piacenza, interno giorno.
due maschi della specie di una certa dimensione corporea si incontrano dopo un paio di mesi.
– toh, chi si vede. sei venuto anche tu ad assaggiare aceti?
– sì, ma finora mi è andata male: nemmeno uno.

andare a una fiera del vino da solo comporta il minus del viaggio senza verbo proferire e un duplice plus: avere tempo per mettere ordine nell’archivio dei pensieri della settimana e, una volta giunto a destinazione, potere scegliere cosa assaggiare in autarchia [vabbeh, facciamo autonomia]. che nel mio caso significa sopratutto quello che non conosco.
mi avvicino ai banchi dei produttori di cui ho sentito parlare e di quelli mai coverti ma che sorridono. chi sorride, come ripeteva sempre mia nonna, probabilmente ha fatto un vino buono.
sorgente del vino live 2016 è la mia terza manifestazioni di vino naturale dell’anno, dopo un evento milanese organizzato da tre distribuzioni e vinnatur a genova.
alle fiere di vino naturale vado ogni volta che posso, sono le più stimolanti. mi incuriosiscono le motivazioni dietro le scelte e le filosofie, mentre non mi interesso delle certificazioni dei vini, delle etichette, del marchio. quello che conta è il contenuto ed io bevo tutto quello che mi piace. nella speranza che sia il più sano possibile. qui tralascerò di parlare dei danni alla salute da pesticidi & co., che pure sono da considerare.
in italia negli anni i movimenti dei vignaioli cosiddetti naturali sono cresciuti, in numero e qualità. chi li guardava con distacco o con sarcasmo si è trovato a fare i conti con una realtà che si è ritagliata uno spazio consistente nel mercato. qualche grosso produttore si è convertito alla biodinamica, qualcun altro ha deciso di evitare l’impiego di prodotti di sintesi, qualcuno ha già ottenuto la certificazione biologica. non è dato sapere quando queste scelte dipendano da effettive convinzioni o dal richiamo del citato mercato. forse non è così importante.

spesso i vini naturali che beviamo si presentano con caratteristiche sensoriali diverse da quelle degli altri. perché sono prodotti da piccole aziende tecnologicamente arretrate? che non hanno fatto ricorso a scorciatoie o ad aggiustamenti in cantina per rendere uniforme il lavoro in annate anche molto diverse tra loro? i motivi possono essere molti. la vendemmia è un momento solenne. capita una sola volta l’anno ed è allora che chi fa il vino deve prendere decisioni non reversibili. e deve farlo in fretta. gli errori, quando non si può controllare tutto [quando si decide di non controllare tutto], sono possibili, anche comprensibili.
di recente ho letto qualche idea interessante sulla necessità di diversificare l’approccio alla degustazione. la cosa ha un fondamento, ma mi riesce difficile immaginare una valutazione del vino, finché di valutazione si parla, che proceda su binari diversi da quelli ordinari. a meno di non partire dichiarando preventivamente il livello di naturalità di quanto abbiamo nel bicchiere, per separare da subito i piani. questa sarebbe la fine della degustazione alla cieca e rischierebbe di portare all’accettazione acritica di molti di quelli che oggi sono considerati difetti. no, non sono convinto.
non sono un fan del brett, non mi piace il cartonato del ridotto, sono scettico sugli effetti benefici delle rifermentazioni [involontarie] in bottiglia, non amo particolarmente l’acetica. e tuttavia sono un degustatore ecumenico e nulla temo, nemmeno la malefica solforosa, nemmeno i malnati lieviti selezionati.

