si vada a vedere youth, il nuovo film di sorrentino, perché è michael caine.
nella vita bisogna essere di parte e io, da quando mi ricordo, parteggio per questo formidabile e bellissimo attore, pur non amando per nulla la categoria degli attori. un uomo che prima che io nascessi disse al mondo intero che anche noi, alti e con gli occhiali spessi un dito, potevamo essere attraenti per le donne.
michael caine è il film. ma questa volta non è un complimento.
ne è il protagonista, anche se dopo un’ora abbondante di racconto scompare improvvisamente dalla scena, lasciandola ad harvey keitel per una ventina di minuti. riappare, infine, per condurre la storia al suo banale e catartico epilogo.
i trucchi narrativi utilizzati da sorrentino questa volta non funzionano. il film, a dispetto dell’abituale ed eccezionale gusto estetico per inquadrature e scene [bravo bigazzi, anche se un paio di svarioni qui ci sono], non funziona. è un coacervo disordinato di simboli, alcuni dei quali [la pallina da tennis] comprensibili sopratutto ai maschi della specie, altri [il monaco tibetano] prevedibili e semplicistici.
la casa di cura e villeggiatura sulle montagne svizzere è il mondo chiuso dove gli artisti si ritirano dalla vita e vivono. qui possono credere di essere stati dei buoni mariti/padri o di essere ancora dei grandi registi. chi scende a valle ed esce dal recinto si scontra con la realtà ed è costretto a tornare indietro [rinchiudendosi nella stanza dove vive e lavora e dorme con il proprio padre]. l’equilibrio [di queste vite? di tutte le vite?] può essere trovato nella tensione verso l’alto, verso il sublime. componendo canzoni semplici o arrampicandosi sulle rocce o restando appesi nel vuoto abbracciati a chi ci protegge. ma anche urlando verso la cima di un albero mentre ci si fa scopare contro il suo tronco esorcizzando la paura della morte.
non c’è una storia vera e propria e anche per questo, credo, qualcuno parla di film lento. lento è, ma per chi è abituato alle corazzate kotiomkin o alla cinematografia orientale di qualche anno fa, questo non è necessariamente un difetto. il vero problema è che questo film, che dovrebbe vivere di dialoghi e immagini e simboli, mescola tutti i suoi ingredienti senza un vero piano, finendo per sfilacciarsi in un’inconsistenza superficiale.
eppoi strizza l’occhio, cosa che trovo disonesta in tutte le forme d’arte. come quando se ne esce con rivelazioni che dovrebbero essere emozionanti, mentre restano di maniera. [esempio: quello che michael caine dice sull’imparare ad andare in bicicletta, nello studio del dottore, davanti alla gabbia del merlo indiano]. le parti oniriche sono prive di forza [il regista di fronte alle sue attrici, dopo la partenza del suo gruppo di sceneggiatura. si ripassino i sogni di fellini per un confronto impietoso]. i dialoghi spiritosi nascondono un umorismo stantìo [la figlia che insiste per sapere cosa ha detto il marito a suo padre. salvo poi]. la sceneggiatura è prevedibile [miss universo che dice al giovane attore che lei ha adorato quel certo suo famosissimo film. e la ragazzina che, invece, gli dice che ne ricorda un altro].
youth è privo di un suo ritmo, lento o veloce che sia, e non dice nulla di nuovo o originale o stimolante sulla morte che si avvicina, sulla fine della giovinezza, sull’irreversibilità del processo di invecchiamento, sulla corruzione del corpo [e sulla sua resistenza]. non suscita neppure sorpresa quando svela che alcune cose non sono come sembravano.
siamo sempre lì: ci emozionano i film o i libri che parlano di noi. però io se voglio fare qualche riflessione originale sulla vita e sulla morte preferisco leggere philip roth. qui guardo michael caine e basta.

sorrentino ha scelto un cast internazionale di attori famosi, qua e là anche molto bravi, per raccontare, a dispetto del titolo, la vecchiaia. [e dell’eternità conferita dall’arte: stravinsky è vivo e lotta insieme a noi]. la vecchiaia di un’elìte variogenere di intellettuali, tutti molto ricchi, tutti senza contatto con la vita reale, tutti costretti a fare i conti con la morte.
sorrentino è troppo giovane per fare la fine del mio amatissimo bertolucci, uno di quelli che mi hanno fatto crescere, che ormai da tempo si occupa solo di pseudo intellettuali e altoborghesi. quel cinema è finito, sorrentino stia attento.
come insegnava miles davis, bisogna suonare solo le note necessarie. e questo film non era necessario. non era necessario questo cast. il cast [michael caine] è il film. il film è nulla.

ultima riflessione, che è pure una domanda.. scrivo per capire meglio quello che penso. per me funziona sempre e da sempre così. quindi mi chiedo: mi devo forse vergognare perché dico che youth è un film brutto?
ma col cazzo.

[la cosa più bella, quella che mi rimane, è un’immagine. la massaggiatrice, quella con l’apparecchio per i denti, che balla da sola [cit.] al ritmo di un videogioco].

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