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al solito arrivo secondo.
preceduto come minimo da un articolo di fiorenzo sartore su intravino: però non posso non dire anche io che la tasting room di villa favorita 2015, evento clou di vinnatur, è un’idea geniale. per chi scrive e per distributori e importatori.
una stanza chiusa, luminosa, con dentro venti persone al massimo. tanti banchi allineati, un paio di bottiglie per produttore.
e silenzio. tanto, tantissimo silenzio.
giri, leggi, versi, assaggi, prendi appunti, guardi fuori dalla finestra. senza distrazioni che tu non voglia avere, senza informazioni. poi, se riesci ad avvicinarti ai banchi affollati, vai anche a parlare con i produttori e chiedi.
le chiacchiere si fanno meglio in cantina, con calma. il pellegrinaggio ai banchi di assaggio è un momento divertente e pure di conoscenza. ma la degustazione ha bisogno di pace e di riflessione.
e io ringrazio fronte a terra per il privilegio di essere potuto entrare lì dentro.

il viaggio.
in previsione di tre giorni fuori casa, si parte presto, si macinano chilometri in autostrada, si parla.
solo di vino. il che, me ne rendo conto, è straniante per chi non è abituato. visti da fuori probabilmente sembriamo degli psicopatici.
[probabilmente lo siamo].
sulla via recuperiamo un produttore amico in aeroporto per accompagnarlo ad un appuntamento, da dove partirà per un’altra manifestazione.
anche con lui si chiacchiera. di lieviti indigeni, sopratutto, perché sono curioso e non convinto di quanto leggo/sento in giro. come insegnava mia nonna: se non sai, chiedi.
ultimamente l’attenzione del dibattito enologico tra appassionati sembra essersi spostata sui lieviti, indigeni o variamente selezionati, sulle fermentazioni, spontanee o indotte, sui pied de cuve. si ritorna a parlare di terroir con un taglio in parte nuovo. è la moda del momento in società e se non sai cosa siano gli apiculati non sei nessuno.
molte delle cose che leggo in proposito non mi convincono. troppe certezze, pochissime sfumature, quasi nulli i dati scientifici. cerco di approfondire, di capire. un buon sistema è quello di parlare con produttori che stimo seri. che si pongono domande, che accettano la discussione, che non hanno ortodossie di pensiero.
interrogo, elaboro, controbatto, formo un mio pensiero senza fretta.
poi, magari, ci scriverò su due righe.

all’arrivo il cielo continua a promettere una pioggia che non manterrà. per fortuna, ché ho su un paio di scarpe con le quali avrei fatto la zuppa di piedi di porco. già la camminata sul prato dove si parcheggia, in pendenza e umido quanto basta, mi fa vergognare del mio incedere pinguinesco.

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la villa.
in alto sul poggio, è grande. è semplice nella struttura ed è bella, sia fuori che dentro. però, dentro, la differenza tra il paradiso al piano alto e il buio purgatorio sotterraneo è palese.
saluto francesca e chiara, di tunia, che rivedo e fotografo sempre volentieri. sopratutto francesca, che resta ogni volta contenta del risultato, mentre chiara questa volta è sfuggita all’obiettivo.
quindi mi fiondo a tamponare l’alcol che sta per entrarmi in corpo con un panino. non sputo quasi mai. non ne faccio una questione di snobismo, forse un po’ di eleganza. piuttosto bevo un sorsetto e butto via il resto. è un mio limite. se non deglutisco non riesco a fare tutta una serie di considerazioni che.
trovo un panino alle acciughe del cantabrico. lo addento. minchia. mi informo e dice che si trovano alla casa del formaggio di parma. per chi fosse interessato.
incontro mauro fermariello all’opera. è un bravo fotografo e un ottimo intervistatore, apprezzo da tempo il suo lavoro. mi presento, scambiamo qualche parola. anche sulle mie scarpe e sulle sue, acquistate a londra, scarpe che giura comodissime. mi ricordassi la marca.

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la tasting room.
in sala degustazione, come detto, c’è un silenzio ristoratore. arrivando per l’apertura ci sono dentro solo due giornalisti. si comincia subito.

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l’escluso (2011), di ca’ del vent, è il nome che il loro pas operé ha preso dopo essere stato bocciato dalla commissione che avrebbe dovuto sancirne l’appartenenza alla docg franciacorta. bocciato.
assaggiato in anteprima qualche settimana fa, mi era piaciuto parecchio, più del 2010, rispetto al quale presentava maggiore intensità e complessità al naso e una più elettrica freschezza.
l’esclusione è stata per me una sorpresa. nel verbale si scrive “evidenza di squilibrio” all’olfatto ed “evidenza di anomalia” al gusto. lo squilibrio, nell’italiano che parlo io, indica la mancanza di equilibrio, mentre l’escluso arriva netto e preciso ai recettori nasali, tra note di percoca, di agrumi e di grissino. e l’anomalia in bocca? vado a leggermi il disciplinare. ai millesimati recita:

  • profumo: fine, delicato, ampio e complesso con note proprie della rifermentazione in bottiglia;
  • sapore: sapido, fine ed armonico;

l’escluso è in linea.
quindi?
non mi piace chiamare in causa vini in questo caso “innocenti”, ovvero altri franciacorta che ricevono la denominazione ogni anno e che a me sembrano molto meno buoni [uso un aggettivo semplice, ci siamo capiti]. e non voglio pensare a una manovra politica, quella cui invariabilmente si imputa l’esclusione di un fiano o di un timorasso dalla denominazione relativa. leggo che l’escluso è stato bocciato perché tradirebbe le caratteristiche del “modello” franciacortino.
ora, siccome pensare a un modello, parlando di vino, mi fa orrore, siccome io di vino non capisco niente e siccome la lettura dei disciplinari mi fa periodicamente venire la uàllera, la pianto qui.
però, se vi capita, prendetene una bottiglia.

