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primi di settembre, mente riposata, sole tiepido, aria fresca, strade poco trafficate.
quando gira così è tutta vita.
arrivo in anticipo all’appuntamento, che è al ristorante scannabue. saluto gigi e conosco finalmente paolo. prendo un caffè, facciamo due chiacchiere in attesa degli altri.
una volta rilevato che le ragazze/fanciulle/giovinotte che popolano san salvario sono da peccato mortale, specialmente se girano con cane al seguito, lo spirito si ricompone e si può andare ad incominciare.
frank cornelissen è di nuovo a torino, questa volta da scannabue. il mandante è il suo distributore per il piemonte, luigi fracchia.
è da tempo che desidero ascoltare cornelissen e senza dubbio farlo a torino è per me più comodo, anche se meno romantico, che farlo sull’etna.
che impressione mi fa?
ha qualche anno più di me, sta sotto il metro e ottanta, fisico asciutto. sembra timido, non certo imbarazzato. ha scelto una camicia color salmone che io piuttosto andrei a torso nudo per strada, portata con un paio di pantaloni beige a vita alta, comodi, dalle tasche ampie. gli occhiali da lettura hanno la montatura rossa, gli occhi brillano.
quando parla è molto tranquillo, molto diretto. spiega senza fretta da dove viene, cosa fa, cosa pensa.
ecco, l’impressione è quella di un uomo consapevole.
nella vita ha fatto il broker di vini fino al 2000, quando le pendici dell’etna non erano ancora considerate tra i luoghi dove praticare una viticoltura di qualità. come capita ad alcuni che frequentano il mondo enologico stando fuori da vigne e cantine, il salto dall’altra parte della barricata ha avuto una motivazione anche filosofica. l’idea alla base di tutto è quella di riuscire a produrre “pietra liquida”. è un concetto che ritorna. partire dall’uva per creare un vino di territorio, senza scorciatoie né aggiustamenti in cantina, senza legno, senza compromessi. un liquido che derivi direttamente e necessariamente dalla pietra lavica sulla quale crescono le vigne, proiettando in chi lo beve l’immagine del luogo dove è nato.
nel 2000 siamo in pieno periodo eno-storico dei vini del nuovo mondo: iperconcentrati, corpulenti, con lo stile tipico dei vini statunitensi o australiani. frank li chiama “marmellatosi”. il futuro, nel 2000, sembra segnato. pochi lungimiranti capiscono che è invece il momento di correre a fare acquisti in borgogna, mannaggia a’mmè e a chi non me lo dice.
[chi sa dire come sarà il vino che gli piacerà fra dieci anni? il gusto personale, al di là delle mode, cambia con ritmi che non possiamo indovinare].
frank parte controcorrente. senza nulla sapere di viticoltura e di vinificazione, procede con calma. è deciso ad imparare da chi ne sa di più. si fa aiutare dai contadini del posto, apprendendo sul campo con curiosità e desiderio. se l’obiettivo, da subito, è quello di arrivare a produrre vini eleganti, chi ha bevuto le sue prime annate e oggi le paragona alle ultime vede chiaramente la strada percorsa. porto la testimoniare di un munjebel rosso 2007 esplosivo, un vino che ti obbligava a prendere posizione. buonissimo eppure zeppo di difetti. resta molto da fare, dice frank, ma la strada oggi non è più in salita.

l’azienda produce circa 70.000 bottiglie l’anno, eppure gli ettari a vigna sono ben 18,5. si contano 15 particelle, delle quali 5 vinificate come cru. un numero che, nelle intenzioni, è destinato ad aumentare. i vini della vallata nord dell’etna, secondo frank, sono i più espressivi. ma l’auspicio è di vedere in futuro una zonazione dettagliata di tutto il territorio del vulcano.
“ho ancora 20/25 vendemmie da fare. il mio tempo è molto limitato, guardo alle nuove generazioni che lavoreranno anche per differenziare le zone dell’etna”.
non ha portato i cru del suo rosso munjebel. l’annata 2014, che ritiene eccellente, sta avendo un’evoluzione più lenta del solito, necessita di più tempo. ce ne faremo un’idea, perciò, co il munjebel “base”.

