizia: è considerato “movimento terra”.

davide.
un anno per piantare una vigna nuova, per avere le autorizzazioni. nessuno ti rilascia l’autorizzazione solo per non prendere posizione su niente. si rimbalzano le responsabilità pur di non assumersele.

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elena.
il boca 2010 è come un acquerello, leggiadro, con dettagli molto ben definiti in miniatura. ci deve essere una scintilla, qualcosa di unico che lo identifichi, magari non preciso, proprio come per una persona. non è un vino che si concede facilmente, devi avere la pazienza di andarlo a cercare. non è un vino per tutti. è un percorso. ma chi è appassionato di nebbiolo, che di solito parte da gattinara e ghemme, prima o poi arriva.

silvia.
il boca 2010 è frutto delle differenze tra me e mio padre, io passionale e lui molto tecnico. ne è venuto fuori un vino fine nei profumi dove la vespolina è valorizzata.
il boca si connota per il connubio tra nebbiolo e vespolina. quest’ultima deve essere presente tra il 10 e il 30%. è la vespolina che fa da spalla al nebbiolo, che è invece l’anima femminile del vino, sono le spezie a dare la forma.

christoph.
l’eleganza che sposa la forza, la leggerezza si sposa con la drammaticità, il tutto incarnato da questo sentore etereo che viene fuori.

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davide.
sono molto più appassionato di vigna che di vino. il vino mi deve ricordare quello che si faceva una volta, che mi mette anche malinconia, ripensando alla fatica che si faceva. mi fa pensare alla musica napoletana: vulcano e dramma.

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viene fuori una cosa buffa. ed è che il disciplinare del boca prevede la presenza di terreni morenici. che a boca, però, non ci sono. qui c’era la caldera di un antico vulcano, di morenico non c’è nulla. terreni vulcanici, dunque, in questa zona come in una parte della vicina zona del bramaterra. il boca, che ha pure visto nella sua storia di DOC una correzione nel disciplinare di produzione, è un vino che sta fuori dal suo stesso disciplinare.

intanto si assaggia.

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più frutto nel boca conti, più fiori in quello di barbaglia [entrambi 2010]. barbaglia è più setoso, mentre conti in bocca vibra di più. qui, tra un lampone e una ciliegia si sente la forma del nebbiolo.
sempre 2010 il boca di le piane, che è una sinfonia di pompelmo, arancia rossa e pietra. bevibilità notevole già adesso.
di carlone assaggiamo il 2011. è più rustico, se così posso dire, con una bella polpa e, in più una sorprendente balsamicità. secondo christoph questa dipende dall’annata.

poi il plinius I, sempre di le piane, figlio di un’annata strana. una vasca era partita con una fermentazione a temperatura elevata ed eccolo qui: “il vino non si spiega”. ne è venuto fuori un maggiore estratto, che suggeriva e richiedeva un più lungo invecchiamento. per ora è l’unica annata. non è un vero boca, per via della minima quota di vespolina, che pure è importante nel definirlo.

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poi elena stappa una bottiglia del boca 1987. naso estremamente complesso di funghi secchi, sottobosco autunnale, terra, carne, frutti rossi essiccati, timo, ortica. il vino muta di continuo nel bicchiere, le note si susseguono e i frutti rossi si rivestono di un’aura candita. in bocca ha grande freschezza e sorprendente vitalità, con una vena sapida tutt’altro che estinta.

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nebbiolo e pinot nero con l’evoluzione tendono a farsi parenti, assumendo a volte alcuni tratti in comune. mettici, poi, la speziatura propria della vespolina e la parentela si accentua. così il boca può fare venire in mente alcuni rossi di borgogna: quando uscì il 2008 di le piane, per dirne uno, subito pensai a uno gevrey-chambertin.

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[cucù].

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