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per motivi vari l’anno è stato [è] pesante. per me, per le persone vicine, per gli amici, per chi conosco. e pure in generale. faticoso è un buon aggettivo, ci sta. più cose da fare, meno soddisfazioni, meno tempo da dedicare alle cose belle e alle persone belle, meno tempo per pensare, qualche incomprensione e pure qualche banale inceppamento fisico.
e siamo alla vendemmia, il momento della verità per chi fa un mestiere altro dal mio. quest’anno riesco solo a sentirne l’eco, dalle foto e dai filmati degli amici, qui sull’internet. certo, con questa schiena, non ci si può comunque aspettare che io vada in vigna a tagliare grappoli. ma, insomma, qualche telefonata di solito la faccio, una capatina, magari al bar pinguino, un bicchiere, un abbraccio, una distribuzione biunivoca e salvifica di parole.
l’annata vinicola è difficile in molte parti d’italia [e pure di francia]. il clima ha fatto e fa quello che gli pare e probabilmente, sommando algebricamente gli ettolitri, ci sarà meno vino dell’anno scorso. di meno, ma se sarà meno buono non so dire. [ci crederò quando lo berrò]. il teorema dell’annata grande/buona/media/piccola non mi ha mai convinto, anche se funziona sui grandi numeri. come in tutte le cose, preferisco il relativismo e mi concentro sull’individuo. dalle annate più difficili della vita tiriamo fuori energie che non sospettavamo di avere. così, nei momenti più bui vengono fuori i pensieri più profondi. e c’è chi, come nicoletta, ha pensieri più profondi degli altri. pieni di ottimismo e di tenacia e di umanità. pieni di bellezza. non credo che riuscirò mai a capire davvero la biodinamica, sono stato dannato fin da piccolo dalla razionalità. però, è vero: con nicoletta la biodinamica funziona alla grande. e prima o dopo riuscirò ad andarla a trovare a san fereolo [anche se lei non ci crede]. intanto mi urge ringraziarla delle sue parole, lasciate ai naviganti [non certo a me]. parole che qui riporto, che mi sono state utili. che mi ricorderò.

“Questo è stato un anno davvero molto difficile. Lo è stato per me e per tutti quelli che fanno un mestiere simile al mio, chi più chi meno. Quello che ho definitivamente scoperto in quest’anno, è che portare alla fine un raccolto è una raffinata e complessa gara di resistenza in cui sotto il sole, la pioggia, il vento e in mezzo al fango cerchi di arrivare alla fine nel più dignitoso dei modi, senza mai mollare, perchè fino all’ultimo, e anche oltre quando il vino sarà fatto, sei convinto che il peggiore dei piazzamenti possa ribaltarsi in una imprevedibile vittoria collettiva.
A vederli da fuori, questi che corrono senza mai fermarsi, in condizioni pazzesche, non li ho mai capiti – anche se mi è sempre sembrato che la cosa mi riguardasse – ma poi, come in ogni cosa, quando ci sei dentro tutto è diverso. Ci sono le tue ragioni profonde del farlo, i rapporti con gli altri, l’integrazione con il sé, cioè scoprirsi fino in fondo e trovar pace anche nella tempesta. Forse anche la malattia, o la morte, per dire, sono diverse da come uno se le immagina da fuori. Vivere le cose è diverso che guardarle, e forse questo guardare e credere di sapere o di aver vissuto è una malattia peggiore di altre, è la nostra vera malattia.
Quello che però è davvero molto diverso da una gara di endurance – lo immagino perchè io non ne ho mai fatte – è che in realtà non sei solo tu che corri, chi corre con te è qualcuno senza gambe, che non ti parla, che non sai se ti senta, ma che a suo modo parla e sente e che devi capire. Un bambino piccolo direi, che un giorno sarà un grande uomo o forse no ma fa lo stesso, perchè sarà comunque un uomo; e in ogni caso non lo puoi dire adesso, non lo devi dire adesso cosa sarà, perchè devi dargli tutto il credito possibile, indispensabile, a farlo correre e a farlo crescere, per farlo uscire dal cosa sarà e farlo entrare nel chi sarà. Stai correndo con qualcuno che non ti chiede di non mollare ma che sai che non devi mollare. Stai correndo con qualcuno che senza di te difficilmente ce la farebbe. Io non so proprio se esista uno sport come correre con le vigne.
C’è una grande tenerezza, dentro questa corsa, e la possibilità di sopravvivenza per entrambi. E c’è anche la voglia di rendere felici quelli che ti berranno ancora una volta, se arriverai alla fine, e che non immagineranno nulla. Giustamente. Anche perchè magari saranno passati degli anni da questa estate e l’avranno dimenticata, e tu potrai dargli un momento di quiete e pienezza che nemmeno avresti immaginato mentre corrrevi. Un po’ come stava scritto dentro quella brocca di terracotta che ho visto anni fa al museo di Baghdad, un posto dove il vino non si usa tanto ma che pudicamente fino all’ultimo, a differenza dell’acqua, avrebbe coperto la scritta: “Tu che bevi da me sappi che ho desiderato l’acqua fresca che ora porto e con cui ti avrei dissetato, il giorno in cui fui creata in mezzo al calore violento delle fiamme”.

Nicoletta Bocca

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