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a gennaio le ostriche sono più buone. il francese è una lingua complicata, con la negazione talvolta messa alla fine [oltre alla misteriosa assenza del numero ottanta. per non dire della meraviglia di aussi] e deglutita nel resto della frase. così non ho capito subito la differenza tra creuse e huitre.

rennes. pioviggina. si apre un portone. ne esce un uomo alto, stempiato, sui quaranta o quarantacinque. indossa un maglione scuro, forse nero, con un paio di jeans e un cappotto corto e bianco. al collo porta un foulard rosa. apre un ombrello blu e si avvia verso la sua colazione, passandomi accanto con i suoi splendidi stivali.
da donna.

mont saint-michel è bellissima. da lontano. è bellissima. dalla sommità.
c’è un problema di romanticismo, anche, dietro al sottile fastidio di vedere, nelle strade che portano all’abbazia, solo negozi di cianfrusaglie, ristoranti, alberghi, improbabili musei.
per fortuna piove, ché non sono luoghi da visitare con il sole. i monumenti, d’altra parte, si possono conservare solo se producono profitti. dovremmo prendere esempio.

saint malo. la zona degli alberghi sul mare, con la passeggiata, la gente che cammina sull’enorme spiaggia rossa. i tronchi piantati in verticale a cercare di fare da argine alle mareggiate. le conchiglie svuotate dai gabbiani. i ragazzi che scendono dalle auto già con la tuta di neoprene addosso e si fiondano in acqua con le loro tavole. c’è il sole.

bourges è un posto strambo con una cattedrale incredibile, una delle più belle che abbia mai visto. eppure la sera le strade sono deserte e trovare un ristorante aperto il 1 gennaio è impossibile. a meno di non ripiegare su una pizza da asporto o su una gastronomia cinese o su un salvifico sushi.

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non ho capito se i bretoni siano gentili o cafoni. alcuni sono cafoni. altri, come la signora dell’albergo di saint malo, sono talmente gentili da non sembrare umani.

non potrò mai amare il sushi per un motivo banale e semplice: il riso troppo cotto è per me inaccettabile.

a rennes può capitare di sentire delle urla senza capire da dove provengano. a un certo punto si nota del movimento. gente che accorre da sinistra e da destra in un punto che si mette a fuoco sul tuo nord est.
lì si accalcano nordafricani che si puntano il dito contro, si spintonano, uno cade.
quando vedi arrivare un ragazzo panzuto, con qualche segno rossastro sul viso e un bastone in ogni mano, pensi che la cosa migliore sia togliersi di lì. una botta in testa, fosse solo per cortesia, non si nega a nessuno.

se non c’è l’alta marea, a saint malo vale la pena andare anche solo per camminare sulla sabbia prima di cena. o dopo colazione.

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una donna di mezza età, di fronte alla chapelet de saint michel, mi affronta brandendo dei fogliettini di preghiere. mi chiede se sono spagnolo. “ah, italien!”, dice, cacciandomi in mano uno dei suddetti foglietti. sostiene che io debba pregare tantissimo. “pour la protection! protection! protection!”.

a cancale, chiacchierando, passiamo davanti alle vetrine del ristorante. una coppia, dentro, sta consumando un piatto di lumache di mare, i bulot. la frase si tronca, ci blocchiamo, mi afferra un braccio ed esclama a denti stretti, tutto attaccato: “pporcaputtana”.

le autostrade francesi sono piene di pregi e zeppe di difetti. care, ricche di servizi, con aree di sosta accoglienti e da noi impensabili, popolate da autovelox di ogni forma e dimensione e con limiti di velocità mutanti. [attendo almeno un lettera, prossimamente, da chambery].
seguono il territorio senza spianarlo più del dovuto. salgono e scendono e curvano, assecondando salite e depressioni.

ogni volta che incrocio una ragazza bella, in francia, non posso fare a meno di pensare, riflesso condizionato e insopprimibile, che lei, a casa, non ha il bidet.

