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“La qualità dell’approccio è determinante e dona la possibilità di fare del vino una gioia della propria vita”.
sandro sangiorgi

adoro l’odore dello smog alla mattina, ha il profumo della… della… della… beh, dello smog. milano d’inverno, specialmente d’inverno, sa di smog.
il palazzo del ghiaccio di milano, sede del live wine 2015, è una struttura insospettabilmente celata dietro la facciata nera di un palazzo incastonato in mezzo ad altri due, in una via per il resto anonima. a milano hanno il gusto di accostare brutti edifici ad edifici ancora più brutti. è un senso estetico dal quale sarò sempre alieno.
tuttavia.
smetto di parlare male di milano non appena varco la soglia a vetri dell’insospettabilmente celata struttura. che si rivela bella. ampia, luminosa, con il pavimento chiaro, con il tetto bianco sostenuto da architravi di ferro verniciate di bianco. ed è semplice, ma visivamente di impatto, la scenografia: tanti banchi ordinatamente disposti, tutti uguali, con dietro un pannello di cartone [bianco] con su il logo del live wine, le coordinate da piantina, il nome dell’azienda, l’eventuale associazione e/o distributore di riferimento [vinnatur, fivi, triple a, etc.]. insomma, un bel posto dove stare, bere, parlare. certo, c’è dell’ironia nel fatto che si scelga una città industriale per organizzare una degustazione di vino naturale o biologico o biodinamico, ma tant’è. nella contraddizione si possono trovare gli spunti di riflessione meno attesi.
per valutare un vino è meglio starsene seduti, in silenzio, con la luce fuori e la pace dentro. in serenità. alle manifestazioni come il live wine, invece, non si valuta. ci si va per scoprire cose nuove, per farsi venire una curiosità, per approfondire una conoscenza, per dire una sciocchezza, per guardare le ragazze. [ma pure i ragazzi, ché, come diceva nonna mia, dove c’è gusto non c’è perdenza].
domenica 22 febbraio, nel palazzo del ghiaccio, oltre a me e all’amico michele c’era tantissima gente e mi sono divertito. non ho assaggiato nemmeno un vino che fosse cattivo. tutti erano quantomeno bene fatti. spunto acetico? ogni tanto. puzze? quasi mai. ridotto? in un paio di bottiglie uscite male di un vino comunque buono.

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di francesco GUCCIONE mi ero incuriosito leggendo le cose che di lui scriveva nicoletta bocca. vive e vigneggia nella contrada cerasa di monreale, in provincia di palermo. ha barba e capelli da padre della patria o da musicista dell’ottocento e uno sguardo azzurro che innamora le fanciulle. i suoi vini stanno fuori dai disciplinari e, per motivi indipendenti dalla mia volontà, non sono riuscito ad assaggiare nessun rosso. in particolare il perricone, che tempo fa mi era piaciuto parecchio. mi sono rifatto con i bianchi, tutti del 2013 e tutti promossi [si scherza, eh]. spicca il trebbiano, da vigne trentennali, vino macerato sulle bucce di bel bilanciamento e corretta estrazione. profumato e invitante, salato e fresco, al gusto potente e pure delicato. insomma, un vero maschio.