chi fa il vino naturale [spesso] mette sé stesso su un piedistallo etico, chi fa il vino industriale [spesso] mette sé stesso su un piedistallo qualitativo. ma è davvero così?
i primi prodotti chimici per l’agricoltura sono della metà dell”800, ed erano fertilizzanti del terreno, i diserbanti sono comparsi solo intorno alla seconda guerra mondiale. il che significa che un’idea di vino naturale, magari non etica ma pragmatica o imposta dalle circostanze, c’è sempre stata fino, e vado a spanne, agli anni ’70-’80.
una decina di giorni fa ho bevuto un vino rosso del 1985, mas de daumas gassac. ne parlava nossiter in mondovino. confesso che lì per lì non me lo ricordavo, non conoscere il francese mi fa vivere in una perenne confusione di nomi. eppoi invecchio. il vino buono, invece, evolve. stappato e lasciato nel bicchiere, si è presto sbarazzato del tipico sentore di madia della zia palmina che hanno i liquidi lasciati senza luce né aria per trentanni, ha ricominciato a respirare, perdendo lentamente la sua ritrosia, ritrovando le sue identità di frutto, di freschezza e di sapore ed è diventato un gran vino. ma grande davvero. [si può ancora usare l’aggettivo grande?].
ecco, mas de daumas gassac è un vino naturale ante litteram.
eppure non puzza. ha gusto, ampiezza, lunghezza, dinamica in bocca. tutti parametri che possono essere esaminati e valutati con gli strumenti della degustazione classica. è un vino fatto benissimo che, per durare trentanni, deve avere avuto come punto di partenza un’uva sana. oltre al mas, esistono altri vini naturali di grandissima qualità. i primi che mi vengono in mente sono, guarda caso, francesi. come spesso fanno, i francesi sono partiti prima, mentre la passione per i vini naturali da noi è arrivata più tardi. ma che si parta prima o che si arrivi dopo, quello che conta è che è possibile fare un vino buono e pulito e pure fine o persino grande senza ricorrere ad aiuti chimici.
non demonizzo chi la chimica usa, a patto che non esageri. le prospettive, di corsa, non sono solo due, naturale e non naturale, ma sono moltissime. ci si imbatte in chi è intransigente, in chi preferisce percorrere una strada autonoma, in chi usa il cornoletame  e in chi ritiene che la biodinamica sia una fesseria pagana, in chi è naturale con eccezioni. c’è di tutto.
mi diceva un produttore di una certa reputazione, un paio di anni fa, che lui in cantina non aggiunge nulla e in vigna usa solo rame e zolfo. ma se la pianta si ammala prova a salvarla, anche con qualche “medicamento”.
un altro mi disse, invece, che quella pianta lì, quella che mi stava indicando, aveva preso l’oidio. chiestogli cosa intendesse fare, mi rispose: nulla. se guarisce bene, se invece muore ne pianterò un’altra.
sono prospettive diverse, entrambe dialetticamente sostenibili.
ho detto dialetticamente non a caso. non credo che questi siano argomenti su cui si debba urlare. piuttosto confrontarsi. la verità assoluta esiste solo in matematica e anche lì ci sono i numeri complessi.

tornando da piacenza, l’impressione è che quella che per molti in principio era una moda o una dichiarazione di intenti [voglio fare un vino sano] stia producendo delle vocazioni. sì, ho detto proprio vocazioni. il vino, naturale o biologico o biodinamico o costruito in laboratorio, bisogna prima di tutto saperlo fare. farlo senza aiuti esterni, senza correzioni, è necessariamente più difficile. sperando di non somigliare troppo alla maestrina dalla penna rossa, dirò che molti stanno imparando, chi era già bravino l’anno scorso o due anni fa oggi pare ulteriormente migliorato, il numero dei vini che una degustazione tradizionale definirebbe difettosi si è ridotto. [ops]. e aggiungo una piccola considerazione pragmatica: è cosa buona e giusta che i difetti di un vino siano ridotti al minimo perché non tutti i ristoratori, che quel vino devono comperare e vendere, sono contenti di vedersi mandare indietro le bottiglie dai tavoli o sono disposti a correre il rischio.
l’annata 2014 è esemplare in tale senso. in alcune regioni è stata climatologicamente un disastro, eppure ho incontrato parecchi interpreti interessanti che hanno superato le difficoltà senza correttivi da cantina. ne nomino uno, daniele portinari. il suo tai rosso 2014 rispecchia fedelmente l’annata. mostra i problemi incontrati e ne esce vincitore, mantenendo aderenza al vitigno con una leggerezza inaspettata. non sarà magari vino da lungo invecchiamento, ma avercene.
anche i bianchi macerati, tipologia difficile e spesso abusata, sembrano in miglioramento, con una maggiore attenzione al vitigno e alla finezza del prodotto finale.
ovvio, potrei anche essere stato fortunato io, ad incrociare vini per lo più buoni. merito della regola del sorriso? troppo semplice. è più probabile che ci siano tanti vignaioli naturali bravi.
come da dichiarazione programmatica di un sito internet che leggo sovente, un altro vino è possibile. ma il vino naturale: è davvero un altro vino?

[dice: ma per sostenere che non ci si deve accontentare, che non basta che il vino sia sano, che si deve tendere all’obiettivo di fare un vino naturale che sia anche fine e/o elegante, serviva tutto ‘sto pippone? non sarebbe stato sufficiente scrivere due righe?
dico: lo sarebbe stato].

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dei vini di massimiliano d’addario [marina palusci] cito il pecorino plenus, con un apprezzamento che è anche nota di merito per la scelta di utilizzare il tappo a vite. qualcuno deve pure cominciare.
qualche perplessità, la verità, ho avuto su un trebbiano macerato, formato magnum e tappo a corona. ma in giro lo dicono eccezionale, per cui evidentemente sono io che ancora non capisco. a live wine lo riassaggio, se mi passa il raffreddore.

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denuncio il fatto che daniele ricci mi ha messo a vendere il timorasso. non me la sono cavata male solo perché i suoi timorasso si vendono da soli. sì, lo so, non sono credibile, daniele è un amico. posso solo suggerire di assaggiare i suoi vini, apprezzando la diversità delle annate e cercando di capire o immaginare quanto somiglino a chi li ha fatti.