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MUNJEBEL BIANCO 2014.
dieci anni dalla prima vendemmia, quella del 2004. uno dei primi bianchi macerati in italia, nel bicchiere ha colore dorato, molto velato. si compone di due uve: il grecanico dorato, per dare corpo e rotondità, e il carricante, a conferire acidità, spinta ed esuberanza.
di norma viene vendemmiato tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre, ovvero alla fine del ciclo vegetativo della pianta, quasi fuori tempo massimo: “dopo non c’è più margine di intervento”. la porosità del terreno in questo senso aiuta, ma ci sono comunque limiti. il 2013 aveva costretto ad un anticipo di vendemmia, mentre la 2014 è stata un’annata più regolare.
per frank sull’etna non ci sono grandi bianchi e a sentirlo parlare sembra quasi non credere alle potenzialità del suo stesso vino. allora perché produrlo? per sfida, per imparare. e perché la qualità migliora di anno in anno, per capire fin dove si può arrivare.
ha naso di agrumi, anche pompelmo, cui segue una speziatura quasi balsamica, da erbe dell’orto. un vino che non sta fermo, con acidità che vibra sul palato e notevole sapidità. corpo e verticalità. contiene più di uno spigolo confermando all’assaggio tutto quanto anticipato a voce da frank. lo lascerei un paio d’anni in cantina, ma a me è piaciuto.

SUSUCARU 2014.
è il rosato che non è rosato. a partire dal colore, che è piuttosto un chiaretto. da cofermentazione di uve a bacca bianca e rossa: moscadella (a dare aromaticità), malvasia, catarratto e inzolia (al contrario, a ridurre l’aromaticità spinta della moscadella) da un lato, nerello mascalese (per dare struttura: “la schiena”) dall’altro. nasce nel 2003, frutto, come spesso capita con i rosati, di un’annata climatologicamente difficile. frank comincia a produrlo per il consumo personale, con uve per circa il 50% bianche. poi l’importatore per il giappone lo assaggia e glielo chiede. insiste e glielo compera tutto. da quel momento il susucaru, rosato che rosato non è, viene prodotto ogni anno.
sapidissimo, quasi salato, di bevibilità eccezionale senza essere banale. annusandolo si avverte una componente volatile che però fa più che altro da precursore di aromi e non risulta fastidiosa. nel pranzo che ha seguito la degustazione vera e propria si è abbinato sorprendentemente con ogni singolo piatto, dalla cruda all’insalata russa al vitello tonnato ai sensazionali plin [ripieno ai tre arrosti, conditi con burro di montagna, sfoglia come si deve] agli spaghetti con porcini alla guancia brasata.

CONTADINO 2014.
nasce come vino semplice. si chiama così perché il contadino dell’etna vinifica per sé tutto quanto produce nella sua vigna, senza curarsi se l’uva sia bianca o rossa. in omaggio a questa consuetudine, nel rosso contadino di frank coesistono uve nere e uve bianche. le prime sono rappresentate da nerello mascalese (per circa l’85%), nerello cappuccio, una varietà di alicante e un’uva che sul posto chiamano uva francisa, senza sapere dire di cosa si tratti. l’uva bianca è la minella bianca, che dà acidità, ma la cui funzione primaria è quella di comporre il puzzle rosso/bianco.
“tutti gli altri vini rossi sono da nerello mascalese in purezza. questo, però, ha un tocco di gioia”.
dopo le difficili annate 2011 e 2012, che hanno dato vini non perfettamente riusciti e con un’alcolicità preponderante, frank ha cercato di migliorare la finezza. dalla vendemmia 2013 per il contadino ha iniziato ad utilizzare le uve di una vigna di contrada romitello, sempre sul versante nord. una zona difficile, la più intemperante dal punto di vista metereologico. i vini che ne derivano sono meno alcolici, più eleganti, con un tannino setoso e maggiore mineralità, inclusa una sensazione ferrosa che deriva dai porfidi del terreno. gli effetti del nuovo corso, già molto evidenti nell’annata precedente, si confermano nella 2014.