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un giro in friuli venezia giulia permette di toccare le differenze non [sol]tanto territoriali, tra carso e collio e cof, ma piuttosto di approccio dei singoli produttori. è stato molto divertente e istruttivo ascoltare le critiche avanzate, con parole oppure sorrisetti, da quasi tutti i vignaioli alle scelte di qualche altro corregionale. questo non si vinifica così, quello non si deve chiamare cosà, e così via. la critica talvolta può denotare carattere, bello o brutto che sia, e personalità. ovviamente nessuno ha fatto nomi, chi vuole capire capisce.
dario PRINCIC macera moltissimo, lunghissimamente. i suoi bianchi sono rossi mancati, ma con il dono della vitalità. il pinot grigio 2012 è un vero orange wine [per forza, è pinot grigio: raggiunge quel colore in soli otto giorni di contatto sulle bucce] rispettoso delle caratteristiche del vitigno. è la regola fondamentale della macerazione, che princic rispetta sempre. dovendo scegliere, ho preferito il jakot [da leggere alla rovescia] 2011, che stempera bene il finale ammandorlato tipico del vitigno integrandolo nella massa. molto buono anche l’altro jakot presente in sala, questa volta, 2007, di RADIKON.
poi I CLIVI e finalmente ho assaggiato i vini di ferdinando e mario zanusso. piante con più di sessant’anni, vinicazioni apparentemente semplici, pazienti, con interventi ridotti al minimo, affinamento solo in acciaio. a parte i cru di tocai [brazan e galea, da zone e terreni differenti, entrambi 2012],  mi ha colpito il verduzzo 2013, diritto e preciso come un righello di acciaio, irruente nella sua acidità agrumata eppure molto fine. completamente diverso, come è giusto, dal verduzzo di fulvio BRESSAN, che è macerato con un’estrazione quasi estrema. l’annata in questo secondo caso era la 2010. due verduzzo che riflettono, simbolicamente, il carattere di chi li fa. sempre del 2010 era il carat, il blend tradizionale di tocai, malvasia e ribolla di bressan. che è buono come al solito, eppure lo trovo nuovamente meno armonico del verduzzo e pure un poco incazzato col mondo. questione di gusti.
di marco SARA, dopo una serie di ottimi bianchi, ho apprezzato il cabernet franc 2013. il franc nella mia testa bacata è il più stronzo dei tre cugini di bordeaux, anche se se la tira meno degli altri due. un cavallo ombroso che non decide mai se farsi montare. qui direi che ci siamo. fresco e ampio, tannini maturi, frutto croccante, un piacere.

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sul carso ho incontrato ZIDARICH, con un’ottima malvasia 2012 e due vitovska, 2011 e 2008 [quest’ultima: vitovska collezione]. buone entrambe, la 2008 aveva una spinta acido/sapida che me la fa mettere in una categoria superiore.
da nino BARRACO, purtroppo, non c’era il vignammare. i suoi bianchi testimoniano ogni anno di una crescita qualitativa costante, con il grillo 2013 sopra tutti. nino ha un modo di esporre le sue idee calmo e pacato, persino affettuoso, un modo che ricorda a tutti il vero significato del termine discussione. con lui si è parlato anche di ortodossie. interessante l’esempio che ha fatto, in parallelo con la biodinamica, circa gli effetti che la preghiera può avere sulla vita di chi è credente. dice: “esistono i talebani del vino, non esistono i talebani della biodinamica. ogni sistema va modulato sul tuo territorio”.

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questo discorso mi porta a parlare de I CACCIAGALLI, azienda campana al cui banco ero stato poco prima. si dicono ultrà della biodinamica [non è vero: l’ho detto io], ma solo nel senso che ci credono visceralmente, visto che sprangate non ne ho prese. sono bravi, buoni i vini, si avverte la gioventù delle vigne, sicuramente vanno tenuti d’occhio. epperò ho avuto una conferma, condivisa con un amico con cui si discuteva e che non so se citare [ti cito, rolando?], ovvero che si ha l’impressione che i vini quando passano in anfora spesso perdano verve. guarda caso, la falanghina aorivola 2013, macerata e vinificata in acciaio, è risultata il vino che mi è più piaciuto.
da EMIDIO PEPE la classica mini-verticale che non delude mai. al pecorino 2010 assaggiato in solitaria e che mi ha ricordato il ribaltamento che mi aveva procurato a verona l’anno scorso, sono seguiti un gessoso trebbiano [2010 e 2007. che buono, quest’ultimo] e un ricco montepulciano [2011, 2001 e 2000, il mio preferito]. anche qui si lavora da tempo in biodinamica, anche qui si fanno grandi cose. se continua di questo passo mi dovrò decidere a leggere quel libro di joly che ho preso a natale scorso.

