come diceva il buon manganelli giorgio, autore che ho sempre faticato a leggere perché troppo intelligente per me, non l’ho visto e non mi piace. o, forse, era non l’ho letto etc. etc., su due piedi non ricordo.
è una massima sacrosanta, un diritto inalienabile dello spettatore/lettore/fruitore. la vita è troppo breve, qualche scelta va fatta, se mi perdo qualcosa pazienza.
ci pensavo perché convinto che molti detrattori de la grande bellezza non abbiano visto il film.
allo stesso modo, sono certo che tanti esaltati da la grande bellezza, pre e post oscar, ne abbiano occhieggiato solo il trailer.
siccome siamo tutti un po’ snob quando si parla di cose colte [“alte”], abbassarsi a fare qualcosa che tutti fanno, come guardare il film del momento, per poterne parlare con cognizione in società può essere più faticoso di inginocchiarsi. o di salire una scala sacra sulle ginocchia medesime.
eppure di questo film ero curioso fin da quando uscì. certissimo che, d’altra parte, mi avrebbe fatto cagare lacrime amare. era una sensazione. in questi mesi ho cercato di mantenere la distanza leggendo pochi commenti, stando lontano dalle recensioni.
grazie alla lungimiranza della rete ammiraglia di quelluomolì [ma cosa cazzo sto dicendo?!] ieri sera il film è andato in onda nella cosiddetta prima serata. accompagnato, nei momenti pubblicitari, dallo spot della 500 fssa guidata da sorrentino. uomo dalla dizione impeccabile, dalla voce calda, dal pensiero profondo, dal volto bello, dalla pettinatura come la mia.
quindi, cenato in fretta con dei buoni tortellini al burro, un tomino al verde affogato nell’olio e una birra chiara del birrificio del borgo, all’alba delle 21.15 mi sono assiso sul divano, delegando la prole allo sparecchio. ché tanto per loro, beati, la grande bellezza è ancora una boccia arancione o un viso di ragazza.
incipit.
schermo nero con una citazione che non faccio a tempo a leggere tutta, maledetta miopia astigmatico-presbite.
poi.
colpo di cannone, movimento di camera, applausi.