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tra gli champagne di tarlant mi colpisce la cuvée louis, prodotta a partire dai vini di riserva delle annate 1999 e 1996-1997-1998, metà chardonnay e metà pinot noir. presenta una lieve volatile che però non infastidisce né il naso nè la gola. ha profumi intensi di pane tostato, di pepe bianco, di pasta di mandorle e di albicocca disidratata. in bocca è vibrante ma anche sobria [detto di un vino], appagante e molto sapida.
standomi a distanza di conversazione, giulio armani mi dice che avverte un sentore di elicriso provenire dal mio calice. ho capito cosa intende, ma caprone ignorante di specie botaniche quale io sono avrei piuttosto detto osmanthus. mi fido di lui.

i cesanese di olevano prodotti da riccardi reale sono una bella sorpresa. ma non è la prima volta, il cesanese è un autoctono di rispetto. meriterebbe riscoperta e valorizzazione al di fuori dei confini laziali.
ricco di profumi di frutta e con una velatura speziata, il calitro 2013 ha consistenza polposa in bocca, con tannino presente ben sorretto da una dinamica acida che agevola la beva. lo preferisco al pur buono collepazzo 2013, più fine e morbido, meno materico.

due conferme da recenti degustazioni.
la prima è rocco di carpeneto. li avevo incontrati a piacenza, sponda sorgente del vino. vini di grande densità e altrettanta freschezza, dolcetto di ovada [la docg è ovada] e una barbera monferrina. è decisamente molto buona quest’ultima (2012) e io sto lentamente sviluppando una passione per il losna 2013, un ovada di grande frutto e di grandissima soddisfazione, tra naso e palato. me lo ero goduto a piacenza, me lo sono rigoduto a villa favorita.
la seconda conferma è casa raia, dopo l’evento vinnatur di genova. il loro è un brunello di montalcino lontano da qualunque idea di impatto o di pesantezza. riassaggiando il 2009 ritrovo l’eleganza di un vino giocato su un frutto inaspettatamente agile e cristallino. ha struttura solida, buona persistenza gustativa ed è sapido e molto vivo. attenderò e cercherò il 2010 [annata del brunello per tutti mitica anche prima di essere stata assaggiata], non ancora pronto.

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sempre buoni i vini dell’azienda siciliana cos, quella con le bottiglie strane. frutta croccante e fresca nel cerasuolo (2012), che in bocca si integra nell’acidità e restituisce un sorso sia delicato che persistente. molto fine, ma meno immediato, il cerasuolo classico delle fontane (2010).

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marco de bartoli è un’azienda fondata dall’omonimo vignaiolo [scomparso nel 2011] e rimasta per anni di nicchia, nota per lo più agli appassionati pur costituendo un autentico faro per i vini fortificati. senza dimenticare il classico grappoli del grillo o il vecchio samperi, che marsala non è, affinato con l’antico metodo soleras. ultimamente i figli di marco si sono avvicinati ad alcuni movimenti del vino naturale e artigianale, come appunto vinnatur o la fivi. le loro bottiglie cominciano ad essere più facilmente reperibili in giro per l’italia, le guide hanno ripreso a parlarne e il marsala viene finalmente riconosciuto come grande vino della tradizione italiana. suggerisco per approfondimento e considerazioni [che condivido, specialmente quelle che riguardano la necessità di dare conto delle zone e/o dei metodi di produzione] di leggere il bell’articolo di armando castagno sull’ultimo numero di vitae, la rivista dei soci ais. qui cito il marsala vigna la miccia 5 anni, che non assaggiavo da un po’. luce, complessità, bellezza. può essere bevuto con facilità, godendosi il piacere del momento. oppure, con altrettanta soddisfazione, lo si può indagare a fondo. potendo, scelgo entrambe le modalità.

chiudo il giro degli assaggi con uno straniero, muxagat, azienda portoghesa della regione del douro. mi sono perso, per distrazione mia, un suo rosso che mi era stato segnalato. e allora un bianco, il branco 2012: floreale e di pesca, coniuga al sorso delicatezza vellutata e freschezza briosa, affermandosi con buona lunghezza gustativa.

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intanto il mistero del podere sante marie è finalmente risolto.
circa.
a quanto dice marino, l’azienda si trova al centro di un triangolo formato da tre chiese. gli indigeni conoscono il luogo come le sante marie, mentre ufficialmente sarebbe santa maria.
quindi vale il plurale e vale anche il singolare.
o no?

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