MUNJEBEL ROSSO 2014.
assemblaggio di cinque particelle: per ogni cru di munjebel rosso una vasca viene destinata al munjebel cosiddetto classico.
“è il vino che io chiamo aziendale, perché dimostra la qualità del versante nord dell’etna”.
come un barolo generico per un produttore di langa, spiega: quanto di più vicino a quel concetto di comunione tra eleganza, corpo e frutto che persegue con convinzione.
“è un vino serio. non lo dico austero, ma compatto. ha un tannino molto fine, di nerello mascalese, che mi è sempre piaciuto molto, come nel barolo. sono privilegiato a lavorare con il nerello mascalese perché mi rimanda al barolo, vino che ho sempre amato, e vi aggiunge la forza del mediterraneo”.

MAGMA 2013.
il magma persegue la ricerca del “grand vin” da unica vigna. deriva da piante di piede franco, piantate nel 1910 in un vigneto, il barbabecchi, in posizione nord/est. è una posizione fortunata, che consente di prendere la prima luce del giorno e di godere di notevoli escursioni termiche. è un vino che ha sempre qualcosa di molto fine da raccontare, ma richiede più tempo degli altri.
“voglio che i miei vini siano compatti, per mantenere il frutto. l’eleganza si deve esprimere col tempo”.
di solito viene prodotto con 4 mesi di macerazione, per il 2014 è bastato un mese e mezzo.

l’assaggio dei rossi 2013, paragonato ai 2014, consente di fare delle [timide] previsioni sull’evoluzione dei vini, al di là delle peculiarità dell’annata. mi riferisco a questa degustazione ma pure ad altri assaggi fatti nel corso dell’ultimo anno. di sicuro posso dire che entrambe le annate non temono l’invecchiamento e che, anzi, questo porterà ad ulteriori miglioramenti. il 2013, con più frutto, si contrappone al 2014, che si concede con parsimonia, più ritroso. l’esperienza suggerirebbe che il meglio arriva sempre dopo, che la fretta è brutta e cattiva. ma, insomma, di mestiere non faccio il veggente. quindi, se devo scegliere, oggi bevo i 2013, susucaru a parte, e domani berrò, forse con superiore soddisfazione, i 2014.

e le bottiglie?
a domanda sul perché le bottiglie di susucaru siano di vetro trasparente, frank risponde con un sorriso.
il vetro, prodotto con silice, è naturalmente trasparente. in questo modo il contenitore diventa un messaggio visivo per parlare del contenuto.
quanto ai tappi frank, predilige quelli in materiale sintetico. il sughero secondo lui è una chiusura che non ha nulla di sicuro, una chiusura che è rimasta indietro con il tempo. “il vino che sa di tappo non è un problema”, dice: “lo sostituisco subito e lo spedisco con il corriere. ma un vino che sa di tappo trasmette poca attenzione per quella singola bottiglia”.
e lo stelvin?
lo stelvin, se non è ermetico al 100%, potrebbe funzionare bene. ma un tappo di tipo tradizionale, secondo frank, lascia passare l’aria in modo più uniforme, sia intorno al collo della bottiglia che attraverso il tappo stesso, mentre lo stelvin si limita a un passaggio dai bordi. che posso dire? sono filosofie.
parliamo anche di zone adatte a produrre grandi vini, di saumur, della borgogna, che lui distingue qualitativamente tra cote de nuits e cote de beaune. parliamo di nebbiolo, della langa, delle differenze tra il barolo di una volta e quello di oggi, dei vini del nord del piemonte, del gattinara, del boca.
frank cornelissen è una persona con cui è piacevole discutere ed è un produttore di vino appassionato di vini. a pranzo ha offerto a tutti i presenti una magnum della cuvée marguerite di j.f. gavenat, annata 2010. uno chardonnay dello jura che per me è stato come vedere la madonna.
poi, con mille pretesti, si è stappato anche altro.
collecapretta [selezione le cese 2009: sangiovese dal naso di caffè, funghi, sottobosco d’autunno, carne. grande bottiglia], serafino rivella [barbaresco montestefano 2010. ha fugato ogni mio dubbio sui barbaresco di rivella. frutto, corpo, finezza: amen], emmanuel brochet [champagne e.b., le mont benoit: in prevalenza pinot meunier, delizioso. mi ha ricordato un po’ selosse, ma arrivato a questo punto ero già provato], denis montanar [uis blancis 2009], una magnum di champagne di piollot, il sec demi 2001 di casa caterina.
e poi.
poi sono morto.

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http://www.frankcornelissen.it/

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