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il dosset [2014] di ferdinando PRINCIPIANO è un dolcetto semplice con una gradazione sotto gli 11. vino da pasto di bella fattura [e bella etichetta] che morichetti cerca sempre di vendermi in quantità minima di ventiquattro cartoni. passando ai barolo, ho fronteggiato i miei primi 2011 con ovvia curiosità. lo stile è quello che il mio gusto ricerca nel barolo e sia il serralunga che il ravera [quest’ultimo da vigne molto vecchie] mi fanno sperare in un’annata da ricordare. intanto veramente grande è il barolo riserva boscareto 2009, da una vigna del ’67 su terreno calcareo, a serralunga. è l’unico che ferdinando vinifica da grappoli interi. siccome sono tradizionalmente prevenuto sulla pigiatura senza diraspare, qui posso tranquillamente darmi del pirla da solo.

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a seguire, due sorprese.
al banco del PODERE CASACCIA, biodinamici di scandicci [provate a pronunciare], ero andato per assaggiare il vin santo, mio vecchio pallino. in realtà il loro assolato [2009], da trebbiano e malvasia, non è così tipico. non a caso è fuori dal disciplinare. eppure è davvero molto fine, esile, elegante. mi aspetto una sua favorevole evoluzione nel tempo. di livello anche gli altri passiti non ossidati, il situa nobilis [2012, sempre da trebbiano e malvasia] e il sine felle [2013]. quest’ultimo è un passito rosso, tipologia che raramente dà buoni risultati per la difficoltà di spiegare ai tannini che devono fare amicizia con gli zuccheri. qui sangiovese e canaiolo l’hanno capita bene.
ovviamente dopo i passiti regola vuole che si assaggino i rossi, no? anzi, prima il rosato, canaiolo rosé del 2014 che nasce da un’annata infelice e che incarna il “progetto di fare un vino rosato di struttura”. mi pare che un primo risultato ci sia. poi i chianti, sempre rimanendo fuori dai disciplinari, come il sine felle 2012, da una selezione di sangiovese, canaiolo e malvasia. sine felle è il motto che stava su di un ex-libris, probabilmente della fine del ‘500, ritrovato in una ristrutturazione. fa riferimento al “de medicina” del medico romano del I secolo d.c. celso e rimanda alla teoria degli umori del corpo umano. letteralmente significa senza fiele, senza bile. rende l’idea.

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la seconda sorpresa è AURIEL, altri ultrà del biodinamico. già all’ingresso in salone luigi e mauro mi avevano suggerito di provare il loro grignolino. poi proprio il titolare di podere casaccia [molto simpatico e comunicativo] mi aveva ripetuto quel nome. il loro grignolino del monferrato casalese 2011 deriva da una lunga fermentazione di grappoli vendemmiati in maturità. sono rimasto incredulo per la complessità al naso. in un grignolino. vino di struttura bella e agile, con tannini che per una volta non mi prendono a testate. per me, che apprezzo al massimo due o tre grignolino, una rivelazione: lo devo avere.
infine, TUNIA. con chiara e, sopratutto, con francesca sono riuscito a chiacchierare abbastanza a lungo di tante cose e persone. persino di acqua. la loro filosofia, anche coraggiosa, mi piace e spero che porti loro fortuna. a distanza di una settimana ho riassaggiato il chiarofiore 2012, trebbiano e vermentino macerati in proporzioni diverse. ne avevo scritto nel precedente post. a piacenza mi era sembrato buono. eppure la sua particolare dinamicità in bocca, come se portasse in sé diverse velocità contemporaneamente [ero forse stato influenzato dal nome, preso a prestito da quello di un torrente?] unitamente alla difficoltà che stava momentaneamente attraversando il mio palato [modalità boiserie: on], mi avevano lasciato un piccolo dubbio. per il richiamino milanese mi sono preso il tempo giusto, con occhi, naso e bocca preparati. il vino è ricco di profumi e ha felice persistenza, anche nella memoria. è vibrante, si muove in bocca in un modo che mi conferma quella prima impressione, è coeso, è vivo.
i miei complimenti, che giuro sinceri, al vignaiolo.
e all’enologo.

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[p.s.
la marmellata di clementine e anice stellato di ETNELLA è una cosa inconcepibile. una delizia sospesa in equilibrio. ed è un mistero come possa quel disgraziato di davide avere un tale tocco nell’armonizzare gli ingredienti, mescolati in perfetta proporzione, delle sue marmellate e confetture. lo possino].

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