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“La qualità dell’approccio è determinante e dona la possibilità di fare del vino una gioia della propria vita”.

sandro sangiorgi è un uomo robusto, porta gli occhiali e la barba, ha pochi capelli. a me sembra che sorrida sempre. è un uomo che parla come scrive, adoperando le parole con precisione, con una passione quieta, senza alzare la voce/il tono, senza il gusto della frase a effetto fine a sé stessa, privilegiando i concetti che ritiene importanti. è bello ascoltarlo ed è bello leggerlo. è pure utile, senza che sia obbligatorio essere d’accordo con tutto quanto pensa. [e quando mai].
c’è una frase, verso la fine di questo suo libro, dove dice del sentimento di gratitudine verso chi gli ha insegnato qualcosa. a me ha fatto venire in mente una conversazione con una persona da cui avevo appreso i primi rudimenti della degustazione. si parlava della mancanza di gratitudine verso maestri e insegnanti.
a chi devo essere grato per le poche cose che so sul vino, sui vini, sull’enologia, su?
sono di formazione anarchica in quasi tutte le cose. non certo per presunzione, ma probabilmente perché ho costruito il mio strampalato modo di ragionare in autonomia, preferendo andare dal filosofo invece che dallo psicologo [montalbàn docet]. affronto quanto mi viene detto con spirito critico, pure dubbioso quando mi sembra il caso. ma, anche quando non sembra, ascolto tutto e poi ci penso sopra. le persone che ho in mente in questo momento, mentre scrivo, e che qui non nomino perché i ringraziamenti si fanno a voce e di persona, hanno e hanno avuto una parte importante nel mio percorso. un percorso che parte dal vino e che non è mai stato esclusivamente rivolto al vino.
quando mi diplomai ai corsi ais mi dissero di stare attento: adesso sei un vigile del vino. il vino è una faccenda tutt’altro che semplice. per qualcuno può rappresentare anche uno strumento di potere, a me interessa come strumento di sapere. [e di bere, ovvio]. finora credo di essere stato attento.

il titolo è bellissimo, preso a prestito dal sonetto al vino di borges, e contiene tutto il libro: l’approccio, la curiosità, le tecniche, il pensiero, le convinzioni, lo studio, la conoscenza. e, appunto, la gratitudine.
l’approccio, sopratutto, mi sembra abbastanza nuovo, e mi riferisco a quando il libro uscì [io ho letto la seconda edizione, aggiornata e stampata a fine 2014. qui faccio un appunto: servirebbe un’ulteriore opera di revisione del testo, che contiene qualche ripetizione. ma sono dettagli]. nuovo perché ampio, tanto da riguardare l’approccio al bello, alla gioia, in tutte le sue manifestazioni: arte, musica, cinema, letteratura, vino. nuovo perché di matrice esistenziale.
la bellezza ci salverà, come ogni tanto dice qualcuno, e il vino per sangiorgi ha molto a che vedere con la bellezza. eppure non può ridursi a semplice edonismo e nemmeno può essere indagato con eccessiva oggettività. se il vino deve essere comunque valutato, ad esempio per stabilirne la qualità e la sanità, i metodi e le tecniche che utilizzano schede e punteggi sono troppo meccanici, a volte persino irrazionali, comunque inadatti a dare conto della molteplicità dei contenuti di una bottiglia.
e io? come la penso?
a me serve tutto. sono un degustatore ecumenico e se pure auspico un mondo in cui il vino sia un prodotto dal quale la chimica venga [quasi] bandita, bevo sia i vini cosiddetti naturali che quelli industriali. la degustazione tecnica di stampo ais mi serve per concentrarmi su alcuni parametri e su alcune caratteristiche da cui ho imparato e tuttora imparo a ricavare informazioni. ma se tenessi in conto solo quella non vedrei molto altro. perciò la degustazione sangiorgiana, più umanistica, mi fornisce l’approccio soggettivo che cerco, mi aiuta e mi consolida nel mio pensare, nella mia ricerca.
così, l’invenzione della gioia ha per me avuto l’ulteriore funzione di manuale di istruzioni.

