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saltando le bestemmie rivolte a trenitalia e ai suoi vagoni frigorifero, passo direttamente a dire che con questa faccia che mi ritrovo domenica scorsa anche io ho visto genova.
non tutta.
mi sono limitato a piazza de ferrari e al bellissimo palazzo liberty della borsa valori [1912: mi sono documentato].
il palazzo oggi non ospita più, ovviamente, le contrattazioni bensì eventi di varia natura. come è stata la due giorni del 01 e 02 febbraio scorsi di vinnatur.
cosa è vinnatur.
è un’associazione di vignaioli, nata dopo alcuni anni di gestazione formalmente nel 2006, da un’idea di angiolino maule, che ne è anche il presidente. soci sono piccole e medie aziende agricole di tutta europa [potenzialmente: del mondo], unite nella convinzione che insieme si possa crescere cambiando le cose. l’idea di fondo è che sia possibile coltivare la vigna e produrre vini al di fuori di logiche meramente capitalistiche, rispettando la terra e anche l’uomo. niente a che vedere con gli amish o con i talebani, la tecnologia e la scienza sono viste con favore. tanto per dire, sono numerose le collaborazioni di vinnatur con il mondo universitario della ricerca e c’è un progetto che coinvolge vignaioli volontari volto a studiare come accrescere la fertilità dei suoli. riuscire a raggiungere l’equilibrio naturale del terreno. non è una cosa facile.
l’associazione al momento conta circa centocinquanta soci, che in numero di bottiglie fa tante bottiglie e in numero di ettari fa tanti ettari. oggi nel mercato del vino vinnatur è una realtà, anche di approccio al futuro, che non si può ignorare. centocinquanta aziende per la maggiorparte piccole che insieme possono diventare un soggetto grande e compatto.
a questo proposito ho letto e sentito molte critiche, specie in passato, all’operato di maule. qualcuno parla di lui come di un dittatore, qualcun altro fa dell’ironia.
a me l’uomo maule piace. mi piace come parla e mi piace quello che dice. non concordo con ogni sua idea o con ogni proposito di vinnatur, ma io non sono un vignaiolo. chi lo è e vuole aderire all’associazione deve avere chiaro quanto è previsto nello statuto: vi si traccia una linea precisa. se si sceglie di seguirla si devono anche rispettare alcune regole.

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la macchina organizzativa a genova ha funzionato molto bene. la sala è una meraviglia ed è ampia. contiene l’affollamento della domenica, i produttori hanno abbastanza spazio, si può conversare direttamente con loro e i visitatori possono mangiare un panino [ad offerta libera, destinata in beneficenza] senza bisogno di uscire. nella sala c’è un provvidenziale banco dove tamponare l’alcol addentando pane prodotto con lievito madre (pane piuma di alessandro alessandri, bravissimo: da tre madri diverse), prosciutto crudo (prosciuttificio s.ilario) e mortadella artigianale (salumificio palmieri). come evento collaterale alla degustazione, domenica pomeriggio si è svolta anche un’interessante [non è un eufemismo] tavola rotonda sul rapporto tra mutamenti climatici e coltivazione della terra, con intervento del metereologo/climatologo luca mercalli.

