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è morto, nel giorno dei santi, hubert de montille.
aveva ottantaquattro anni, fu avvocato a digione e vignaiolo a volnay. come molti ignoranti della borgogna, anche io sentii parlare di lui per la prima volta guardando mondovino, il documentario di jonathan nossiter nel quale de montille ha l’involontario ruolo di simbolo, una sorta di coscienza enologica incarnata, rappresentazione di un passato ideale, etico, appassionato e rigoroso.
non dirò dei vini fatti da lui perché non li conosco: i vini del domaine che assaggiai sono quelli prodotti dal figlio etienne, il padre essendosi ritirato da tempo. lo ricordo, piuttosto, perché in mondovino il vecchio hubert mi fece un’enorme impressione. lo ricordo, dunque, non per la qualità del vino, ma per la pulizia del suo pensiero.
mosso dalla scintilla di umanità intravista sullo schermo, dopo avere visto il film andai alla faticosa ricerca di notizie, aneddoti, informazioni su questo anziano signore francese, sulla forza del suo carattere, sul suo amore per la figlia alix, sulla sua intelligenza verticale, sul suo disincanto, sulla sua ironia lieve, sui suoi motti. mi sembrava un personaggio da romanzo, ero più interessato a lui che al suo vino. ovviamente non trovai molto.
in un breve filmato de montille descriveva nossiter come un simpatico e abile manipolatore, uno che aveva realizzato un documentario non per mostrare fatti bensì per dimostrare una tesi, contrapponendo un manipolo di cattivi ai buoni. de montille, che pure faceva parte dei buoni del film, invece contrapponeva la verità all’emozione.
è chiaro che mondovino è un documentario importante, anche se parziale e troppo netto nel dividere il bene dal male, la natura dalla chimica, la passione dal business. ha avuto la funzione di fornirmi nuovi spunti di riflessione e nuove prospettive, angolazioni impreviste dalle quali osservare le cose. certi vini di michel rolland, il cattivo del film, se li assaggio oggi mi sembrano buonissimi. non saranno emozionanti, come direbbe qualcuno, saranno vini costruiti, che si somigliano tra loro, saranno frutto di una ricetta più che del lavoro nella vigna. [anche se]. eppure dire che sono buoni non significa affermare che i vini fatti in maniera naturale, qualunque cosa ciò significhi, siano cattivi vini. al contrario. non c’è competizione, sono cose diverse, posso godere di entrambe. il fatto che io goda di più con un vino che riflette la personalità di chi ha coltivato la vigna e vinificato i grappoli e curato l’affinamento è poco più di un dettaglio che vale per me solo. ma sgombro ugualmente il campo dall’equivoco: non mi piace la chimica in vigna e non mi piace la chimica in cantina. può piacermi qualche vino di rolland, ma continuano a non piacermi tutti quelli di cotarella.

hubert de montille, che non ho mai incontrato e che conosco più che altro per impressione, vignaiolo di una terra di cui so ancora troppo poco, non era per me un simbolo, ma un modello.
un modello di uomo, anche nei suoi difetti e nelle sue debolezze.
continua ad esserlo.

“A me piace l’ordine. Ma anche il disordine. Perché no?”.

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