una delle cose più difficili, quando si degusta ad etichette coperte, è darsi un parametro.
nel senso che può capitare che nella stessa batteria quel burlone ti abbia infilato la barbera del monferrato e il grignolino d’asti e il nebbiolo di carema e lo spanna di lessona e la chiavennasca di valtellina e.
siccome devi ragionare per numeri e attribuire un punteggio, corri il rischio di valutare troppo poco una tipologia e troppo molto un’altra.
di norma le guide ragionano in termini di tipologia di vino. per cui ci potrà essere il moscato d’asti perfetto che prende il massimo dei punti e il barolo di serralunga imperfetto che arriva a 85/100. anche se tu berresti sempre e comunque il secondo, anche a ferragosto.
è giusto così.
le guide non fanno la graduatoria di merito delle tipologie o delle uve. servono ad orientare il bevitore, spiegandogli [in teoria] a cosa serve un vino e che cibo è preferibile abbinargli, evitando di confrontare cose diverse, di dire che il timorasso è meglio del cortese.
[anche se è vero].
nemmeno devono dire al lettore cosa deve piacergli e cosa no. il modo corretto per leggerle è di vederle come una guida [appunto] che ti aiuti a trovare il tuo, personalissimo, gusto.
darsi un parametro serve a questo: a mantenere distinte le tipologie.
degustare senza sapere cosa c’è nel bicchiere è un’eccitante prova del nove per capire a che punto si è giunti nell’avventurosa ricerca del cosamipiace. senza riguardo ai nomi né ai pareri di terzi, anche scoprendo che quello che eri sicuro ti piacesse da muri’ [ne hai la cantina piena] nella realtà dei fatti ti fa cagare.
è rispondere solo ai propri sensi: le uniche guide, illusorie quanto si vuole, di cui possiamo [dobbiamo] fidarci.
mi è di conforto verificare a posteriori che di quel vino che non sapevo cosa fosse ho appena detto le stesse cose, nel bene o nel male, che avevo detto quando, settimane o mesi prima, lo avevo assaggiato sapendo benissimo cosa avevo nel bicchiere.
al di là della parte oggettiva, che è fondamento necessario di ogni degustazione, deve emergere il gusto personale, così come si è definito nel tempo.
possiamo chiamarla la monarchia del gusto.
[o, per qualcuno, l’anarchia].
così, quei vini rossi acidissimi che il tale produce nel monferrato, assaggiati e riassaggiati negli anni, ai banchi di assaggio come in batteria anonima, non mi piaceranno mai.
e quei nebbioli del nord piemonte che ho amato tanto in annate mirabili, come la 2006 e la 2007, da due anni almeno non mi sembrano più loro e alla cieca ne ho conferma.
e quello che è il mio barolo del cuore, anche per motivi romantici: alla cieca, non riconosciutolo, gli ho assegnato un punteggio mostruoso.
e quel sassella del 2001 che stava nel bicchiere e io, che credevo che in batteria ci fosse tutt’altro, ho subito pensato: guarda chi si rivede.
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