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alcune brevi note in ordine quasi cronologico.
siccome tendo allo sbrodolamento, non citerò tutto quanto ho assaggiato, limitandomi a chi per me è una novità, con qualche cavallo di ritorno.
aurelio del bono, di casa caterina, è uno che più passano gli anni più diventa bravo. il suo sec demy out style 2001, pinot nero con 17 g/l di residuo e 147 mesi sui lieviti [ad aurelio piace esagerare, spero di avere segnato bene] è per me il vino della giornata. lunghissimo al gusto, sa di brioche e di canditi e di pasticceria alle mandorle. non è uno champagne e non è un franciacorta, è un vino di aurelio.
non assaggiavo i vini di ca’ del vent da circa tre anni, se faccio eccezione per quel sospiri 2006 che avevo a casa. azienda molto valida con il top, come sempre, nel sospiri (2008), un bdb franciacortino che si è fatto 67 mesi sui lieviti per ingentilire la baldanza dello chardonnay.
di cantina margò, l’azienda dell’umbro carlo tabarrini, ho assaggiato solo i bianchi. i suoi sono macerati e a me viene sempre da chiedere perché, visto che ogni produttore che macera mi dà una risposta diversa. per carlo i motivi sono due: per aiutare la partenza della fermentazione e per proteggere il vino, ossidando i tannini a tino aperto, senza dovere ricorrere alla solforosa. detto che per me nella macerazione conta sopratutto la riconoscibilità del vitigno, ho trovato molto buoni entrambi: il fierobianco 2013, a base grechetto, e il regio 2013, un trebbiano.
stefano legnani è un piccolo produttore di sarzana, ha circa un ettaro di vigna ed è un altro che macera. strano pensare che sia l’unico ligure presente a genova. produce due soli vini, di vermentino, un irruente ponte di toi (2013) e un più fine loup garou (2013). quest’ultimo prende il titolo di una canzone del compianto rocker willy deville. non per nulla l’imbottigliamento inizia il 25 agosto di ogni anno, data di nascita di willy. dice stefano: “lo so, è una stronzata”. rispondo: “però è una bella stronzata”.
cosa dire di marino colleoni, viticoltore bergamascomontalcinese di podere sante marie [e mi dimentico sempre di chiedergli il perchè del plurale]? a dicembre scorso avevo provato il suo futuro brunello 2011. ed era troppo in divenire per capirne qualcosa. ora l’ho riassaggiato: è ancora un campione in via di affinamento, ma si sta equilibrando, lasciando intravedere qualcosa. marino è un gran chiacchierone, molto simpatico. dice di ispirarsi ai brunelli di una volta, quelli degli anni ’70 e quelli dell’inizio degli anni ’80. se è così bisogna proprio vedere cosa sarà di questo 2011.
terraviva è un’azienda abruzzese che lavora molto bene a prezzi contenuti. le loro bottiglie cominciano a trovarsi anche a torino. degno di nota il mario’s 40 (2012), trebbiano da vigne di quarant’anni, allevato con il sistema tradizionale del tendone. vino affinato in botte grande, in bocca è sia fresco che sapido, rotondo e molto lungo. buono anche il loro pecorino (‘ekwo 2013).
maurizio donadi di casa belfi ha portato il suo prosecco colfòndo, con il tradizionale tappo a corona, sia nella versione consueta che in quella in anfora. ovviamente, trattandosi di una sorta di metodo classico senza sboccatura, l’anfora serve per la prima fermentazione delle uve. mi sono piaciuti entrambi. differenze? la mia impressione è che l’anfora abbia contribuito a smussare gli spigoli del vino, anche al naso, rendendolo più omogeneo. a questo punto scegliere tra i due diventa una questione di preferenze.
il cancelliere produce taurasi e aglianico a montemarano. vini potenti. il tannino dei due aglianico assaggiati era davvero tosto [specie per il 2012], mentre il taurasi nero ne’ 2007 mi è piaciuto assai. grande equilibrio nonostante l’annata calda, tannino sicuramente presente ma maturo e non invadente, bel frutto.
buono il cesiro 2011 (nobile di montepulciano) di podere della bruciata, che ha qualcosa di rustico, ma corpo, tannino ed acidità sono bene integrati.
poi c’è pierre-jean monnoyer. è un ragazzo francese che si innamorò di una fanciulla di montalcino e decise di trasferirsi lì. l’azienda si chiama casa raia e le loro etichette sono uno spettacolo. in una c’è il ritratto della moglie, vestita da popolana rinascimentale, e una citazione da lo spleen di parigi di baudelaire. mi ha colpito il loro brunello di montalcino 2009. un vino che vibra di freschezza, fine e sapido.
oltre ai singoli produttori, c’erano anche alcuni distributori di vini naturali.
da arkè ho assaggiato diverse cose. davvero molto buono il puilly fuissé 2013 del domaine des cotes de la moliére. una lieve affumicatura, poi pietra, buccia di agrume. è precisa la corrispondenza in bocca, con una grande sapidità ben amalgamata nel corpo del vino.
i ragazzi di vite hanno selezionato una buona gamma di produttori, varia e di qualità. tuttavia a mio parere la scelta di portare degli esempi rappresentativi ma senza bottiglie “top” non fa capire appieno il loro potenziale. mi sono piaciuti: domaine du trapadis (cotes du rhone 2011, grenache blanc con un 10% di clairette blanche: idrocarburi, resina, ago di pino. minerale e vegetale dal sorso coinvolgente. ci tengo a dire che ago di pino lo ha detto una molto simpatica ragazza dell’ais di milano accanto alla quale mi sono trovato ad assaggiare), texier (esempio di quanto dicevo prima. il cotes du rhone brézème 2012 è un syrah molto buono ma privo di picchi. didattico, come direbbe qualcuno: contiene, oltre all’alloro e al ginepro e alle varie altre erbe mediterranee, il necessario cinghiale), domaine de la pépière (muscadet 2012. vino da ostrica, semplice e disimpegnato), baudry (chinon 2012. cabernet franc. vale lo stesso discorso fatto per texier).

