ieri sera sono incappato nella visione di un documentario su raitre.
ho detto documentario, ma non lo è.

il titolo, slow food story, è in inglese. come il titolo recita è, o dovrebbe essere, la storia di slow food. [si traduca story dall’inglese all’italiano, si mantenga la dimensione internazionale del resto].
siccome la storia non è una storia non si tratta di un documentario. e non è una storia perché è un’agiografia di carlin petrini e di slow food medesima.
non voglio fare polemiche. per cui capiamoci.
carlin petrini è un comunicatore eccezionale ed è un uomo che ha avuto una serie di idee formidabili che avrebbero fatto la fortuna di qualunque imprenditore, in italia o altrove.
e capiamo anche che sfs non poteva essere altro che un’agiografia. per via di chi ha pensato il film, per via di chi l’ha diretto, per via di tante cose.
i documentari, come quelli di michael moore [faccio un nome che conoscono tutti. potevo dire nossiter], sono tali perché documentano qualcosa. in un modo, si spera, oggettivo. il documentario è un vettore di informazioni e di conoscenza, non deve essere frutto della fantasia. pertanto non deve [non dovrebbe] omettere nulla che sia necessario a comprendere fino in fondo. nel bene e nel male. in latino docère sta per insegnare.
invece in sfs si omette molto.
si fanno parlare tanti protagonisti della storia del movimento. e tanti ex protagonisti.
chi è uscito dall’associazione? quando? chi è rimasto? perché? e il gambero rosso?
la narrazione non è cronologica e, pure, a un certo punto accelera. si accenna al premio tenco, non si citano quasi mai gli anni in cui avvenne qualcosa di rivoluzionario, si passa dalla radio all’arci, ai comizi, a terra madre.
alla politica.
il film, uscito pochi mesi fa, ieri è stato trasmesso da raitre. vi compare farinetti oscar che racconta la nascita di eataly a roma.
la politica, dicevo. prima ancora dicevo che le idee di petrini e compagnia avrebbero fatto la fortuna di un qualunque imprenditore.
farinetti è un imprenditore molto capace e altrettanto criticabile. si è impadronito di un’idea, la ha adattata al mondo che conosce, ha creato un modello, ci ha aggiunto una parola pesante e che gli piace molto come passione, e ci ha fatto [altri] soldi e [nuova] fama.
anche slowfood oggi è un’impresa. lo era già prima di eataly, lo è ancora di più oggi che ha abbracciato il progetto farinettiano.
le idee di petrini hanno cambiato le cose in meglio per tutti. i suoi meriti sono immensi. basti dire che sf ha fatto per la diffusione delle ricchezze enogastronomiche italiane e il loro riconoscimento all’estero quello che avrebbe dovuto fare lo stato e che lo stato non ha fatto. basti dire che i presidi hanno aiutato tanta gente, nel mondo, a non morire di fame.
tutto ha funzionato fino a che il progetto non è cresciuto troppo.
come è normale, per fare le cose grandi ci vogliono i soldi e la strada deve cambiare. si deve abbandonare qualche ideale [o metterlo da parte], si deve rinunciare a qualcosa, le amicizie diventano più importanti. il risultato è che si ottiene qualcosa di grande, indubbiamente buono, ma diverso da quello che ci si era premessi.
per cui il non documentario di ieri, trasmesso [da raitre: l’ho già detto?] il giorno prima dell’auspicata decisione del tar che dovrebbe mandare a casa la giunta cota, a me è sembrato anche uno spot pre-elettorale.
elezioni in piemonte ed elezioni [il 27 si comincerà a discutere in parlamento la nuova legge elettorale] anche in italia.
farinetti, renzi.
e petrini?

sicuramente il non-documentario sarà piaciuto a chi ha vissuto quegli anni, a chi ha partecipato alla costruzione di quello che oggi è sotto gli occhi di tutti. ma mancavano troppe cose, troppi fatti.
ho avuto l’impressione di sfogliare l’album delle nozze di una coppia amica.
foto incollate sulla carta color crema, rilegatura in pelle marrone.
le foto venute male buttate al macero.

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