lo dico subito: mi sbagliavo. è un film bello.
è ambizioso, come dicono gli intellettuali, non è del tutto riuscito. e parlo per me, ognuno ne abbia l’idea che vuole. è giusto.
intanto le immagini sono meravigliose, non mi servono altri aggettivi. sorrentino in una precedente vita deve essere stato un pittore di cui sono andate perse tutte le opere. ha un senso non comune e personale della composizione della scena, dell’inquadratura, degli effetti di luce, dei movimenti di macchina, della scenografia, di.
persino roma sembra bellissima e se esistesse un premio internazionale per il migliore direttore della fotografia [autore della fotografia, come diceva storaro vittorio] bigazzi luca ne meriterebbe otto e mezzo.
già, l’ispirazione felliniana. c’è. i luoghi visitati spesso sono o somigliano a quelli dei film di fellini. e se non è la dolce vita è prova d’orchestra. oppure proprio otto e mezzo. o amarcord.
ispirazione.
il film, partorito dalle visioni di fellini, percorre altre vie, mostrando una roma [caput mundi, ovvio] che non è quella degli anni ’60, ammesso che sia mai esistita. qui non c’è nulla di terribile, tutto è normale. tutto è umano. tutto procede come il tempo che passa o come il tevere che scorre sotto i ponti.
i personaggi che si muovono nel mondo del protagonista sembrano felici a chi ne sta fuori mentre si affannano ad ingannarsi convincendosi di esserlo. si inventano un passato mentendo a se stessi, si inventano un presente chiudendo gli occhi sulla realtà, si inventano un futuro illudendosi che ci sarà. sono tutti sconfitti, in un modo o nell’altro. potrebbero ricordare gli uomini schifosi di wallace, ma visti da vicino sono tristi più che disperati, simulacri di un’umanità che non esiste più, in nessuno. eppure ballano, mangiano, bevono, fottono. vivono senza reale interesse alla vita, che gli sembra tanto più profonda quanto più è superficiale.
tutto questo vede jep gambardella, protagonista dal classico nome strampalato alla sorrentino, “destinato alla sensibilità”.
fa lo scrittore nel passato e il mondano nel presente. dice la verità a chi gliela chiede mentre cerca di capire perché non è diventato felice come sperava, come credeva fosse possibile. [rosebud è un vecchio tema del cinema].
è pigro. affettuoso con gli amici ma fondamentalmente incapace di provare empatia vera, di soffrire per gli altri. se non quando muoiono: ai funerali non si piange, dice, “è immorale”. eppure non riesce a trattenersi. è incapace di volere bene, forse perché non incontra quasi mai qualcuno che valga la pena. finché non si ricorda come si fa quando conosce una spogliarellista quarantenne figlia di un suo vecchio ed eroinomane amico.
niente sesso: volere bene. e perché ancora si spoglia? nessuno sa perché un altro fa quello che fa, presumere è inutile. lei è una donna che gli amici di lui criticano per come si veste, ovvero proprio per come appare, una donna che, invece, è una persona vera, forse l’unica del film. e quando lei non c’è più gambardella fa di tutto per convincersi del valore delle altre persone che lo circondano, anche quando lo deludono. [“che belle persone che siete”. “quanto siete cari”].
non è casuale il fatto che gambardella provi quello che somiglia di più all’affetto per due persone sole: romano e ramona. nomi quasi sostituibili per anagramma, un uomo e una donna, entrambi contenenti la parola roma.
jep segue le regole del mondo che abita e di quel mondo conosce tutti, ma, come i suoi amici, vive tanto fuori dalla vita reale da non accorgersi chi è colui che abita sul suo pianerottolo. che è, lo dice proprio il vicino, uno che manda avanti il paese.
vive in un circo, gambardella. in mezzo alle giraffe, ai nani, alle contorsioniste, ai maghi, ai sipari. vive in uno spettacolo perché sa recitare e sa come muoversi. vive circondato da uomini di fede che di fede non sanno nulla, esorcisti di fama ai quali riesce meglio cucinare il coniglio alla ligure, che al ristorante hanno appuntamenti galanti con le suore e ordinano cristal. vive dove i bambini sono [fisicamente] strappati all’infanzia da genitori arrivisti o vengono internati in scuole cattoliche con tanto di sbarre e aguzzine in abito bianco o vengono accarezzati da insegnanti forse troppo affettuosi. vive dove i bambini si devono nascondere dagli adulti, nella vita come nel sogno, anche nelle catacombe. vive in mezzo all’intelligenza arida di chi non ha spiritualità. vive dove antonello venditti porta gli occhiali da sole anche a tavola.
vive in un mondo dove la risposta al significato della vita è proprio quarantadue.

il film non è del tutto riuscito, no. sorrentino è così sempre, al cinema e pure quando scrive [resti al cinema, si dimentichi della letteratura, non è cosa]. mi è piaciuta molto la prima parte, meno la seconda. alcune scene risultano disomogenee nell’insieme dell’opera e alcuni personaggi sono dissonanti tra loro o accennati in maniera incompleta. ci sono anche dialoghi, magari spiritosi, che cambiano registro troppo repentinamente, quasi inopportunamente, quasi per caso. altri sono recitati con eccessiva ed inspiegabile rapidità di eloquio. qualche scena memorabile [il cinema, signore e signori: “poi lei fece un passo indietro e disse. poi lei fece un passo indietro e disse”], qualche frase centrata, qualche altra da sorrentino. in generale una sceneggiatura molto buona e un raccontare originale. il finale mi ha ricordato tanto la fine del mondo secondo garp [il libro], anche se non c’entra niente, mi ha ricordato tanto la macchia umana [il libro], anche se non c’entra niente.
quanto agli attori, mi genufletto ricredendomi di fronte alla ferilli, che non è solo un divano con il botox, anche se la sua parte è piccola. e mi ricredo su servillo, che mi sembra spesso sopravvalutato, che qui è bravo. [due appunti glieli farei anche, ma è stato bravo].
film imperfetto e bello. tanti simbolismi lo rendono faticoso eppure è molto ricco di spunti di riflessione ed è, come dicevo, una gioia per gli occhi.
vorrei dire molte altre cose, ma il tempo di cui dispongo ultimamente è tiranno e si riduce a una pausa pranzo in compagnia di una tastiera e di una piadina tiepida. su alcuni aspetti, poi, sto ancora meditando.
a me è piaciuto anche perché mi ha ricordato che sono una persona complicata.
invece ritengo molto probabile che gli americani abbiano deciso di consegnare un oscar a questo film perché non ne hanno capito un amato cazzo.

– perdi colpi, jep.
– eh, io sono quarant’anni che perdo colpi.

 

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