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i vini naturali non sono tutti buoni. alcuni sono buoni fino a un certo punto. è lo stesso che si può dire dei vini industriali.
mi si passino i termini. naturale non è il contrario di industriale, è per capirsi.
la sfida che i vignaioli naturali devono affrontare per stare nel mercato in modo stabile e non come passeggero fenomeno di costume è di imparare a fare i loro vini sempre meglio, a renderli sempre più eleganti. o, se si vuole, buoni. in questo l’opera dell’associazione è fondamentale.
c’è un punto che mi preme e lo chiamo flessibilità.
troppo spesso sento degustatori/consumatori/appassionati rifiutare a priori un vino che si dichiara naturale in quanto tale. dicono che non può essere buono, che si rischiano infezioni, invocano santa solforosa.
altrettanto spesso sento degustatori/consumatori/appassionati demonizzare i vini non naturali. dicono che fanno male alla salute, magari proprio perché contengono troppa solforosa. oppure deprecano l’uso dei lieviti selezionati per fantasiosi motivi.
la risposta alle nostre domande, alla richiesta contemporanea di buono e di sano, all’informazione perfetta, alla certezza scientifica, quella risposta, semplicemente, non c’è.
ci sono nel mondo vignaioli bravi e vignaioli non bravi, vignaioli naturali e vignaioli industriali. ciò che servirebbe ai consumatori è la capacità di discernere essendo dotati degli strumenti per scegliere.
conosco un produttore che fa un vino che amo. non usa diserbanti, vinifica naturalmente. ma adopera, solo se lo ritiene strettamente necessario, dei prodotti chimici per curare le piante malate.
conosco un produttore bravissimo che non usa diserbanti, vinifica naturalmente, e in vigna usa solo rame e zolfo. la prima volta che andai a trovarlo mi fece vedere una vite colpita dall’oidio. gli chiesi cosa pensava di fare. mi rispose: niente, se muore ne pianto un’altra.
ho conosciuto un produttore che lavora in modo prevalentemente naturale. mi disse che le piante sono come le persone. con le persone di fronte a una malattia grave bisogna usare gli antibiotici: dopo, non certo per prevenire.
eppoi ho conosciuto produttori che mi hanno raccontato di diserbanti non assorbibili dalle radici della vite [?!], di muffe terribili in caso di abbondanti piogge evitabili solo con prodotti sistemici.
e così via.
il piccolo consiglio che posso dare, a chi vuole bere, è di andare a visitare i produttori. telefonargli, prenotare una visita, una degustazione. guardarli negli occhi e cercare di capire chi sono, parlargli e farsi spiegare cosa fanno, perché hanno scelto una strada e non un’altra. senza paura di nulla.
e se il vino sa di ridotto o è brettato o yogurtoso o non vi piace, ditelo.
non vi mangia nessuno.

“Bisogna sempre essere ubriachi. Tutto qui: è l’unico problema. Per non sentire l’orribile fardello del Tempo che vi spezza la schiena e vi tiene a terra, dovete ubriacarvi senza tregua. Ma di che cosa? Di vino, poesia o di virtù: come vi pare. Ma ubriacatevi. E se talvolta, sui gradini di un palazzo, sull’erba verde di un fosso, nella tetra solitudine della vostra stanza, vi risvegliate perché l’ebbrezza è diminuita o scomparsa, chiedete al vento, alle stelle, agli uccelli, all’orologio, a tutto ciò che fugge, a tutto ciò che geme, a tutto ciò che scorre, a tutto ciò che canta, a tutto ciò che parla, chiedete che ora è; e il vento, le onde, le stelle, gli uccelli, l’orologio, vi risponderanno: “È ora di ubriacarsi! Per non essere gli schiavi martirizzati del Tempo, ubriacatevi, ubriacatevi sempre! Di vino, di poesia o di virtù, come vi pare”.

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prossimo appuntamento con vinnatur, edizione numero dodici: villa favorita, a monticello di fara (vi).
da sabato 21 a lunedì 23 marzo 2015.

[un ringraziamento a laura sbalchiero per il supporto, ad angiolino maule per le parole, a mauro cecchi per una buona dritta, ad andrea e vilma per la compagnia]

http://www.vinnatur.org

http://www.vininaturali.it/

http://www.vitevini.com/it/

per una volta mi risparmio di cercare i siti dei produttori. grazie al sito di vinnatur gli indirizzi sono tutti disponibili: sezione produttori.

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