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anna di cascina boccia, o dell’incontrare chi si conosce solo a mezzo internet. il che è buffo. già faccio fatica a riconoscere persone nei luoghi dove non mi aspetto di incontrarle, con corollario di figure di menta fritta assortite, per cui figuriamoci cosa capita con chi non ho mai visto dal vivo. a volte, quando mi imbatto in una faccia che mi ricorda qualcuno conosciuto sull’internet, mi freno dal salutare, ché chissà se poi è davvero lui/lei, chissà se si ricorda, se mi riconosce.
anna sta nell’ovadese e i suoi vini sono fatti bene, tradizionali, buoni. e con prezzi contenuti, il che non guasta mai. a milano, sponda live wine, dovrebbero esserci.

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vabbeh, da rocco di carpeneto ero passato solo per salutare. poi uno si mette a chiacchierare e assaggia di nuovo.
conosco i loro vini da un anno, provati più volte, e molto mi piacciono. sono centrati su un frutto che non ha nulla di statico, sfrontati, diretti, energici eppure amichevoli. e hanno nomi che non si dimenticano, come rataraura, la barbera pipistrella. l’ovadese è una zona che sta vivendo una stagione di riscoperta, al grido di ovada revolution. qui lidia e paolo portano avanti un loro personale discorso di territorio che unisce tradizione e modernità.

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da marilena barbera ci si sveglia con il sole, che filtra dalle tende insieme al profumo di salsedine. si fa colazione con un rosato di nero d’avola, ché il caffelatte è roba da nordisti, e poi, a metà mattina, un bicchiere di inzolia con le arancine [femmine, per carità!], due dita di grillo a pranzo, il tonno alla piastra con le arance a fare da contorno. e ancora nero d’avola, il pane con la meusa, un bicchiere di perricone, il catarratto semi-passito, una fetta di cassata. appena svegli ed è già ora di andare a dormire.
in attesa di sapere cosa ne sarà del vino perpetuo [non credevo, mea culpa, si facesse anche a menfi], mi colpisce la decisione, l’idea, di fare un vino come una volta lo facevano i contadini, quando non c’era corrente elettrica, la tecnologia era un bastone di legno e si poteva contare solo sulle proprie forze. da uva zibibbo di una piccola vigna, vinificata secca, nasce un vino simbolico che si chiama, simbolicamente, ammàno.

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antonio cascarano [camerlengo] è vulcanico come le terre del vulture, perfino lavico. sorride, ride, racconta, parla, gesticola, non si ferma mai. io, che di una defunta associazione fui gran camerlengo, non potevo non andare a conoscerlo.

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viviana malafarina, ancora vulture [basilisco]. per motivi anche affettivi conosco meglio l’aglianico campano e il suo fratello maggiore, il taurasi. la mia minima cultura sui vini della basilicata nasce da antiche degustazioni per le quali sono riconoscente a davide, compagno di corsi ais e appassionato del vulture. gli aglianico di basilisco, rispetto ad alcuni di quei lontani assaggi, mi sembrano più liberi dalle catene dell’alcol e/o del legno, dotati di grazia e bellezza senza rinunciare alla loro forza.

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case corini e la maliosa: ecco, altri che sorridono. piemontesi e toscani, rossi i primi [di nebbiolo e barbera], bianchi i secondi [trebbiano, procanico e nommiricordoppiù].
a proposito di quanto dicevo sopra, a volere fare una degustazione valutativa classica qui i difetti ci sono. eppure i vini si bevono con golosità, non lasciano indifferenti e c’è questo nebbiolo, per il quale non ho termini di paragone, che mi ritorna in testa. e ancora. e ancora. vai a capire.

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il territorio pisano non ha grande fama. incontro fabrizio, titolare di la mercareccia, dove produce ottimi rossi. l’impressione immediata è di uno con cui è piacevole andare a cena per chiacchierare sulla qualunque. ha una bella faccia, i modi garbati e pure un bel maglione.
se comincio una cosa la finisco, mi dice. e aggiunge: sto vivendo la mia terza vita.
a me lo dice, che ancora devo finire la prima.

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quando su facebook ho visto una foto scattata dal buon vittorio rusinà, che era stato a piacenza il giorno prima di me, mi è presa la curiosità di assaggiare i vini di podere orto.
che bella famiglia, quella che se ne sta a due passi da un trivio che divide il lazio dalla toscana e dall’umbria. che si divide i compiti, anche dialettici, tra marito e moglie che si prendono in giro e mi danno quell’impressione di casa, di calore, di affetto.
vini molto buoni, bianchi e rossi da uve tipiche delle tre regioni confinanti. anche loro dovrebbero essere a livewine.

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in incognito, con il viso celato da un grosso paio di occhiali da sole. a piacenza si poteva incontrare anche un ineffabile badante. si aggirava tra i banchi di assaggio, impugnando l’inseparabile calice da nebbiolo portato da casa, in attesa che il badato finisse di parlare.
evento che si verifica solo nella fase r.e.m.

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