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con le decorazioni natalizie è una partita persa. gli alberi di natale francesi sembrano provenire dal mondo di tristezza, con grossi fiocchi di luccicante carta da pacchi al posto delle palline di ordinanza. o con gli aghi pitturati di bianco, da abete anziano. senza luci, con i rami bassi. alberi tristi, abbandonati, sfigati, tagliati per crudeltà, messi lì a casaccio.

a mont saint-michel ho desiderato andare fino dai lontani tempi di una sanguinosa storia di magnus.

saint malo è pulita, ordinata, tutta in pietra. fu praticamente rasa al suolo nella seconda guerra mondiale, mura a parte, per cui non c’è niente da vedere, a parte la spiaggia di cui sopra. ma camminare per le sue strade è bello.
la cattedrale, dall’orribile facciata, è ovviamente chiusa. ospita, su un suo lato, negozi di biscotti.

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a dinan stiamo troppo poco. cercando di uscire dal dedalo delle deviazioni e delle strade a senso unico, occhieggio una città incredibile. pietra e legno. case che hanno la facciata bovindesca che si protende sopra i marciapiedi, sorretta da grossi pali, a formare improbabili portici. l’impressione di solidità è proprio un’altra cosa. eppure.

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a bourges da una rigattiera compro un libro che non potevo non avere.

il ciapaciapismo francese ha livelli da noi impensabili. a mont saint michel vendono una decorazione da appendere [all’albero di natale?] in stoffa, rotonda e di diametro inferiore a dieci centimetri, consistenza da presina da cucina. bianca e dorata sui bordi, con il faccione cartonesco, nero e sorridente di una pecora. costa 11,90 euri.

va bene scaldare con il microonde. ma i camerieri che arrivano correndo, sostenendo i piatti con degli asciugamani e quasi urlando chaud chaud chaud e attention si vous plait, sono al limite del grottesco.

a chartres c’è una cattedrale con la facciata altissima. e basta.

la vita notturna dei francesi non parigini, anche in centri di media/grande dimensione, è paragonabile alla savigliano by night del giovedì sera.

dice marilyn: “la luce è la prima cosa”.

le ringhiere sui cavalcavia dell’autostrada che attraversa la borgogna sono gialle. poi blu. poi verdi. poi rosse. poi.

trentatre ore in auto in cinque giorni sono proprio tantine.

olivier de moor, parlando di un suo chablis, sostiene che andrebbe bevuto al meglio uno o due giorni dopo la stappatura. l’anidride carbonica contenuta nel liquido, una volta tolto il tappo, viene rilasciata e forma uno strato di protezione dall’ossidazione, rendendo il contatto con l’ossigeno più lento e graduale.
in effetti l’anidride carbonica ha un peso molecolare maggiore dell’ossigeno. chiedo conferma a un produttore italiano, mi risponde che è una cosa possibile, che può succedere.

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digerisco poco il burro. per questo, a casa di marilyn ho fatto colazione con appena due croissant.
e due quarti di baguette burro e marmellata.

a bourges mi sono ricordato di una vecchia riflessione sull’umanità che se ne sta lì, bloccata, da almeno cinque anni. nacque sempre in francia, dentro la cattedrale di amiens. ogni tanto si rifà viva a chiedere attenzione.

il nord mi è sempre piaciuto. non è una questione di malinconia, è per via dei colori. al nord la luce è diversa, più fredda, pulita. ci sono i grigi, i verdi, i marroni. i blu. anche le facciate delle case rifuggono i colori caldi. e poi c’è la pioggia, c’è il vento.
non riesco ad immaginare nulla di più rilassante.

olivier de moor è anche un commerciante. conosce perfettamente il valore del denaro. sembra timido ma quando comincia a parlare svela un’intelligenza obliqua, anche pragmatica, non banale. contadino scarpe grosse e cervello fino, ha mano felice con la matita [disegna lui tutte le sue etichette] e con l’uva. non capisco quanti anni abbia, né riesco ad attribuire un’età a sua moglie alice.