è suddiviso in tre sezioni oltre ad un’appendice e termina con una raccolta di frammenti di poesie e romanzi. letteratura, insomma.
la prima sezione è una sorta di guida all’approccio. sono suggerimenti, in forma discorsiva e per punti, su come porsi di fronte al vino. è tralasciata l’orpelleria dei sentori di cuoio di barbagianni o di peonia fucsia della bergamasca citeriore, perché si vuole utilizzare il vino come “strumento per crescere” e non per fare la figura del cretino in società. per crescere attraverso il vino dobbiamo recuperare i sensi [tutti, tatto incluso] e metterli al centro della degustazione. è attraverso lo stimolo di più sensi contemporaneamente che il vino può portare a una conoscenza completa. ho sempre detto che il vino è un surrogato. in maniera più precisa, anche se con un significato leggermente differente, sangiorgi dice invece che è la “lente” che consente di mettere a fuoco la bellezza.
[se sto dicendo minchiate fermatemi. o fermatevi].
eppure anche i sensi da soli non bastano, perché “non esiste un vero piacere senza consapevolezza”. il degustatore che voglia essere consapevole deve educarsi, studiare, anche esercitando la memoria. sangiorgi parla, a questo proposito, di macro-senso, una sorta di sesto senso o senso ulteriore, che consente di “non fermarsi al tentativo di riconoscere un sentore” ma “di andare oltre, di scavare all’interno della propria soggettività” per aprirsi alla ricerca della comprensione del vino, prima, e di sé stessi, dopo. in questo modo la degustazione diventa “un’esplorazione della nostra intimità”.
l’educazione, quindi, coinvolge anche la soggettività. e qual è la prima cosa da fare per educare la soggettività?
“La descrizione”.
[tombola! poker! gol! scopa! kamchatka!].
per imparare qualcosa bisogna imparare a parlarne, a darne una descrizione chiara e comprensibile. questa cosa, che ripeto alla nausea con i miei figli quando si tratta di materie scolastiche, è per me verità cristallina. se sono in grado di descrivere e comunicare qualcosa è perché ho appreso un grammo di conoscenza di quella cosa lì.  ma non solo: “la descrizione delle proprie emozioni è la chiave della loro comprensione”.  descrivere il vino attraverso le emozioni e così comprenderlo e comprenderle.
è la seconda sezione del libro ad occuparsi del linguaggio. sangiorgi cerca di costruire un gergo nuovo e possibilmente, condivisibile per parlare di vino, nel sentiero tracciato da veronelli. vedete come si è passati da una prospettiva esterna a una visione dall’interno? io lo dico: leggendo questa parte mi sono pure un poco emozionato.
LIDG non è, però, un testo di filosofia. si parla del rapporto con il vino, del modo di parlarne ma pure delle tecniche per produrlo o degustarlo. si parla del contadino custode della terra, di biodinamica, di lieviti, di parassiti dell’uva, di storia, di terra. sono argomenti che non interessano? troppo tecnici? noiosi? male, molto male, malissimo. eppure anche questo non costituisce problema per il potenziale lettore. LIDG si può leggere anche saltando da un capitolo all’altro, in modo trasversale [o disordinato], come sostiene sangiorgi. io credo che sia meglio farlo dopo una prima lettura integrale, utile a dare forma al quadro. dopo si può tranquillamente aprire il libro, mentre fuori piove, per rileggersi il capitolo sullo champagne.
capitolo che sta nella corposa appendice, dedicata alle vinificazioni speciali: champagne, spumantizzazione, vini da meditazione [passiti, liquorosi, ossidati, vendemmie tardive], rosati e novelli.
per chi ai corsi ais si preparò sul testo “Il mondo del Sommelier”, è impossibile non fare un paragone con quanto lì riportato sulle vinificazioni particolari e sulle classificazioni di quei vini, impossibile dimenticare le bestemmie tirate a raggiera per cercare di capire che minchia fosse il palo cortado.
ecco, se a suo tempo dai testi didattici dell’ais si fossero eradicate le parti dove si parla di questi argomenti sostituendole con la presente appendice di sangiorgi, oggi vivremmo in un mondo migliore.

l-invenzione-della-gioia-copertina-2014

L’invenzione della gioia. Educarsi al vino. Sogno, civiltà, linguaggio.
di Sandro Sangiorgi
Porthos Edizioni
Pagine: 604
euro 35,00
http://www.porthos.it/

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