quello qui sotto è quanto scrissi due anni fa, altrove, dopo avere visitato il salone del gusto 2012.
lo ripubblico qui per due motivi.
il primo è per rinfrescarmi la memoria. rileggendo oggi rilevo che in due anni non ho cambiato il mio modo di pensare. questa mi pare buona cosa.
il secondo è che nel frattempo il salone del gusto non è cambiato, per cui c’è poco da aggiungere.
[piuttosto, per quanto riguarda alcune cose, è peggiorato: ci sarebbe da togliere].

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torino, 28 ottobre 2012.

questa bambina sta partecipando a un laboratorio di cucina.
è domenica.
il cuoco che la bambina sta guardando insegna come si preparano le polpette.
[guardate come rotolano, senza attaccarsi. non le friggiamo, ché bisogna anche imparare a mangiare sano].
non mi piace spiegare le foto.
tuttavia, alcune discussioni dei giorni scorsi mi spingono a qualche piccola considerazione sul cibo, sul vino e sulla vita.

innanzitutto, di fronte al cibo [non solo di fronte al cibo] è importante educare i sensi tutti.
il nostro corpo entra in contatto con il mondo esterno con cinque capacità. e ci servono tutte. limitare il contatto a una sola di queste significa rinunciare alle altre quattro, riducendo inevitabilmente sia l’intensità della nostra esperienza sia il livello del nostro apprendimento.
così, è bene annusare tutto quello che si mangia, dopo averlo guardato con attenzione, dopo averlo toccato quando possibile. è bene ascoltare il rumore che il cibo produce quando è spezzato dai denti.
ogni azione fornisce sia una sensazione che una serie di informazioni utili.
e il gusto? il senso che avvertiamo come primario è quello che viene sperimentato per ultimo. solo alla fine introdurremo il cibo in bocca, lasciando che ne sia invasa, muovendolo sul palato e su tutta la superficie della lingua. dalla punta al fondo.
[il passo successivo è riuscire a riflettere in modo critico sull’intera esperienza. ma non parlo, ora, di filosofia].
il salone del gusto può rappresentare un’occasione di conoscenza.
ci sono laboratori, come quello cui partecipa la bambina ma anche più impegnativi, e opportunità di approfondimento in grande numero.
ma è difficile, a causa dell’enorme confusione che regna, scoprirli ed approfittarne.
il caos complessivo della manifestazione la fa assomigliare per molti versi a eataly: un enorme mercato.
un carnaio sovraffollato fatto di numerosissimi piccoli banchi dove ogni produttore [di marzapane siciliano, di bottarga di muggine sarda, di prosciutto di pecora delle brughiere olandesi] cerca di vendere i suoi prodotti. spuntando, in nome della patente di qualità ricevuta da slowfood, prezzi molto alti, senza insegnare nulla a nessuno.
[è anche vero che nel carnaio chiedere un’informazione, con la gente che ti spintona per arrivare alla fetta di salame di cozza del madagascar citeriore, è quasi impossibile. una produttrice di foie gràs, a un tale che le chiedeva cosa fosse ha risposto: finalmente! qualcuno che vuole sapere cosa sta mangiando, che vuole capire!].
il cibo è una necessità ed è un piacere. ma è pure espressione di cultura e può persino essere un tramite verso la conoscenza.
si può imparare.
perché a madera si produce il madeira. che cos’è il bas-armagnac [e la part des anges]. quali sono i motivi per cui qualcuno [un pazzo] sceglie di produrre un vino bianco macerando per settimane il mosto con le vinacce. che i crauti non sono quelli che si cucinano nella pentola a partire da una verza cruda. che la parola formaggio può significare centinaia di cose diverse.
ma anche.
dov’è la guascogna. in che provincia è chieti. che c’è una nizza anche in piemonte. che la mortadella di prato e quella di bologna sono solo cugine. che clima c’è in malaysia. che caldo fa sul rodano.
le cose si imparano sopratutto andandosele a cercare.
muovendo il culo, sì, esatto.
non sempre si può, è vero anche questo. e persino un grande supermercato può accendere in qualcuno una scintilla di curiosità.
quella scintilla è la molla di tutto, quella che porta alla conoscenza, quella che ti porta a spostarti per andare a cercarla.
non importa se stiamo parlando della conoscenza dei vini o dei cibi o del pensiero di kant o dell’opera di philip roth o delle frese meccaniche: conoscere serve per pensare con la propria testa.
la curiosità è la molla dell’umano.

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