oltre il traforo del frejus, rientrando, sta l’abisso tra la manutenzione del manto autostradale francese e italiano. il primo è liscio, drenante con la pioggia. il secondo è sprofondato qua e là in avvallamenti più o meno profondi, buche, crepe, spaccature, salti. la sicurezza, dicono.

le vetrate della cattedrale di chartres si possono guardare per ore. meno divertente è entrare e trovare la navata centrale tutta impacchettata per i restauri. e nemmeno mi piace il restauro settecentesco intorno all’altare, ma immagino non si potesse fare altrimenti.

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il modo migliore per affrontare gli ultimi 640 km è prepararsi con una doccia. poi colazione, poi una doccia, poi un bagno turco, poi una doccia.
infine una doccia.

la cattedrale di rennes di domenica è chiusa.

a saumur arriviamo a fine giornata, perciò niente visita. il sole tramonta e bisogna proseguire. tuttavia percorrere la strada che costeggia la loira, con la luce orizzontale del sole ad illuminare il castello in lontananza, ha qualcosa di emozionante. tocca fermarsi un attimo.

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un medico che sposa un’estetista corrisponde ad un antico ideale di felicità coniugale: sposare una sciampista.

gli automobilisti francesi sono molto più disciplinati di noi. [non ho ne ho insultato nemmeno uno]. sembra quasi di essere a biella.

la maledizione del fuori stagione. tre cattedrali e due castelli chiusi, una cattedrale e un castello in radicale ristrutturazione.

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riflettendo. mont saint-michel è molto meglio da fuori che da dentro.

eppoi con la bassa marea guardare quell’assenza di mare è un qualche cosa.

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bretagna e borgogna presentano quella che è una mia campagna ideale, alternativa all’altro modello, il chianti. dislivelli continui, pianori, collinette. spazi enormi, che sembrano, che mi fanno pensare a quelli infiniti al di là della siepe.

l’andouille.

che vita conduce una donna che trascorre le sue giornate in una roulotte apettando che i turisti di passaggio, in piena campagna, notino le insegne sulla casa di fronte che promettono sidro e calvados [il calvàdos, come diceva un mio vecchio cliente con accento sabaudissimo: “le piace il calvàdos?”. e me lo regalava per natale], che vita conduce, dicevo, una che esce dalla roulotte, attraversa la strada sfidando il vento, che ti apre la porta per condurti in una cantina con le botti e i muri che farebbero la felicità di tutti gli uffici di igiene della penisola, che ti vende il suo sidro, il suo calvados per poi riattraversare la strada e rientrare nella sua roulotte quando i turisti, caricate le auto, sono andati via?

la commesssa del carrefour dice, in un italiano sibilante e cortese: “questo formaggio è molto grasso, ma anche molto buono. ve lo faccio assaggiare, se voi volete”. noi vogliamo.
è di milano, in francia da ventanni. “la mentalità francese è molto diversa”. chissà se a quella mentalità si è abituata.

comperare del vino in francia è sempre un’odissea. sarà la citata maledizione del fuori stagione, sarò io. ma quando individuo un’enoteca [sempre in qualche anfratto nascosto della città] o non ha nulla di interessante o è chiusa o non ci si può andare per motivi contingenti.
questa volta devo essere grato a chi ha pensato di fare una deviazione per un giro in una cantina distante cinquantasette km. spero si sia divertito, la rosette era sua di diritto.

leggere il menu [la carte] dei ristoranti francesi mi rinforza nella convinzione che in francia, fuori da parigi, non ci siano vegetariani né, sopratutto, vegani.
secondo un autorevole parere potrebbero essersi estinti per selezione naturale.

e, niente, questa cosa del bidet proprio non la supero.

[grazie a margherita, annalisa, sofia, lorenzo, carlo e a dominicò, tour operator senza pari né dispari].

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